Berlusconi, la bufala del “condannato innocente”, la questione istituzionale

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Sono stato magistrato per 41 anni, cinque dei quali in Cassazione. Ne ho viste molte ma, francamente, non mi è mai accaduto di vedere, e neppure di immaginare, il caso di un giudice (per di più di grande esperienza, data l’età) che, qualche mese dopo aver contribuito a pronunciare una sentenza di condanna, si reca in visita dal condannato per comunicargli di essere un suo fan della prima ora e per confessargli che la sentenza da lui stesso redatta (almeno in parte) e firmata in ogni pagina è «una porcheria». Oggi tutto questo accade, ed è cavalcato da parte della politica come motivo di scandalo: non per il comportamento di quel giudice ma per l’ingiustizia della condanna dimostrata dalle sue parole (sic!).

I protagonisti della poco commendevole vicenda sono noti: il già onorevole Silvio Berlusconi e il consigliere di cassazione Amedeo Franco, componente del collegio che il 1° agosto 2013 confermò la sentenza con cui la Corte d’appello di Milano aveva condannato il fondatore di Forza Italia a quattro anni di reclusione per frode fiscale. Altrettanto noti sono i fatti: qualche giorno fa una rete televisiva dell’arcipelago Mediaset e alcuni quotidiani hanno divulgato la registrazione di una conversazione intercorsa tra il giudice, nel frattempo deceduto, e l’ex presidente del Consiglio in cui il primo afferma, tra l’altro: «Voglio sgravarmi la coscienza […]. Lei è stato trattato ingiustamente e ha subìto una grave ingiustizia […]. “Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone!”: questa è la realtà. […] Hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? […] Si poteva evitare che andasse a finire in mano a questo plotone di esecuzione, come è capitato, perché di peggio non poteva capitare. […] Sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente. […] La sentenza faceva schifo». Il giorno dopo si è appreso che gli incontri tra il giudice e il condannato sono stati ben tre, che sono avvenuti a fine 2013-inizio 2014 e che ad organizzarli (o propiziarli) è stato nientemeno che Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, già segretario di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice dei giudici), all’epoca dei fatti sottosegretario alla giustizia (in quota Berlusconi) nel Governo Letta, prima di essere confermato nello stesso incarico nei Governi Renzi e Gentiloni e di essere eletto parlamentare nelle liste del Partito democratico da dove è transitato in Italia Viva (conservando sempre legami molto stretti con la magistratura e trovando anche il tempo di partecipare, nel maggio 2019, agli incontri nell’hotel Champagne con Luca Palamara, l’on. Luca Lotti e alcuni magistrati del Consiglio superiore per cercare di condizionare, tra l’altro, le nomine dei procuratori della Repubblica di Roma e Perugia preposti ai processi penali a carico di Lotti e Palamara: cfr. https://volerelaluna.it/commenti/2019/06/06/buio-al-csm-tempesta-o-temporale/).

L’impianto della pièce è a dir poco sospetto, ma diventa insostenibile se si scende nel dettaglio: l’analisi dei fatti toglie, infatti, ogni parvenza di credibilità alle affermazioni del giudice sedicente pentito e proietta ombre inquietanti che vanno ben al di là della specifica vicenda.

