Draghi, lupi, faine e sciacalli

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“Meglio tardi che mai” verrebbe da dire a proposito dell’ormai celeberrimo intervento di Mario Draghi sul “Financial Times” del 25 marzo sotto il titolo potentissimo: We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly. Ma cosa pensare davvero, di questo neopensionato governatore della Banca centrale europea che mette in campo un linguaggio di stampo keynesiano (il Keynes delle celeberrime considerazioni su Le conseguenze economiche della pace del 1919) dopo essere stato per decenni attento “custode dei cancelli” del credo ultraliberista egemone?
E’ un Draghi che ritorna alle origini, giovane assistente del prof. Federico Caffè, uno dei padri del keynesismo italiano, dopo una brillante tesi di laurea su “Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio” discussa con lui relatore alla Sapienza e premiata magna cum laude? O è il Draghi della sua seconda (molto più lunga) vita, spesa nel cuore delle roccaforti finanziarie globali? Certo, il suo curriculum accademico è ragguardevole (nel 1981 ad appena 33 anni è ordinario di Economia e politica monetaria a Firenze), ma è l’altro, quello finanziario, sicuramente molto più denso, e “visibile”, a segnarne il profilo. Ed è un profilo che sicuramente con gli ideali keynesiani della giovinezza ha assai poco a che fare.
Incomincia infatti presto, a mettere le mani nella “rozza materia” del capitalismo reale, come grand commis di Stato: dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro chiamatovi da Guido Carli (ministro del VII governo Andreotti) e poi riconfermato da tutti i governi successivi: Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema… In questa veste promuove e gestisce da protagonista la lunga serie di “privatizzazioni selvagge” dell’apparato pubblico italiano (IRI, Telecom, Comit,Credit, Eni, Enel…) per un totale di 182.000 miliardi di lire. Fece scalpore, allora, la notizia dell’incontro avvenuto nel 1992, proprio all’inizio di quel processo di privatizzazioni, a bordo del panfilo HMY Britannia della Regina Elisabetta, con alti esponenti del mondo finanziario internazionale, nel corso del quale – fu riferito – Mario Draghi si dichiarò perfettamente consapevole del fatto che un tale intervento avrebbe “indebolito la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”, ma che tuttavia lo riteneva “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”. Dieci anni (nel corso dei quali fece sottoscrivere al Tesoro una serie di prodotti derivati che si riveleranno assai onerosi per la nostra finanza pubblica), prima di passare, nel gennaio del 2002, al vertice della banca d’affari americana Goldman Sachs con la carica di Vice Chairman e Managing Director per le strategie europee e, dal 2004 come membro del Comitato esecutivo del gruppo (lo stesso che proprio in quel periodo, rifilò alla Grecia un pacchetto degli stessi prodotti derivati a suo tempo sottoscritti dall’Italia, che avrebbero dovuto permettere alla fragile economia ellenica di entrare in Europa e che si riveleranno, nel decennio successivo, tossici). Poi, come spesso accade, per effetto delle cosiddette “porte girevoli” che regolano le traiettorie all’interno dell’oligarchia globale, nel 2005 Supermario approda come Governatore alla Banca d’Italia, dove resterà fino al 2011, quando passerà a dirigere la BCE.
Ma questa è già cronaca nota. Di lui ricordiamo la feroce “letterina”, firmata come Governatore entrante insieme al Governatore uscente Jean-Claude Trichet, in cui si intimava al governo italiano, come misure improrogabili per “ripristinare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e dulcis in fundo “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Fu sua, d’altra parte, l’idea del “fiscal compact“ (“una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”) che si materializzerà nel 2012 con la sottoscrizione di una versione ulteriormente indurita del Patto di stabilità istituito col trattato di Maastricht (che Draghi consacrerà in un’intervista al “Wall Street Journal” con queste parole: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”). Suo, certo, è il fatidico Whatever it take con cui, a detta di tutti, nel luglio del 2012 salvò l’Euro sotto attacco dalla speculazione internazionale. Ma non basta a far dimenticare la mattanza sociale di tre anni dopo, del luglio del 2015 a danno della Grecia e del suo giovane governo Tsipras: il vae victis intimato dall’Eurogruppo e sancito dalla Commissione, a cui la BCE aggiunse il proprio peso da 90 tagliando i flussi di liquidità d’emergenza alle banche greche come punizione per aver osato indire un referendum contro i diktat europei. Ripenso ancora con dolore e orrore alle immagini delle file di anziani, ad Atene, davanti ai bancomat prosciugati, non diverse da quelle oggi, di volti simili, di vecchi prossimi al fine-vita, davanti ai reparti ospedalieri in cui scarseggiano i respiratori. L’ordine di tagliare l’ossigeno alla ribelle Grecia arrivava dal suo ufficio, ai piani altri della Eurotower.

