Draghi, Renzi e la dittatura del mercato

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La sensazione è quella di scivolare su un piano inclinato: dal male (un male senza alternative migliori) del governo Conte al peggio del possibile governo Draghi, al pessimo di un governo Salvini-Meloni, che sembra ora ancor più inevitabile.

Matteo Renzi c’è riuscito di nuovo. Prima con Letta, adesso con Conte: attraverso crisi extraparlamentari strozzatesi nelle ovattate stanze del Quirinale, ha ucciso due governi che avrebbe dovuto lealmente sostenere. Nel primo caso per fatto personale (l’ascesa alla presidenza del Consiglio), in questo anche (per riacquistare un qualche credito agli occhi dell’establishment internazionale). E in entrambi con la stessa disinteressata dedizione agli interessi del Paese che è apparsa nel mostruoso episodio saudita (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/02/01/matteo-renzi-e-il-rinascimento-saudita/): che da solo sarebbe bastato a porre fine a a qualunque carriera politica, in un paese civile.

Renzi, dunque, trionfa: umiliando tutti (a partire dal Parlamento) e presentandosi a fianco di Mattarella come il salvatore della patria. Un gioco di sponda che, spiace dirlo, ingenera qualche dubbio anche sul ruolo del presidente della Repubblica: specie per il singolare discorso con cui questi ha escluso tassativamente la possibilità di andare ora ad elezioni. Un orientamento che Renzi forse non ignorava, come invece, evidentemente, lo ignoravano i vertici del Pd: i quali, inducendo Conte a dimettersi laddove non era affatto necessario, ne hanno servito a Renzi la testa su un piatto d’argento.

Se Renzi è il grande elettore di Draghi, cosa faranno gli altri? La Lega ha un duplice interesse a permettere che questo governo nasca: prima astenendosi (e così rivelandosi determinante, e apparendo affidabile a mercati e poteri internazionali – «Salvini ha una grande opportunità – ha subito twittato il direttore di Repubblica Maurizio Molinari – il sostegno a Draghi gli consentirebbe di avere la legittimità europea che gli manca»), e poi intercettando la protesta sociale che l’azione di Draghi provocherà. Il Pd è nella situazione peggiore: il suo profilo moderato e “responsabile” gli rende difficile sfilarsi, ma il rischio che Renzi se lo riprenda, svegliando le quinte colonne dormienti, è ora concretissimo. Il Movimento 5 Stelle ha invece la sua grande occasione per tornare a un ruolo antisistema, recuperando un po’ di quella presa che sembrava ormai irrimediabilmente perduta: se dice di no a Draghi, potrebbe essere l’unica opposizione – insieme, forse, alla falange della Meloni, frenata però dalla linea morbida di Forza Italia e Lega, e comunque tentata dall’astensione. Se invece dovesse prevalere la sindrome di Stoccolma, e i Cinque Stelle votassero per Draghi, il Movimento sarebbe davvero finito: e anche questo colpisce nella scelta di di Mattarella, avvenuta senza consultazioni sul nuovo nome. Perché imporre al Movimento non una Cartabia o una Lamorgese, ma il grande custode del sistema bancario internazionale, quasi pretendendo la definitiva abiura dei 5 Stelle dalla loro più profonda identità?

Perché, al di là dell’effimera geometria parlamentare di cui sopra, il significato profondo dell’avvento del messia Draghi è assai evidente: esce di scena il tentativo di risposta (fallimentare, caotico) alla domanda di giustizia ed eguaglianza suscitata dalla dittatura del mercato internazionale e dell’establishment ad esso legato; e rientra in scena, attraverso un suo gran sacerdote, esattamente quel mercato e quell’establishment. Passiamo da una cura inadeguata e sbagliata, al ritorno in grande stile della malattia. Vista dal punto di vista della grande maggioranza del Paese (chi vive del proprio lavoro, e chi lavoro non ha), è una netta regressione.

A dirlo è la storia dello stesso presidente del consiglio incaricato. Marco Revelli ha ricordato, su questo sito (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/03/29/draghi-lupi-faine-e-sciacalli/), il ruolo centrale avuto da Draghi (come direttore generale del Tesoro per dieci anni cruciali dal 1991al 2001) nella svendita del patrimonio pubblico italiano. Nella brutale sintesi di Francesco Cossiga (una volta tanto lucido): «il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica: la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro […]». Cossiga aggiungeva che «non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana». Uno scrupolo che evidentemente Sergio Mattarella non nutre.

