Emilia Romagna: siamo proprio sicuri che abbia “vinto la sinistra”?

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È una buona notizia che l’Emilia Romagna non sia passata sotto il governo di estrema destra della Lega, e che il plebiscito mediatico costruito da Matteo Salvini non sia andato a buon fine. Ma francamente sono molto scettico, e a tratti preoccupato, per la lettura entusiastica che di questo passaggio elettorale si sta dando anche nella sinistra che da tempo ha saggiamente deciso di non vedere nei turni elettorali i generatori del futuro (ma semmai di investire in quella rete dal basso di cui fa parte anche una realtà come “Volere la luna”). Provo a spiegare perché.

Innanzitutto, mi pare che la retorica post-elettorale stia inducendo a travisare i reali contorni numerici, e con essi i moventi profondi di quello che è successo. Come ha ben scritto Marco Revelli la maggior parte del territorio dell’Emilia Romagna (e proprio la parte più povera, e in ogni senso marginale) ha votato Lega. E se si guardano i numeri assoluti, c’è ben poco da stare allegri: Bonaccini ha avuto, infatti, 1.195.742 voti e la Borgonzoni 1.014.672. Non certo ordini di grandezza così lontani (lo scarto è di 181.000 voti): anzi, abbastanza vicini da indurre a parlare di una regione spaccata quasi esattamente a metà, in cui né il mito buon governo né la pregiudiziale antifascista sembrano poi così ben in salute. A fare la piccola, ma decisiva, differenza finale è stata evidentemente l’affluenza al voto (indubbiamente favorita dal clamore mediatico suscitato dalle Sardine), che però è ben lungi dall’essere da record: attestandosi al di sotto del 70 per cento e al secondo posto negativo nella storia delle elezioni regionali emiliane. Di meno gli emiliani avevano votato solo quando elessero il Bonaccini 1 (che nel 2014 fu votato dal 49% di un’affluenza bloccata al 37,7%). Anche la retorica del popolo chiamato in massa a scongiurare la caduta della città in mano ai barbari non fa dunque i conti con la realtà di un terzo degli aventi diritto al voto che rimane tranquillamente a casa, trovando indifferenti le due soluzioni sul piatto.

È dunque abbastanza evidente che domenica scorsa non ha vinto né Bonaccini né il “buon governo” né tantomeno il Partito: ha vinto (e davvero di misura) un comprensibile voto contro. Contro Salvini, e il suo fascismo citofonico. Ma si tratta di una vittoria paradossale: la presenza di una estrema destra potenzialmente eversiva del sistema di valori costituzionale, diventa di fatto la garanzia del mantenimento al potere di quella destra (non sempre) moderata che è diventato il Pd emiliano.

A chi trovasse quest’ultima una definizione eccessivamente severa, ricordo: l’allineamento dell’Emilia Romagna di Bonaccini al progetto della “secessione dei ricchi” attuato attraverso l’autonomia differenziata, massimo obiettivo politico della Lega; una legge urbanistica mangia-suolo da palazzinari anni ’50, la peggiore d’Italia; l’opposizione di Bonaccini alla pur timidissima plastic tax del Conte bis: il segno di uno sviluppismo insostenibile, del tutto disinteressato al futuro; l’incapacità (nel migliore dei casi) di arginare una infiltrazione della ‘ndrangheta che sfigura in modo drammatico il tessuto economico e civile della regione; una sanità sempre più tagliata e privatizzata, con il consenso di Lega e Forza Italia in consiglio regionale; una politica securitaria e razzista indistinguibile da quella leghista (si legga per esempio il libro recentemente dedicato da Wolf Bukowski alla Buona educazione degli oppressi). Ora, non c’è dubbio che la Lega avrebbe potuto far peggio: in certi casi un po’ peggio, in altri molto peggio. E soprattutto non c’è dubbio che a fare le spese di questo ulteriore peggioramento sarebbero stati i più fragili.