Che cosa scrive ora Draghi, nel pieno di una nuova emergenza (la peggiore)? Bisogna dirlo. Il suo è, senza dubbio, un intervento all’altezza della tragedia in corso (“la pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”). E’ il discorso di uno consapevole della portata dirompente dell’emergenza non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale. E della prospettiva storica: di quanto ci aspetta, se si sbaglia oggi. Parla, come Keynes esattamente un secolo fa, delle conseguenze paragonabili a quelle “di una guerra”. E del fatto che “le guerre […] si finanziavano attingendo al debito pubblico”. Apre così una prima breccia nel muro dell’austerity – dichiara cioè aperta una “nuova era”, per così dire, in cui appare inevitabile “un cambio di mentalità”: “Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato”, scrive. E anzi si spinge più in là, sul terreno specifico che gli compete, quello del ruolo delle banche: “Le banche devono rapidamente prestare fondi a costo zero alle aziende preparate a salvare posti di lavoro. Poiché in tal modo esse divengono veicoli di politica pubblica, il capitale di cui necessitano per eseguire questo compito deve essere fornito dallo stato sotto forma di garanzie pubbliche su tutti gli sconfinamenti aggiuntivi di conto o sui prestiti. Né la regolazione né le regole sulle garanzie devono intralciare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che le riceve ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette”.
Sono le parole dietro le quali si è immaginato da molti commentatori che si profili una vera e propria “rivoluzione” (”Questo è forse il passaggio più intrigante che fa saltare le paratie costruite finora anche dall’Unione europea”, si legge ad esempio su “Il Foglio”). Ma è lecito chiederci: fu vera svolta? Aldilà degli aspetti emotivi del messaggio, e dei sacrosanti richiami alle tragedie degli anni Venti e Trenta innescati dal mancato appuntamento con la Storia dei leader democratici di allora, quello evocato dalla presa di coscienza del passaggio da un’economia di pace a un’economia di guerra è davvero un “cambio di mentalità”? O, meglio, una “rottura di paradigma”, che seppellisce il dio fallito del recente passato: la furia privatistico-mercatistica dell’ultimo quarto di secolo? L’accumulazione privata come unica leva dello sviluppo economico e esclusiva regolatrice dell’ordine sociale? La funzione del “pubblico” come variabile dipendente dell’interesse privato? Personalmente ho i miei dubbi.
Mi ha colpito, in particolare, una frase di quell’articolo apparentemente di rottura. Un punto che mi sembra contenga un passaggio centrale nel suo ragionamento, quasi una sorta di “cerniera”. Subito dopo aver parlato dell’imperativo di “intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura” e subito prima di avvertire che dovremo abituarci a vedere “alti livelli di debito pubblico” diventare un dato permanente dell’orizzonte futuro, l’ex governatore della BCE precisa, quasi en passand, che “la perdita di reddito subita dal settore privato, ed il debito raccolto per colmare la differenza, devono alla fine essere assorbiti, in tutto o in parte, dai bilanci degli stati”. Poco oltre spiegherà che le banche, in quanto in grado di “raggiungere ogni angolo del sistema economico” e “di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito”, sono lo strumento ideale per distribuire in tempo reale le risorse là dove “servono” per mantenere la sostenibilità e la dinamicità del sistema, meritandosi così la necessaria copertura dei propri eventuali disavanzi con risorse pubbliche. Dunque “Banca” (privata) – “Impresa” (privata) – Mercato del lavoro e delle merci (privati entrambi): questo sembra, nel New Deal draghiano, il circuito privilegiato, anzi esclusivo, della regolazione sociale. Al “Pubblico” – cioè allo Stato – il compito di prestatore di ultima istanza. Anzi: di finanziatore finale di un dispositivo che rimane monopolisticamente privato. E che campeggia come unico mediatore con la Società.
Nulla lascia intendere – in questo ordine del discorso – che ci sia una sia pur minima possibilità per l’apertura di canali di erogazione diretta di risorse dalle finanze pubbliche al sociale. O per l’ipotesi – sia pur estrema – di una qualche riappropriazione di risorse finanziarie, organizzative, operative da parte del settore pubblico in forma di nazionalizzazione o di partecipazione societaria (tipo Iri delle origini, o National Recovery Act roosweltiano). Il Capitale rimane integralmente privato e mantiene appunto il monopolio della distribuzione di risorse collettive. Per questo mi sento di dire che il “paradigma liberista” rimane alla fine intatto, pur nel passaggio d’epoca. E che il vecchio motto proprietario: “privatizzare i benefici nei tempi di vacche grasse e socializzare le perdite in tempi difficili” finisce per rivelarsi – pur nella metamorfosi del linguaggio – tutto sommato intatto.