Naturalmente, tutto questo non significa che Draghi non capisca la delicatezza della situazione, e non provi a governare in un’altra direzione. Come ha scritto il direttore della rivista Il Mulino, Mario Ricciardi: «Ciò che Mario Draghi ha fatto in passato, come civil servant e come banchiere centrale, non consente di affermare con certezza in che direzione si orienterà la sua azione in futuro. L’uomo ha mostrato, anche di recente, di essere un pragmatista. La situazione, anche a livello internazionale, non è più quella del 2008. Dogmi sono stati messi in discussione, nuove minacce si sono palesate, che in Italia destano grande preoccupazione». Ma, aggiunge giustamente Ricciardi, «sul piano strettamente politico questo comporta resistere alla pressione, evidente in alcune tra le reazioni alla convocazione di Draghi al Quirinale, di chi non vede l’ora di chiudere la stagione sfortunata dell’alleanza tra Pd e M5s, vedendo nella caduta del governo Conte il segnale di un ritorno alla normalità: la vittoria finale dei competenti sugli incompetenti, il trionfo della meritocrazia sull’arroganza dei mediocri. […] L’idea di un’aristocrazia che si autoproclama tale è una pericolosa illusione, che non può che aumentare ulteriormente, e in modo pernicioso, il solco tra istituzioni e società civile, tra classi dirigenti e cittadini. […] Un’aristocrazia di cosmopoliti il cui principale interesse è la mobilità del capitale finanziario non può andare lontano quando entra in conflitto con una parte consistente della popolazione». Un’aristocrazia a cui credono di appartenere, per esempio, i grandi magnati italiani padroni dei giornaloni che ora spandono nuvole di incenso intorno a Draghi – e al sicario di Rignano.

Le prime parole di Draghi da presidente incaricato hanno menzionato la «possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale». “Coesione sociale” può voler dire cose molto diverse: il desiderio della suddetta aristocrazia di strozzare il conflitto sociale, per non vedere il sangue per strada quando scende dal superattico; o, al contrario, un obiettivo di pace sociale da raggiungere attraverso la giustizia sociale. Ora, il passaggio centrale del discorso di Draghi al meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate invocava un unico dogma, anzi un “imperativo assoluto”: «Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri» (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/08/22/le-favole-draghi-e-il-pd/). Se questa è la prospettiva, siamo saldamente dentro la logica suicida di una crescita infinita e produttrice di iniquità letali, appena mascherata da sostenibilità e compassione. Intendiamoci, non che con Conte e la sua maggioranza fossimo su una linea alternativa: ma così si torna all’ortodossia mortale del pensiero unico.

Manca, come sempre, uno sguardo di sinistra: come certifica, tragicomicamente, l’apertura a Draghi da parte delle frattaglie cucite in Liberi e Uguali. Quello sguardo dal basso, icasticamente presente in un tweet di Mauro Vanetti: «Hai poco da compiacerti della competenza del cuoco, se sei un ingrediente».

Già nel 1970 un pensatore profetico come Ivan Illich poteva scrivere che «la questione centrale del nostro tempo rimane quella che i ricchi vanno diventando ancora più ricchi, i poveri ancora più poveri». Il fatto che, cinquant’anni dopo, l’Italia si affidi a un Mario Draghi, fa pensare che siamo ancora ben lontani non dico dall’invertire la rotta, ma anche solo dal capire che quella è davvero, e sempre di più, la questione centrale.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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5 Comments on “Draghi, Renzi e la dittatura del mercato”

