L'”istinto di classe” del virus

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Napoli – La mensa dei poveri al Santuario del Carmine

Che il virus, come la sfortuna, non fosse cieco, anzi ci vedesse benissimo – che fosse dotato di una solida coscienza di classe alla rovescia, colpendo molto più duro in basso che in alto -, l’avevamo capito fin dalla prima ondata. Ce lo dicevano le mappe più che non le tabelle dell’Iss, quelle (poche, purtroppo, ma eloquentissime) con la distribuzione dei contagi per quartieri nelle grandi città, con le ZTL (Parioli a Roma, Crocetta e Centro a Torino, Magenta e Sempione a Milano) quasi risparmiate dal morbo e quelle periferiche (l’oltre raccordo anulare, le barriere, l’aldilà del cerchio dei viali) flagellate. Ora lo certifica anche il Censis, rivelando che ne è consapevole il 90,2% degli italiani.

L’epidemia ha scavato voragini negli strati popolari, sia sul piano del bios, nella nuda vita, considerata spesso vita di scarto, comandata al lavoro quando le fasce alte si difendevano col lockdown, costretta a elemosinare un posto sempre più raro in terapia intensiva mentre per gli altri c’era il reparto “Diamante” al San Raffaele; sia sul piano dell’oikos ovvero dell’”economia domestica” dove le misure anti-contagio (certo sacrosante) hanno operato con effetti inversamente proporzionali alla collocazione lungo la piramide sociale: tanto più duramente quanto più fragili erano le figure colpite. Gli occupati con funzioni manuali in settori esposti alla cassa integrazione e ai suoi meccanismi spesso lesionati da ritardi e decurtazioni, che se va bene si sono visti un reddito già risicato ulteriormente ridotto del 20 o 30%. O, più sotto, quelli che stan sospesi in settori industriali già in crisi prima della pandemia (e sono tanti), ora avviati a un “fine vita” lavorativa senza orizzonte. E poi giù giù, fino ai penultimi, i lavoratori marginali, le categorie deboli della manifattura e soprattutto dei servizi, quelli a tempo determinato, delle imprese piccole e piccolissime, che temono ad ogni scadenza la “discesa agli inferi della disoccupazione” (è già toccato a 400.000 di loro). E agli ultimi, i precari, quelli della “gig economy”, del lavoro a giornata (“casuale” lo chiama il Censis), del sommerso e del nero, quelli che, appunto, se non lavorano non mangiano perché non hanno cuscinetti di grasso messi da parte per i tempi difficili per la semplice ragione che non hanno mai vissuto ”tempi facili”. Se va bene ricorreranno al silver welfare offerto da nonni o genitori pensionati, altrimenti saranno soli a contendersi un reddito di cittadinanza benedetto ma avaro (da marzo a settembre 2020 582.485 individui in più vi hanno fatto ricorso, con una crescita del 22,8%, con buona pace dei non pochi oppositori di un istituto troppo spesso liquidato con la retorica “del divano”).

Sono un esercito questi “ultimi”. 5 milioni, calcola il Censis, che aggiunge che “hanno finito per inabissarsi senza rumore” (proprio così scrivono: “senza rumore”, e l’espressione mette i brividi perché evoca uno scenario di solitudine sociale post-catastrofico). Ma accanto a questi “sommersi” ci sono anche, sia pur molto ma molto meno numerosi, i “salvati”. Quelli che dalle ricadute economiche della pandemia sono stati meno danneggiati. O che addirittura ne sono stati avvantaggiati. Quel 3% di italiani che guadagnano più di 1 milione di dollari (sic) l’anno e possiedono il 34% della ricchezza nazionale – compresi i 40 miliardari che da soli ne monopolizzano ben 165 miliardi – non hanno subito decurtazioni.  Anzi – annota il Censis – “sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia”. D’altra parte – aggiunge il Rapporto, dettagliando l’indagine sui consumi delle famiglie – “a fronte di una spesa mensile media di 2.571 euro, le famiglie meno abbienti, ovvero quelle che spendono meno di 1.000 euro al mese, sono 2.452.728, pari al 9,5% del totale, mentre 79.160 famiglie, pari allo 0,3% del totale, hanno consumi per più di 10.000 euro al mese e spendono complessivamente 962 milioni di euro, l’equivalente della spesa di 1,3 milioni di famiglie che si collocano nel gradino più basso”.

E’ tutta qui la “questione italiana”: in questa spaccatura orizzontale tra una “una società sfibrata dallo spettro del declassamento sociale”, da una parte, e un ristretto ceto possidente irresponsabile e avaro, pronto ad alzare barricate alla sola parola “tassa patrimoniale” e a rivendicare per sé – pensiamo alle raffiche di esternazioni di Carlo Bonomi – tutto, comprese le briciole contese alle deprecate e “improduttive” misure “assistenziali”. Non si tratta, qui, della falsa contesa tra “garantiti” e “non garantiti” (a cui comunque pare credere l’85% degli intervistati, secondo il Rapporto) ma quella, ben più strutturale, e reale, tra ricchi e poveri. Tra abbienti e non aventi”. I primi, sempre più esclusivi e chiusi, i secondi sempre più numerosi e dimenticati. Per questo le raccomandazioni del Censis, secondo cui si imporrebbe “un ripensamento strutturale per la ricostruzione” e la messa in campo di un “progetto collettivo che spazzi via la soggettività egoistica e proterva in cui per decenni abbiamo creduto,  a cui ci siamo affidati con sempre minore convinzione e alla quale, senza alternative, alla fine ci siamo dovuti consegnare prigionieri”, appaiono sacrosante. Ma poco suscettibili di ascolto da parte di un ceto di decisori pubblici che nella sua grande maggioranza, trasversalmente agli schieramenti politici, appare sordo e cieco (anche se purtroppo mai muto).

Lo stesso Governo Conte, che a mio avviso aveva operato relativamente bene nel corso della prima ondata, tenendo ferma l’istanza prioritaria della salvaguardia sanitaria, nella transizione estiva si è arreso ai “vizi strutturali” del Paese – per paura delle voci grosse dei negazionisti, dei confindustriali, degli zangrilli e degli sgarbi quotidiani e dei briatori smargiassi oltre che per la scarsa coesione e la diffusa ignavia della sua maggioranza – privilegiando la ricchezza sulla miseria, l’economia sulla salute, le discoteche sugli ospedali, i bonus vacanze sul reclutamento del personale medico e paramedico… Lo si sapeva da subito che la seconda ondata ci sarebbe stata e sarebbe stata peggiore. Lo dicevano scienziati e ministri. Eppure si è arrivati a ottobre con i trasporti immutati, la sanità territoriale scassata come prima, il personale ospedaliero insufficiente, un welfare allo sbando secondo i vecchi, devastanti dogmi dei liberisti. Potremmo concludere che questo è davvero, come diceva Norberto Bobbio, un paese “irredimibile”. O che comunque, a redimerlo, non saranno certo gli stanchi interpreti dell’attuale rappresentanza politico-istituzionale sempre più cetuale, né gli arruffati capi-bastone di un populismo dei selfi e delle sceneggiate, di fatto più nemici del popolo di quanto non siano i propri stessi avversari nel gioco del potere. Toccherà invece, se mai ci sarà, a un nuovo modo di interpretare l’impegno politico e sociale, con spirito ferocemente eretico.

 

Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto del 6 dicembre col titolo L’istinto di classe della pandemia

 

 

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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