Primo. Le confessioni del consigliere Franco contengono, a fianco di giudizi soggettivi sul presidente e gli altri componenti del collegio e di altrettanto personali impressioni sul contesto della decisione, due soli riferimenti oggettivi, entrambi clamorosamente smentiti dai fatti. Franco, infatti, sostiene che il processo a carico di Berlusconi venne indebitamente sottratto alla III sezione penale (competente per materia) e dirottato sulla sezione feriale la quale, per parte sua, si discostò, nella decisione, dalla giurisprudenza costante della Suprema Corte. Non è così, anzi è vero il contrario: il processo, pervenuto in Cassazione nel luglio 2013, quando il calendario delle udienze e la composizione dei collegi erano da tempo predisposti, venne assegnato alla feriale proprio su impulso della III sezione che segnalò la necessità della immediata fissazione dell’udienza, secondo le indicazioni generali della presidenza della Corte, perché, altrimenti, i reati si sarebbero prescritti il 2 agosto; il principio di diritto in materia di concorso di persone nel reato affermato nella sentenza, poi, è conforme a numerose e recenti decisioni della stessa Cassazione (sent. n.14855 del 2011, n. 48498 del 2011, n. 5642 del 2012, n.19247 del 2012, n. 23229 del 2012, n. 19025 del 2013) tutte citate in motivazione (https://www.questionegiustizia.it/articolo/anatomia-di-una-montatura).

Secondo. Il comportamento del consigliere Franco non ha nulla – ma proprio nulla – in comune con quello del giudice tormentato e rigoroso descritto da Leonardo Sciascia in Porte aperte e immortalato da Gian Maria Volonté nel film omonimo. Se trascinato in vicende percepite come illecite un giudice degno di questo nome le denuncia o quantomeno, ove la sua natura sia simile a quella di don Abbondio, se ne tiene fuori. In presenza di una decisione ritenuta ingiusta (e, addirittura, dolosamente difforme dalle risultanze processuali) il più elementare dovere di correttezza avrebbe imposto al consigliere Franco quantomeno di far constare il proprio dissenso attraverso la redazione della “scheda riservata” prevista dalla legge sulla responsabilità dei magistrati e di non sottoscrivere la sentenza (siglata invece, in ogni pagina, a prova di condivisione, da tutti i componenti del collegio). Non solo, anche una crisi di coscienza tardiva, improbabile in un giudice della sua esperienza ma pur sempre possibile, lo avrebbe dovuto indurre non già a un pellegrinaggio penitente a casa del condannato (dove consumare, tra l’altro, il reato di violazione del segreto della camera di consiglio) ma a una denuncia dell’accaduto nelle sedi istituzionali preposte all’accertamento dei reati o delle responsabilità disciplinari dei magistrati. La mancanza di ogni comportamento siffatto ne mina in radice la credibilità, e ciò anche a prescindere dai dubbi sulla trasparenza del personaggio, raggiunto, nel marzo del 2017, da un’accusa di corruzione mossagli dalla Procura di Roma (non giunta a definizione a causa del suo decesso) per aver esercitato un’indebita pressione su un giudice della Corte Suprema (che aveva doverosamente denunciato l’accaduto), connessa con un certificato medico contraffatto per un’operazione di chirurgia estetica al seno di un’amica…

Terzo. Le esplosive dichiarazioni del giudice Franco (registrate con il suo consenso o captate a sua insaputa) sono rimaste chiuse in un cassetto per quasi sette anni e sono emerse alla ribalta giornalistica solo nei giorni scorsi, a oltre un anno dalla morte del loro autore. Non è un fuor d’opera ma una necessità chiedersene il perché. La risposta è semplice: in mancanza di elementi processuali ostativi o di un qualsivoglia interesse del condannato innocente al silenzio mediatico, la sola spiegazione logica sta nell’inconsistenza delle dichiarazioni, che ha consigliato all’ex cavaliere e ai suoi legali di tenerle come “carte di riserva” da utilizzare solo in caso disperato o in presenza di fatti nuovi (come l’intervenuto decesso del loro autore, che impedisce di chiedergliene ragione e spiegazione).

Tutto ciò imporrebbe di stendere sul giudice Franco e sulle sue parole un velo pietoso. E invece si assiste a un crescendo di reazioni sdegnate in gran parte della politica e dei media: richiesta di revisione del processo (sic!) e di interventi riparatori in favore di Berlusconi della Corte europea dei diritti dell’uomo, del Parlamento europeo e della presidente della Commissione europea; proposta di istituzione di una Commissione d’inchiesta sull’operato della magistratura; raccolta di firme a sostegno della nomina di Berlusconi a senatore a vita come risarcimento per l’ingiusta condanna (in attesa, è da presumere, di una causa di beatificazione…) etc. Non c’è dunque spazio per il silenzio e la pietas nei confronti di chi non c’è più e occorre ragionare sul perché di queste scomposte iniziative.