  1. Un breve saggio incisivo e doloroso quello dell’apprezzato Montanari, con un’analisi che mio malgrado sono costretto a condividere. Siamo in una situazione in cui il Popolo, quello appunto con la “P” maiuscola, quello che secondo la nostra bistrattata carta costituzionale dovrebbe essere sovrano, si trova ad andare sempre più indietro non solo come rappresentatività, ma anche come consapevolezza della propria sovranità, riportato a ritroso nei secoli dalla propaganda imperante dei tempi in cui il principe era malvagio e l’imperatore era buono, quando si mandavano delegazioni a supplicare il magnanimo imperatore affinché intercedesse nei confronti del sovrano corrotto. Ora ci viene proposto, per accontentare l’Europa (l’imperatore?), anzi, ci viene offerto su di un piatto d’argento l’uomo che rappresenta la sicurezza dei mercati, l’equilibrio della moneta, la libertà della finanza e la tutela (?) del risparmio. Ma sono questi i valori della nostra costituzione? O sono piuttosto quelli della finanza globale? La strada purtroppo è avviata da tempo e qualunque resistenza porterebbe ad una reazione uguale e contraria (se non spropositatamente maggiore) della finanza internazionale, di quella BCE di cui Draghi è sacerdote emerito, con titoli del debito pubblico riversati a valanga sul mercato finanziario affinché il popolo bue capisca che i mercati non apprezzano il suo ultimo anelito di libertà, il suo ultimo vagito di dignità e si sottometta a loro definitivamente. Già siamo stati convinti che il Parlamento sia un qualcosa di dannoso e un primo pezzo ce lo siamo tolto, ed ora veniamo persuasi che il bene della finanza internazionale e la stabilità dell’Euro siano la soluzione unica ed irrinunciabile per risolvere i problemi di occupazione, istruzione, sanità, pauperizzazione incipiente, disagio sociale? Con un paragone un po’ forzato mi permetto di ricordare che, cercando una maggiore libertà di manovra, Adolf Hitler – probabilmente uno dei politici più bui del novecento, ma che ha dimostrato ampiamente di essere stato un grande ammaliatore di folle – decise di dare fuoco al Reichstag, mentre in Italia abbiamo pacificamente convinto il popolo (ammaliato ancor meglio) a rinunciare sua sponte ad una (per ora solo una) parte della propria rappresentanza. Ora abbiamo addirittura un banchiere, personaggio che sinora ha pensato a soddisfare mercati e finanza, pronto a cambiare casacca per assistere un popolo bisognoso di intravvedere un futuro socialmente accettabile? Non capisco come si possa essere così ingenui da credere che l’orco possa gestire l’asilo infantile meglio di una balia premurosa. Eppure abbiamo Mattarella in prima fila a plaudire. Ne vedremo delle belle, anzi brutte, molto brutte, temo.

  2. Parlare pudicamente della politica mattarelliana come se “spiace dirlo”, “mi sembra impossibile”, ecc… porta perfino a rimpiangere Kossiga… siamo messi bene!
    Il gran rifiuto a Savona dovrebbe avere insegnato a chiunque, che la parola d’ordine era non svegliare la speculazione dei mercati finanziari. Evocata a gran voce in quei giorni dal presidente, invocata da chi ancora viene definito “di sinistra” (perchè furbescamente e non solo ingenuamente tale si continua a definire). Ormai assurta ad Unico Vero Argine alla Destra Impresentabile.
    Ancora poche settimane fa, sotto l’egida del dalemino si parlavano tra loro con deferenza, di futuro della sinistra, ideologi osannati talvolta anche sul Manifesto e su Volerelaluna con personaggi da Renzi ad Amato… La chimera dell’Unità a Sinistra si alimentava di Alte Parole. Forse patetiche, nondimeno sintomo di un più generale deragliamento ad alta velocità, senza disastri solo perchè intorno non ci sono pareti di roccia ma un mare di indifferenza ingenua o interessata.
    Oggi, la politica parlamentare ci ha ridotti a discutere di tattiche, mutevoli perfino più della Finanza ad Alta Velocità dei mercati digitali.
    Ad esempio, sono rimaste poche scommesse (nere) sul futuro prossimo, candidate davvero a realizzarsi. Una di esse, confermate dal (solito) discorso programmatico di Draghi a Rimini, riguarda la sua politica di governo dichiarata: il Reddito di Cittadinanza secondo canoni accettati in Europa diverrà una realtà, spendibile anche per dare ossigeno al sostegno asfittico di M5S e LeU, oltre che per poter dare la mano senza lavarsela con l’inquilino d’Oltretevere. Un’aristocrazia illuminata insomma.
    Tutto il resto, la stessa aristocrazia lascia intendere, è persa nei sogni rivoluzionari novecenteschi: dovremmo lasciarla lavorare come sa il Santo d’Alto Bordo. Che è gradito ovunque conti, in quanto Fratello di cotanta Cittadinanza Globale.
    Il sovranismo alla Bannon, torna per un po’ nelle fogne. E’ stato solo un ratto che ha provato a intrufolarsi nei palazzi. Non l’ha cacciato il gatto, ma solo una scopa: l’idea che tutto si riconducesse al contrasto tra sovranismo e internazionalismo illuminato. Un’idea aristocratica. Il ratto tornerà, ma a quel punto non sarà più il solo avversario.

