Votare con il Rosatellum: un suicidio annunciato

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In questi giorni, la parola «elezioni» ricorre, sempre più ossessivamente, sulle prime pagine dei giornali. Minacciate, temute, attese: certo non escluse. Possibili. Come ha detto (una volta tanto saggiamente) Nicola Zingaretti, alle elezioni si può arrivare anche non volendo: come risultato della somma di errori, egoismi, bizze, miopie, bluff cui si è ridotta la politica del potere. Il fatto stesso di essere arrivati a questa crisi nel pieno di una pandemia che è ben lungi dall’esser sotto controllo, dimostra che il sistema non ha meccanismi di sicurezza efficaci.

Ebbene, ogni volta che leggo quella parola, «elezioni» penso che sarebbe bello (edificante, decoroso, corretto) avere le pubbliche scuse di tutti gli amici, e maestri, che hanno più o meno esplicitamente esortato a votare Sì al referendum sul taglio dei parlamentari, nello scorso settembre. Almeno da sinistra, l’“argomentazione” più ricorrente è stata che a quella “salutare sferzata” la maggioranza parlamentare giallo-rosa avrebbe immancabilmente costruito una legge elettorale proporzionale. A nulla valse far notare che, senza la costituzionalizzazione della legge elettorale tutto rimaneva nelle stesse mani inerti che si volevano “tagliare”.

Ebbene, è andata come era ovvio che andasse: la legge elettorale non è stata fatta.

E il 23 dicembre il Capo dello Stato ha firmato la riorganizzazione dei collegi che permette all’ignobile Rosatellum di funzionare anche con le Camere amputate. Se si votasse, si voterebbe così: cioè nel modo che tutti quegli stessi sostenitori del Sì esecravano, dicendosi certi che no, non sarebbe mai potuto accadere. E sommare la distorsione del Rosatellum alla distorsione del taglio non darebbe (solo) il risultato di una deformazione del prossimo Parlamento. No, potrebbe dare il colpo fatale alla democrazia italiana.

Le simulazioni più recenti (per esempio quella YouTrend dell’11 gennaio) dicono che, votando ora, la destra guidata da Salvini e Meloni avrebbe 248 seggi sui 400 della Camera, e 124 sui 200 del Senato. Il che significa non solo disporre della maggioranza per governare, ma anche per eleggere il Presidente della Repubblica e tutti gli organi di garanzia (si pensi solo alla Corte Costituzionale). Ed essere letteralmente a un passo dai due terzi (267 alla Camera, 134 al Senato) per cambiare la Costituzione senza passare da un referendum popolare. Non credo ci sia bisogno di enfatizzare una situazione che vedrebbe Salvini, Meloni, Berlusconi al posto di Calamandrei, Basso, Lussu… Cosa accadrebbe alla nostra democrazia?

Di fronte a uno scenario di questo tipo, le scuse dei fautori del Sì (per quanto desiderabili, e giuste) non sarebbero certo di aiuto.

Il punto è un altro: ed è che bisogna avere ben chiaro che le elezioni, in questa situazione, non sono un approdo come un altro. Sento moltiplicarsi, anche nel Pd, le voci di chi le prospetta (magari solo per spaventare i renziani) come il male minore. È un tragico errore: proprio il Pd, che ha accettato di votare Sì al referendum per effimere ragioni tattiche, ha ora il dovere di non far andare il Paese alle urne con questo assetto elettorale-istituzionale.

Non so cosa abbia mosso l’egotico e disperato capo di Italia Viva, ma non mi stupirei affatto se, al fondo, un accordo tra i due Matteo funzionasse da paracadute: un posto magari alla Nato e un salvacondotto giudiziario in cambio dell’Italia legata e imbavagliata. In ogni caso, questo rischia comunque di essere l’esito finale, se si va a votare il futuro, piccolo Parlamento con questa legge elettorale.

Votare in queste condizioni potrebbe essere un suicidio: ma non per Conte e per la sua maggioranza. Per il Paese.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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3 Comments on “Votare con il Rosatellum: un suicidio annunciato”

  1. Ma perché, se si andrà a votare alla scadenza “naturale” (come qualcuno a volte la chiama, equiparandone la periodicità procedurale a quella con cui le piante mettono le foglie in primavera) della legislatura, cioé nel 2023, i risultati che Salvini-Meloni otterranno saranno tanto diversi da quelli che Youtrend prevede per loro se si votasse adesso? Non credo. A naso, penserei anzi che potrebbero essere addirittura superiori, potendo contare su due anni e qualche mese in più di ulteriori danni sociali ed ambientali prodotti da Conte &Co. Allora non sarebbe meglio, anziché aggrapparsi disperatamente alle sempre più rade e sempre più microscopiche sporgenze del piano inclinato su cui da trent’anni stiamo scivolando, non sarebbe meglio lasciarsi andare giù, raggiungere il fondo, ed attrezzarsi, ideologicamente ed organizzativamente, per un’opposizione fatta in un contesto a-democratico, anti-democratico, autoritario, cripto-dittatoriale, o magari anche dittatoriale a tutti gli effetti? Tanto prima o poi ci si arriva. Quindi meglio anticipare i tempi e non farsi cogliere impreparati.
    “A te convien tenere altro viaggio”, dice un antico poeta classico a quel suo concittadino, Montanari, smarritosi (720 anni orsono) in una selva oscura, dalla quale ha tentato inutilmente di uscire dirigendosi verso il colle illuminato dalla luce della grazia. Ma, come noto, questa apparentemente agevole strada é sbarrata dalle tre fiere ed impercorribile. L’unico (non il migliore, si badi, che qui un meglio non c’é) ma l’unico modo di uscirne é quello di percorrere per intero una strada assai più lunga, faticosa ed orrenda. E, nel nostro caso, senza nemmeno alcuna garanzia di uscire un giorno a riveder le stelle. Credo però che la nostra situazione sia proprio questa. Anzi, direi che non ci troviamo nemmeno più nella selva oscura, incerti sul da farsi, ma che siamo già scesi giù di qualche girone. Non possiamo continuare a far finta che non sia così.

  2. Io da buon vecchio proporzionalista ho sempre detto e rimpiango tutt’ora il sistema proporzionale puro, perché lo ritengo uno dei sistemi elettorali meglio rappresentativi e quando ho visto il referendum sul taglio dei parlamentari mi sono subito schierato nei NO e ho fatto nel mio limite del possibile campagna per il NO proprio dal punto di vista del proporzionalismo e non solo proporzionalismo ma anche con voto di preferenza.

  3. Purtroppo fare anche un accordo con Renzi è un “suicidio annunciato”

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