Videoconferenza del Consiglio europeo sulla crisi Coronavirus

Se l’intervento di Draghi pare svettare, oggi, come esempio di pensiero illuminato e di umanesimo razionalmente benefacente, nel panorama di rovine che ci circonda, è perché coloro contro cui è rivolto, in Europa in primo luogo, sono infinitamente peggiori di lui. Intendo i fautori dell’austerity a oltranza, i difensori oltre tempo massino del fiscal compact e dei suoi annessi, il Fronte del Nord, Cancellerie e Banchieri centrali tedeschi, olandesi, finlandesi, austriaci, catafratti nella loro arcigna difesa di un effimero rigore nei conti fatti senza osti. Un branco di lupi travestiti da mezzemaniche: miopi, cinici, avari, privi di visione e di ragione, sempre col regolo calcolatore a portata di mano come l’ “uomo senza qualità” di Musil, incapaci di imparare da storia e filosofia chiusi come sono nelle ragionieristiche piccole regole che un microscopico corpuscolo ha già travolto. Hanno lo sguardo gelido della signora Lagarde, quando dichiara che alla Bce non frega nulla dello spread che minaccia i paesi più colpiti, e non è affatto una “gaffe” perché esprime un “pensiero profondo” che non è solo suo, è condiviso da quasi tutti i suoi pari. O la mascella quadrata del Governatore della Deutsche Bundesbank Jens Weidmann, che ha fatto del tiro ai Coronabond il proprio sport preferito. Cosa realmente pensano, se lo è lasciato sfuggire il Governatore della Banca centrale austriaca, Robert Holzman, che in un’intervista pubblicata sul portale DerStandard si è detto convinto che la crisi in corso può essere “una purificazione” – ha usato esattamente questo termine: eine Reinigung -: una sorta di “pulizia”, necessaria che “la politica monetaria negli ultimi anni con tassi di interesse pari a zero o negativi ha in qualche modo interrotto” e che invece “può servire per venirne fuori più forti”. E’ la stessa forma di darwinismo – applicata qui all’economia – che i suoi sodali anglo-americani, generatori e cultori del credo iper-liberista, applicano alla biologia e all’epidemiologia, teorizzando la necessità che si lasci il virus diffondersi “liberamente” così da generare nei forti (che sopravvivono) l’”immunità da gregge”, liberandoci nel contempo dai fragili e dai vecchi, tendenzialmente improduttivi, che soccomberebbero rendendo più forte la società.