  3. In politica non credo al caso. Pertanto penso che il probabile epilogo con la formazione di un governo Draghi, sia il frutto di una concertazione tra varie forze politiche che hanno condotto ed attuato le varie fasi di questa crisi. Non so, non posso dire, quanto consapevolmente, ma è certo che l’obiettuvo finale, verso il quale anche con la gestione della vicenda governo Draghi ci si sta dirigendo, fa parte di quel disegno di revisione del nostro sistema democratico che, ad ogni occasione, si cerca di perseguire. Mattarella ha dato un incarico dopo la farsa della esplorazione di Fico, passando sopra al preventivo, eventuale e forse possibile accordo di una maggioranza, verificabile in parlamento solo con una fiducia, però non richiesta, dopo che Giuseppe Conte aveva lasciato l’incarico con dimissioni ingiustificate, non essendo mai stato sfiduciato dal parlamento. Tutto ciò non può essere stato casuale. Quanto ai Grillini, poveretti, non sono messi in grado di percepire certe manovre salvo per alcuni esponenti. Infatti non credo che non ci saranno rotture nel movimento.

  4. Qualche volta perfino a Di Battista capita di azzeccare qualcosa (si sa, a pensar male…. diceva il Divo Giulio, mi pare).
    Vedi ad esempio https://www.open.online/2021/02/05/crisi-di-governo-di-battista-si-smarca-telefonata-grillo-draghi/.
    La Corte nobiliare, che rappresenta l’elite italiana ed esprime il Colle, guida con pazienza il cammino alla successione al trono. Di Draghi si parla da tempo, non dall’altro ieri. I silenzi di quest’ultimo non facevano altro che circondarlo d’incenso e poco altro. Ai critici non resta molto altro che riciclare vicende lontane nel tempo (quelle citate da Cossiga). Perchè andare a cose più recenti significherebbe arrivare almeno al “whatever it takes”. E attirarsi le sacre ire dei neokeynesiani. E senza questi ultimi, si sa, la sinistra nemmeno ci sarebbe. (Sicuri???)
    La successione, dicevo. Intendo da Mattarella a Draghi, in una chiave di lettura che credo chiarisca molte apparenti oscurità di questa crisi di governo. Sarà contento, chi temeva che il problema principale si limitasse alla futuribile maggioranza destrorsa con dominio di parlamento governo e presidenza della repubblica. Qua l’elite “democratica” sta investendo le sue sicurezze: metteranno un drago a difendere il castello contro le mire della Destra Pericolosa. Vogliamo accettare questo drago, come il meno peggio?
    Deja vu.
    Il “più meglio” che può succedere, è che Draghi voglia calcare le orme di Ciampi.
    Del quale, rimpiangiamo tutti l’umanità sincera.
    Ma c’è sempre qualcosa che resta così fuori dalla porta. E sono le istanze che davvero cambierebbero le cose, a vantaggio degli ultimi e del pianeta. Sarebbero costrette agli interstizi, sul muro crepato della Grande Moneta Bancaria che ci governa (e che solo gli sprovveduti pensano coincida con l’istituzione europea).
    L’elite magari annaffierà un po’ quella buona pianta, ma stando bene attenta di non farne cadere i semi dove potrebbero germogliare estesamente.

