«Democrazia diretta»: da chi?

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«Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?».

La portata smaccatamente ‒ quasi provocatoriamente ‒ manipolatoria del quesito con cui l’11 febbraio gli iscritti al M5S stanno votando sull’adesione al Governo Draghi esplicita in maniera emblematica il potere di chi controlla la tecnologia nei confronti degli utenti delle piattaforme informatiche. Già in passato lo stesso Beppe Grillo si era spinto a dileggiare il modo in cui, tramite il sito Rousseau, ai militanti pentastellati veniva chiesto se processare Salvini per il sequestro dei migranti sulla nave Diciotti. «Se voti Si vuol dire No. Se voti No vuol dire Si. Siamo tra il comma 22 e la sindrome di Procuste!», aveva sentenziato l’«elevato» in un post su Facebook del 17 febbraio 2019.  Poche settimane dopo, a fronte del disastroso risultato del Movimento 5Stelle alle elezioni europee, la manipolazione si faceva ancora più esplicita: «Domani si vota su Rousseau per confermare la fiducia a Luigi Di Maio», twittava senza ritegno l’account ufficiale del movimento il 29 maggio 2019. La possibilità del voto contrario non era contemplata nemmeno in astratto. Chissà mai che qualcuno degli iscritti si fosse lasciato tentare…

La cosa più grave è che nessun soggetto indipendente sa come effettivamente funzioni il sito della Casaleggio Associati: quali garanzie vi siano che a tutti sia consentito l’accesso, che la partecipazione sia quella dichiarata, che il voto non sia controllabile o, peggio, manipolabile. A lasciare interdetti non è tanto che il Garante della privacy abbia ritenuto di sanzionarne l’opacità, quanto che la sanzione di cinquantamila euro sia stata prontamente pagata, senza che la contestazione andasse al di là di un’accusa di pregiudizio politico affidata al «Blog delle stelle».

A ben vedere, la manipolabilità degli elettori è un limite che da sempre grava sugli istituti di democrazia diretta. Il potere di rivolgere la domanda è ben più decisivo di quello di fornire la risposta. Referendum, petizione, iniziativa popolare ecc. sono tutti strumenti attivabili da minoranze organizzate che formulano opzioni politiche circoscritte da sottoporre al corpo elettorale. Sono, dunque, più credibilmente considerabili dispositivi nelle mani di élite, in dialettica con le forze parlamentari, piuttosto che come mezzi d’azione del popolo nel suo complesso.

Come ha argomentato il costituzionalista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde – che pure riconosce alla democrazia diretta un «plusvalore democratico» rispetto alla democrazia rappresentativa – le forme della democrazia diretta non riescono a mascherare la sostanza dell’organizzazione rappresentativa che le mette concretamente in azione. Basti pensare alla formazione politica che più di tutte, nella storia repubblicana, ha utilizzato lo strumento referendario, il Partito radicale: un ristretto circolo di militanti raccolto intorno a un leader carismatico oggetto di venerazione. 

Esempio clamoroso di manipolazione dell’elettorato tramite lo strumento referendario è il quesito formulato per la consultazione costituzionale del 2016: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione?». Come a dire: siete favorevoli o contrari al Paese di Bengodi?

Persino la scelta della data della consultazione può rivelare le intenzioni manipolative dei proponenti: come nel caso del referendum consultivo veneto sull’autonomia regionale differenziata, fissato nel giorno esatto del 151° anniversario del plebiscito che sancì l’annessione del Veneto al Regno d’Italia.

Con battuta fulminante, il costituzionalista Alfonso Di Giovine domanda: «democrazia diretta: da chi?» e mette in luce come, nella storia repubblicana, i quesiti referendari siano sempre stati utilizzati, più che per innovare l’ordinamento giuridico, per influire sugli equilibri politici esistenti. Esattamente quel che oggi fa la forza politica che doveva cambiare per sempre il modo di fare politica in Italia, quella che doveva aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno». E, invece, eccoli qui, disciplinatamente inscatolati, nel metodo e nella sostanza, esattamente come tutti gli altri.

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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2 Comments on “«Democrazia diretta»: da chi?”

  1. Se l’Oxford English Dictionary, edizione 2018, ha dichiarato la verità “irrilevante”, non si vede per quale motivo si debba ancora ritenere la logica “coerente”: non siamo forse slittati nell’era del tramsumanesimo, cioè della transumanza dalla logica dell’opportunismo all’opportunismo della logica? Di che cosa stupirsi, ormai?

  2. In democrazia il cittadino è libero ma condizionato. Il condizionamento sarebbe giusto e giustificato se derivasse da un patto sociale predisposto, funzionale e realmente funzionante ad organizzare la società per fare stare il meglio possibile i cittadini.
    Abbiamo, sicuramente, l’evidente contraddizione di tutti i partiti costruiti su principi categorici che si ripromettono di ricevere affidamento senza discussione.
    Ma i costituzionalisti mi sembra intervengano troppo poco a protestare contro il condizionamento strisciante che subisce nella nostra società il cittadino comune. Viviamo in un meccanismo di potere e sudditanza tanto bene inviluppato nelle modalità del vivere, come dire abitudini e comportamenti, da risultare nascosto a chi ci vive dentro inconsapevole. La verità è che siamo molto lontani da una società realmente fondata sul patto sociale. Il patto sociale fu proclamato ma mai accettato pienamente dalla popolazione. Gli speculatori del potere si sono giovati di una modalità che proprio il patto avrebbe dovuto fare decadere e cioè che siamo abituati a considerare ogni relazione tra i cittadini come un processo conseguente dal confronto del potere di ciascuno. Questa eredità del passato permea la nostra vita e condiziona il nostro modo di pensare e si trasferisce dalle modalità quotidiane alle decisioni collettive. Proprio perché il patto di convivenza non è accettato da tutti i detentori del potere politico possono continuare a tradirlo e spesso chi lo tradisce dettando persino regole di propria convenienza è costretto a predisporre enormi apparati pubblici che si dedicano al controllo e alle punizioni dei trasgressori. Il patto sociale ne viene ulteriormente sminuito. Ma è troppo difficile accontentati!

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