Le ragioni non stanno, a ben guardare, nella volontà di restituire agibilità e potere all’ex cavaliere di Arcore. Berlusconi è da tempo politicamente finito, per gli insuccessi accumulati negli anni, per l’età e per i mutati rapporti di forza interni alla destra. Nessun miracolo può provocarne la resurrezione e, considerato il cinismo che caratterizza il quadro politico,  nessuno – neppure i suoi più stretti collaboratori – si impegnerebbe in una battaglia così clamorosamente persa. La posta in gioco è un’altra. Ben più alta e impegnativa.

Da tempo è in atto, in Europa e nel mondo, un riassetto del potere a vantaggio degli esecutivi e a scapito delle istanze di controllo. Fino a qualche tempo fa ciò è avvenuto soprattutto per vie interne: gli organi di controllo, cioè, si sono per lo più allineati alle richieste e ai desiderata dei governi (si pensi, nel caso italiano, all’atteggiamento di gran parte delle Procure nei confronti del conflitto sociale). Ma non è bastato: da un lato per l’insaziabilità del potere, dall’altro per le significative sacche di indipendenza e di rigore rimaste vive tra i giudici e i pubblici ministeri. Così si è aperta, quasi ovunque, una nuova fase caratterizzata da profonde modifiche nell’assetto delle “democrazie” tese, tra l’altro, a marginalizzare gli organi di controllo e, in particolare, la magistratura. Ciò è in corso in maniera eclatante in diverse realtà (basti pensare alla Polonia, all’Ungheria e agli stessi Stati Uniti, per non dire della Turchia di Erdogan) e, dopo molti tentativi non andati a buon fine, si sta realizzando anche nel nostro Paese, prendendo a pretesto il malgoverno della magistratura e gli intrallazzi emersi, in ultimo, dai rapporti e dalle conversazioni dell’ex presidente della Associazione magistrati Luca Palamara. Lo scontro è aperto, le proposte sono sul tappeto (trasformazione e depotenziamento del Consiglio superiore, separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, revisione del principio di obbligatorietà dell’azione penale etc.), le alleanze politiche in via di definizione. Cosa di meglio della bufala di una condanna telecomandata nei confronti di un potente del passato per far ulteriormente precipitare la situazione e per consentire operazioni fino ad oggi arginate dai vincoli costituzionali?

Il quadro, a questo punto, è chiaro ma c’è, nell’attuale vicenda e nei suoi precedenti, un altro importante elemento, sottovalutato o sfuggito ai più, che merita segnalare. In tutti i passaggi della delegittimazione della magistratura compaiono, a fianco di esponenti della peggior politica, magistrati di rilievo nazionale (spesso gli stessi, all’apparenza tra loro divisi ma sempre pronti a ricompattarsi alla bisogna). Da mezzo secolo due magistrature si fronteggiano: una fedele al ruolo impostole dalla Costituzione e davvero soggetta soltanto alla legge; l’altra alleata con il potere contingente e ad esso subalterna, pur con diversità di manifestazioni. Oggi, semplicemente, questa contrapposizione assume nuove forme (cfr. https://volerelaluna.it/controcanto/2020/05/27/la-giustizia-in-crisi-dove-magistratura-democratica/).

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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One Comment on “Berlusconi, la bufala del “condannato innocente”, la questione istituzionale”

  1. eccellente …
    e duclis in fundo c’è Prodi che sdogana Berlusconi …
    purtroppo la magistratura che come tu dici rispetta con rigore la Costituzione non si fa sentire …

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