Un’ultima battuta sul miserabile gioco di chi è subito balzato sulle parole di Draghi per farne una pedina nel retrobottega del sordido gioco politico italiano: Matteo Salvini, in primis. E a ruota l’altro Matteo, sempre alla ricerca affannosa di brandelli di visibilità. Entrambi ignari dell’orizzonte ampio in cui quell’intervento si collocava, e impegnati a tenere artificialmente in vita quell’ipotesi di “governissimo” che vedono come unica ciambella di salvataggio per tenere appena sopra il pelo dell’acqua due leader naufragati. “Mario Draghi ha il fisico per controbattere a Merkel e Macron” ha twittato il primo, evidentemente non informato del fatto che Macron in questa circostanza è alleato dell’Italia contro la Merkel e dimentico che appena un paio di anni fa, da palazzo Chigi, aveva scagliato un altro tweet-siluro contro l’allora Governatore della BCE con la caustica nota: “Conto che gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia come fanno tutti gli altri Paesi, aiutino e consiglino e non critichino e basta”. Più sobrio il secondo: “Draghi indica la via, tutti dovranno seguirla” si è limitato a dichiarare al Tg2 post. Ma si sa che continua a lavorare sott’acqua per allargare lo spazio, attualmente davvero minimo, a un cambio di maggioranza che abbia in Draghi il proprio (improbabile) pivot.
Non è d’altra parte la prima volta che il nome di Mario Draghi esce da un cilindro come possibile deus ex machina in una complicata congiuntura politica. Nel gennaio del 2008, quando si fecero forti gli scricchiolii del governo Prodi, incominciò a girare insistentemente la voce di una possibile candidatura dell’allora Governatore della Banca d’Italia alla guida dell’Esecutivo. Gli amanti del pettegolezzo politico ricordano, di allora, una fantasmagorica telefonata dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga in diretta alla trasmissione di Luca Giurato, dal contenuto inequivocabile: “Un vile. Un vile affarista – disse, da picconatore impenitente – Non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman&Sachs, grande banca d’affari americana. E male, molto male – aggiunse – io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura a Silvio Berlusconi; male molto male. È il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro…”.
Ora, è ben vero che le scomuniche del presidente emerito della repubblica Cossiga sono in realtà medaglie e riconoscimenti di buona condotta democratica. Ma nonostante ciò, la replica dell’idea di una candidatura Draghi alla successione di Conte appare, anche in questa occasione, fuori luogo. Un atto di bassa cucina politica che nessuno con sale in zucca in Italia solleciterebbe nel pieno di un’emergenza drammatica, in cui destabilizzare un governo impegnato in un lavoro al limite delle umane possibilità esclusivamente per rientrare in gioco, appare detestabile. Un’operazione, d’altra parte, che certamente lo stesso candidato a sua insaputa respingerebbe con sdegno.

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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13 Comments on “Draghi, lupi, faine e sciacalli”

  1. Ancora la storia del Britannia!! Non ci sono testimonianze e tanto meno atti. Il capo della BCE comunque non governa la banca da solo. Draghi ha nel tempo mostrato una grande capacità di convincimento conseguito attraverso un lavoro lungo e paziente.

    1. gent. Paolo Scattoni, Le segnalo che sul Fatto quotidiano del 22 gennaio 2020 è stato pubblicato il testo integrale del discorso introduttivo tenuto dall’allora Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi sul panfilo Britannia il 2 giugno del 1992, sotto il titolo “Privatizzazioni inevitabili, ma da regolare con leggi ad hoc”: il discorso del 1992 (ma attualissimo) di Mario Draghi sul Britannia. Il Corriere della sera che si occupò ampiamente della questione il 16 giugno del 2009 (“La crociera del Britannia tra affari e sospetti”) documenta anche che Draghi si limitò in quell’occasione a introdurre la discussione del seminario e scese a terra prima che la crociera proseguisse per l’Argentario. Nel servizio si dice anche che “la crociera fu breve e pittoresca, con una orche­strina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei bri­tannici che si staccarono in volo da un incrociatore e sce­sero come stelle filanti intor­no al panfilo di Sua Maestà”. Altro conto è insinuare che si trattò di un “complotto” ai danni del patrimonio nazionale e a favore dei banchieri anglosassoni, come fece la stampa di destra nazionalista e il picconatore Cossiga. Ma senza dubbio l’incontro ci fu, e la “relazione” di Draghi pure. Detto questo, è indubbio che nessuno può governare la BCE “da solo”, e infatti Draghi lo fece in accordo con i suoi pari, banchieri centrali che con lui condividevano lo stesso credo certamente “non keynesiano”.

      1. grazie prof. Revelli! l’ignoranza e l’arroganza avranno fine in questo paese martoriato?

  2. Commento condivisibile. Ma non crede che la proposta Draghi si inserisca nel vuoto assoluto della Politica? Anche nel discorso di Draghi nel 1992 c’era un richiamo alla politica che doveva governare le privatizzazioni,ma evidentemente aveva altro a cui pensare. Perché non pensare
    che la proposta di oggi possa essere una altra occasione perché la politica governi il processo di salvataggio?

