Votare con il Rosatellum: un suicidio annunciato

18/01/2021 di:

In questi giorni, la parola «elezioni» ricorre, sempre più ossessivamente, sulle prime pagine dei giornali. Minacciate, temute, attese: certo non escluse. Possibili. Come ha detto (una volta tanto saggiamente) Nicola Zingaretti, alle elezioni si può arrivare anche non volendo: come risultato della somma di errori, egoismi, bizze, miopie, bluff cui si è ridotta la politica del potere. Il fatto stesso di essere arrivati a questa crisi nel pieno di una pandemia che è ben lungi dall’esser sotto controllo, dimostra che il sistema non ha meccanismi di sicurezza efficaci.

Ebbene, ogni volta che leggo quella parola, «elezioni» penso che sarebbe bello (edificante, decoroso, corretto) avere le pubbliche scuse di tutti gli amici, e maestri, che hanno più o meno esplicitamente esortato a votare Sì al referendum sul taglio dei parlamentari, nello scorso settembre. Almeno da sinistra, l’“argomentazione” più ricorrente è stata che a quella “salutare sferzata” la maggioranza parlamentare giallo-rosa avrebbe immancabilmente costruito una legge elettorale proporzionale. A nulla valse far notare che, senza la costituzionalizzazione della legge elettorale tutto rimaneva nelle stesse mani inerti che si volevano “tagliare”.

Ebbene, è andata come era ovvio che andasse: la legge elettorale non è stata fatta.

E il 23 dicembre il Capo dello Stato ha firmato la riorganizzazione dei collegi che permette all’ignobile Rosatellum di funzionare anche con le Camere amputate. Se si votasse, si voterebbe così: cioè nel modo che tutti quegli stessi sostenitori del Sì esecravano, dicendosi certi che no, non sarebbe mai potuto accadere. E sommare la distorsione del Rosatellum alla distorsione del taglio non darebbe (solo) il risultato di una deformazione del prossimo Parlamento. No, potrebbe dare il colpo fatale alla democrazia italiana.

Le simulazioni più recenti (per esempio quella YouTrend dell’11 gennaio) dicono che, votando ora, la destra guidata da Salvini e Meloni avrebbe 248 seggi sui 400 della Camera, e 124 sui 200 del Senato. Il che significa non solo disporre della maggioranza per governare, ma anche per eleggere il Presidente della Repubblica e tutti gli organi di garanzia (si pensi solo alla Corte Costituzionale). Ed essere letteralmente a un passo dai due terzi (267 alla Camera, 134 al Senato) per cambiare la Costituzione senza passare da un referendum popolare. Non credo ci sia bisogno di enfatizzare una situazione che vedrebbe Salvini, Meloni, Berlusconi al posto di Calamandrei, Basso, Lussu… Cosa accadrebbe alla nostra democrazia?

Di fronte a uno scenario di questo tipo, le scuse dei fautori del Sì (per quanto desiderabili, e giuste) non sarebbero certo di aiuto.

Il punto è un altro: ed è che bisogna avere ben chiaro che le elezioni, in questa situazione, non sono un approdo come un altro. Sento moltiplicarsi, anche nel Pd, le voci di chi le prospetta (magari solo per spaventare i renziani) come il male minore. È un tragico errore: proprio il Pd, che ha accettato di votare Sì al referendum per effimere ragioni tattiche, ha ora il dovere di non far andare il Paese alle urne con questo assetto elettorale-istituzionale.

Non so cosa abbia mosso l’egotico e disperato capo di Italia Viva, ma non mi stupirei affatto se, al fondo, un accordo tra i due Matteo funzionasse da paracadute: un posto magari alla Nato e un salvacondotto giudiziario in cambio dell’Italia legata e imbavagliata. In ogni caso, questo rischia comunque di essere l’esito finale, se si va a votare il futuro, piccolo Parlamento con questa legge elettorale.

Votare in queste condizioni potrebbe essere un suicidio: ma non per Conte e per la sua maggioranza. Per il Paese.