  5. Oggi il cittadino comune si trova nella situazione di auto ricattarsi proponendosi la domanda: chi oggi mi dà da vivere me lo darà ancora domani? Sono in condizione di oppormi a quanto mi chiede? La gran parte dei cittadini non possono fare altro che rispondere: no. Questa è la bella democrazia che siamo riusciti a costruire. Ma moltissimi diranno: Sei il solito brontolone. Prima della crisi io stavo bene, ero contento di quanto le mie capacità mi permettevano di guadagnare. È tutta colpa della pandemia e dello sconvolgimento economico che ne è conseguito. Quando mi è capitato di incrociare un poveretto, gli ho fatto la carità ; che altro avrei potuto fare?
    Tutta questa gente in condizione di auto ricatto (fra i quali anche i poveri che dedicano tutto il proprio tempo a procurarsi il pane quotidiano) è il più grande alleato degli immobilisti mascherati da progressisti.
    Ad un vecchio pensionato, come me, con poche prospettive di vita futura che non si trova nella condizione di auto ricatto, gli è permesso e dice la sua.
    Non metto in dubbio che il racconto delle magagne del passato che però influirono direttamente solo su alcuni e indirettamente su tutti gli altri possa servire a chiarire le idee di qualcuno. Ma è l’idea su cui quelle magagne fondarono il proprio svilupparsi che non essendo state rinnegate e che espresse ancora oggi con qualche ambiguità, devono essere per quanto possibile analizzate e chiarite. Se non potremo evitare che queste persone ci governino, facciamoci dire da loro come la pensano e vedremo se potranno articolare discorsi senza palesi contraddizioni che li impegnino nei comportamenti futuri.
    Draghi: il debito buono e il debito cattivo.
    Affidiamoci alla logica pragmatica. Da un seme può nascere una pianta di bellissimo aspetto e rigogliosa ma i cui frutti producono solo a pochi che li mangiano sapore molto gradevole e malessere sopportabile, invece a tantissimi un veleno con dolori insopportabili fino alla morte. Il pragmatico oggettivo verifica i frutti dell’albero e lo classifica velenoso.
    Classificare il debito buono o cattivo mi sembra un criterio superficiale che perciò finisce con l’esprimere considerazioni che prestano attenzione solo ad un aspetto del problema facendolo risultare decisivo per i provvedimenti di chi ci governa o governerà. A me sembra, e se mi sbaglio correggetemi, che se contrarre un debito significa una modalità attraverso la quale, una persona o un insieme in qualche modo organizzato di persone, si rende capace dell’utilizzo di denaro lo possiamo definire buono o cattivo solo relativamente a come la somma di denaro viene procurata e non all’uso che ne facciamo. Estremizzando la problematica per renderla chiara, la cattiva azione di procurarselo rubando o vendendo droga oppure subendo l’azione cattiva di uno strozzino, non può essere resa buona da qualsiasi azione si faccia dopo con quel denaro.
    Ritornando all’esempio dell’albero il denaro non deve essere inteso come un seme ma piuttosto come un concime. Se, secondo me, lo intendiamo come un seme facciamo crescere un albero chiaramente specializzato a produrre denaro e solo in modo residuale quanto serve ad altro ad esempio a far vivere meglio la popolazione. Giudicare in modo oggettivo il prestito-debito buono o cattivo investe tutto un insieme di considerazioni che riguardano i due soggetti interessati. Chi presta il denaro deve essere consapevole di quanto può prestare e di quanto può aspettare per la restituzione. È perciò che le condizioni di chi presta intervengono a chiedere misure organizzative dettate al debitore che riguardano i tempi e le modalità di restituzione. Ma le misure non dovrebbero limitare violentemente lo scopo buono del debito inteso come disponibilità di denaro, che, nel caso della comunità, è quello di migliorare lo stato di vivibilità diffuso nella stessa. Allora un buon debito può comprendere il fatto organizzativo che guarda a tutti gli aspetti contemporaneamente e si sviluppa nel tempo in sicurezza facendo coincidere con criteri duttili le restituzioni di denaro con il raggiungimento di obiettivi diversi dalla restituzione, come il risanamento dal malessere. Allora guardando le questioni nel modo più possibile oggettivo chi presiede all’organizzazione deve incidere sul sistema complessivo creando il massimo di comunione d’intenti. Le attività che sono gli alberi da concimare per riceverne il frutto devono essere coltivate con le tecniche migliori, quelle che stimolano la partecipazione accomunando la popolazione al raggiungimento dell’obiettivo. Poiché lo star bene del cittadino nella società attuale non può prescindere dall’aver disponibilità di denaro un obiettivo imprescindibile è la perequazione del reddito.

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