  3. Gentile Prof. Revelli, articolo molto interessante. Premetto che ho letto solo ieri il contributo del ex-Presidente della BCE, in italiano sul sito del fatto quotidiano, e poco fa, rivisto in inglese sul sito del financial times. Spero non me ne voglia ma quasi quattro cartelle, 2337 parole e 13.873 caratteri per ricordarci il CV dell’autore originariamente keynesiano grazie al Prof. Federico Caffè, precoce docente a Firenze e poi grand commis di Stato e soprattutto la virata di stampo liberista che lo porta dalle grandi istituzioni finanziarie fino alla BdI e poi alla BCE. A seguire la sua modalità di azione nei confronti della Grecia (chiusura dei rubinetti) e dell’Italia (la lettera) e poi dalla seconda cartella, l’analisi del suo contributo sul FT. Dove, in sostanza, la sua interpretazione la porta a dire che se ci fosse la speranza che di questi tempi e il contributo di Mario Draghi possano far pensare ad un suo ripensamento. Beh, allora è un grande errore perchè Mario Draghi era liberista e resta liberista perchè la ricetta che suggerisce fa tutta leva sul privato e lascia allo Stato o al pubblico il ruolo di prestatore di ultima istanza. Questo approccio d’altronde è perfettamente in linea con il nord europa e con i loro governatori. Infine, gli ultimi tre capoversi alla politica italiana.
    Tuttavia, non vedo nessuna proposta alternativa, se mi posso permettere, così come non vedo quali altri strumenti si possano utilizzare, allo stato attuale delle cose, visto che i paesi in difficoltà sono gli stessi che hanno limitati margini di finanza pubblica. Senza dimenticare, come sottolinea lo stesso Mario Draghi, che mai come in questo caso il tempo è dalla parte del virus. Di conseguenza, dare ossigeno all’economia attraverso il sistema bancario con prestiti, si badi bene, prestiti, a garanzia pubblica non fa altro che supportare il sistema/tessuto economico-sociale dal giorno uno della crisi per dare serenità ad imprese e famiglie. Tra l’altro anche per permettere che la serrata del paese possa essere effettiva. Successivamente, ogni Stato deciderà cosa fare per gli interventi meno immediati. Tra l’altro, questo approccio, riduce di molto l’impegno pubblico a sostegno del tessuto economico, liberando risorse per impegni di carattere prevalentemente pubblico quali sostegno ai soggetti vulnerabili, sostegno/intervento a settori ed imprese strategiche, ecc.
    In conclusione, questo articolo cosa dovrebbe dire di più rispetto al CV dell’ex-Presidente? Cosa dovrebbe dire di più delle raccomandazioni rispetto alla crisi che stiamo vivendo? Così come, cosa dovrebbe dire di più rispetto allo stato della classe politica e dirigente italiane?
    La sensazione che Mario Draghi ha cercato di esprimere la sua preoccupazione per una crisi eccezionale, non economica e che mette a rischio il percorso dell’Unità europea, semmai ci sarà, e ha cercato di suggerire alcuni provvedimenti che siano in grado di, in termini di tempo e di risorse, permettere di superare la crisi cercando di raggiungere il massimo dell’efficienza e dell’efficacia, abbinando il minimo del rischio e del costo. Stante le condizioni degli Stati membri dell’UE, della costruzione dell’UE e la mancanza di fiducia degli Stati membri dell’UE.
    Io interpreto così il contributo di Mario Draghi.

    1. Esatto, caro sig. Paolo: nell’articolo di Mario Draghi sul FT non c’è nulla di nuovo. E’ il Draghi di sempre, per lo meno quello della sua lunga carriera come uomo di finanza, non l’allievo di Caffè. Per questo le 2337 parole dedicate al suo “curriculum”, che credo sarebbe bene tener sempre alla mente soprattutto se lo si saluta come “salvatore della patria”). Quello che c’è di nuovo, OGGI – o che dovrebbe esserci – è la consapevolezza che quel “paradigma” di cui Draghi è esponente ad altissimo livello, NON FUNZIONA. Non ha funzionato nei decenni scorsi, quando ha preparato le fragilità economiche, sociali e sanitarie che oggi ci tormentano. E NON FUNZIONERA’ nell’affrontare alla radice la crisi che abbiamo davanti, per il semplice fatto che esso conferma l’egemonia di gruppi e personaggi che sono in strutturale conflitto d’interessi con il “bene comune”. Questo volevo dire nell’articolo, non certo proporre alternative “tecniche” che non potranno che nascere da una radicale rimessa in discussione di modelli prevalenti, e a cui dovremmo tutti sforzarci di lavorare.

  4. Da non esperto mi limito a esternare la mia forte preoccupazione per il presente e il futuro della ns Italia. La liberalità con cui Von Borderline e Lagerd hanno recentemente aperto all Italia i cordoni della borsa europea facendo credere a molti ingenui nostrani di potervi attingere a piene mani, illimitatamente e gratis, per opporsi alla crisi economica postcovid19, ecco tutta questa liberalità è macroscopicamente sospetta. Al momento opportuno le due Signore ci presenteranno il conto finale, interessi inclusi evidentement… A questo aggiungeranno, evidentement, l ammontare del ns debito che viaggia verso i 2450 miliardi/euro. Dunque il conto finalissimo diverrà per noi insostenibile e ci consentirà di fare la fine recente dell amata Grecia. In questo panorama da tregenda, quale il ruolo di Draghi? Sin qui ha sostenuto con forza e autorevolezza il battesimo italico di Eurobond a tassi minimissimi. Le due Signore al momento fanno spallucce, pur usando parole al miele ad ogni occasione (salvo la prima uscita-sparata-penosa di Lagerd). Scusate se la mia incompetenza nn mi permette di fare valutazioni sulle questioni qui sopra sollevate nei vari interventi. Prendo atto delle varie posizioni, ma francamente m appassiona poco il passato o il presente di Draghi. Di lui mi preme assai più vedere le mosse prossime venture. Così come quelle dei nostri politici. Il cui spessore sulla intera questione avrà un impatto tendente allo zero. Grazie anche ai governanti italici del dopoguerra. La loro più grande impresa? Aver tramutato la politica in economiapolitica, questa in economia, questa in finanza, e da ultimo in affaristica… E così poterono alzare in alto i calici i marpioni di Bruxelles e Strasburgo… Et voilà, c’est tout… Cincin madame Lagerd e madame Borderline! Rappelez vous les
    merveilleux hellinikos…

  5. Gentile Revelli,
    la sua posizione è chiarissima e così pure il punto di vista.
    In questo lungo articolo, solo, non trovo considerazioni in merito a) alla
    irresponsabile disastrosa politica della Grecia che portò alla conseguente spasmodica ricerca di ossigeno in Europa e non solo (e certo non si fu teneri nel concedere aiuti); b) alle mancate riforme da parte di Paesi, in primis l’Italia, che oggi si presentano più deboli alle sfide di questa nuova crisi. Credo che parlare di paradigmi di austerità sia fuorviante.

  6. Ottimo, prof. Revelli. Indispensabile le resumé del curriculum di Draghi per saldarlo alla sua tesi, che è una verità incontestabile, ossia la linea liberista dell’ex governatore. Privato è bello !
    Effettivamente , tra quelli che contano negli ambienti graditi ai nostri alleati-padroni euroatlantici, il professore Draghi sembra la voce più autorevole, più accreditata a livello internazionale. Nel contempo, al di là delle sue argomentazioni , ripeto, ineccepibili, tengo per me una massima di mia nonna : Due certezze ci sono nella vita : la morte e che le persone non cambiano”. Rispetto ai mastini del rigore / profitti della bancocrazia, il nostro connazionale appare light. Niente a che vedere , formalmente, con i nazifinanzisti della ” lega anseatica “. Ma la sostanza è la medesima.
    Nel ringraziarla, concludo citando Adorno, a proposito dell’entusiasmo patriottico con cui è stato salutato l’intervento di Super Mario:

    ” Il mondo vuole essere ingannato” è un ‘ espressione oggi più vera che mai. Le persone non soltanto adorano essere truffate, ma accettano un imbroglio palese persino in cambio della gratificazione più effimera. Chiudono forte gli occhi e si cuciono la bocca.in una sorta di autoinganno davanti a quanto viene loro propinato, pur sapendo perfettamente a quale scopo quei prodotti sono stati creati. Non lo ammetterebbero mai, ma sentono che l’esistenza sarebbe per loro del tutto intollerabile se non si aggrappassero a soddisfazioni che in realtà non sono affatto tali.

    Theodor W. Adorno

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