Ma da qua a dire che “ha vinto la sinistra” ce ne corre davvero molto. Invece, il rischio è proprio questo: un ulteriore spostamento a destra dell’intero quadro politico, con le forze a sinistra del Pd che confluiscono “felicemente” in quest’ultimo. Se l’infelice presenza di LeU nel governo Conte bis (un governo, giova ricordarlo, che non riesce a modificare le leggi più “fasciste” del governo Conte Uno) è stato un anticipo di questa “soluzione finale”, l’intervista post-elettorale di Nicola Fratoianni al Manifesto ne tratteggia la road map, prospettando entusiasticamente per la sinistra politica nazionale un destino “emiliano”: e cioè un permanente e strutturale fiancheggiamento critico del Pd in nome del frontismo antileghista. Di fatto, una confluenza in nome dell’emergenza. Sarebbe l’accomodarsi permanente della sinistra politica al tavolo di potere di un centro-sinistra più che mai determinato a non cambiare alcunché di se stesso: e che nel momento in cui riesce a presentarsi come efficace baluardo contro i nuovi fascisti, non ha più nemmeno il bisogno di far finta di cambiare.

Non per caso, l’eclissi (momentanea o definitiva, ma certamente ampiamente meritata) del Movimento 5 Stelle ha immediatamente indotto il Pd e i commentatori di area a prospettare l’abbandono del progetto di legge elettorale proporzionale e l’adozione di un maggioritario ancora più sbilanciato dell’attuale. Il che equivarrebbe a smontare un altro pezzo di democrazia in nome della perpetuazione della propria rendita di potere. Una chiusura dalle conseguenze gravissime: e non solo perché potrebbe approfittarne proprio la Lega, ma per lo stravolgimento di ogni dinamica democratica. Perché nel maggioritario importa solo vincere, non essere giusti. Comandare, non rappresentare. Decidere, non includere. Ed esultando per la vittoria del “male minore” (ma proprio il male minore che ha generato alla fine il male maggiore che oggi dice di arginare) siamo già sprofondati in questa deviante logica binaria che non conosce alternative possibili.

La prima conseguenza di questa “mentalità maggioritaria” è il congedo del pensiero critico. Perché entrando nel gioco del potere si possono ottenere delle “cose” (come l’ottima gratuità del trasporto regionale per i più giovani, che la lista ER Coraggiosa ha felicemente strappato a Bonaccini), ma al prezzo di rinunciare a un’analisi critica senza sconti, che prospetti la necessità di una alternativa radicale allo stato delle cose. Ovvio: questa proposta radicale non certo è incarnata dal dato grottesco delle tre sigle più o meno comuniste che in Emilia si sono spartite pochi decimali: ma questa tragicomica inadeguatezza rende più pesante, e non già più lieve, la responsabilità di chi potrebbe costruire consenso, e sceglie di farlo per il Pd, e dunque in ultima analisi per lo stato delle cose. In questo senso è istruttivo l’entusiasmo, paternalistico e lievemente maschilista, che sta suscitando nelle roccaforti del pensiero unico di centro-sinistra l’esperienza della bella figura di Elly Schlein: gli stessi che non l’hanno mai appoggiata nelle coraggiose scelte di rottura (l’uscita dal Pd), la lodano ora perché è tornata (e, dal loro punto di vista, in condizione ancillare) all’ovile democratico, esaltandone (contro le sue stesse intenzioni) la personalità individuale (a scapito dell’impresa collettiva della sua lista), secondo i precetti del culto leaderistico che anima il maggioritario. Sono gli stessi commentatori che, se un identico 4% fosse stato conquistato fuori dalla santa alleanza Pd, ne avrebbero irriso il velleitarismo minoritario.

Quanto alle Sardine, non riesco proprio a condividere l’entusiasmo così poco analitico di molti amici. È innegabile l’anelito democratico e partecipativo con cui migliaia di cittadini ne accolgono l’invito a scendere in piazza, ma come non vedere che anche questa bella novità ha di fatto giocato a favore del mantenimento dello stato delle cose, e del sostegno acritico a un governo che tutto è tranne che di sinistra, come quello di Bonaccini? In queste ore, le Sardine della mia Toscana hanno diffuso un appello all’«unità dei progressisti» (che significa l’invito a sottomettersi a posteriori alla pessima candidatura imposta da Renzi al Pd, quella di Eugenio Giani di cui ho scritto ampiamente in questo sito) in cui si legge: «Rivendichiamo l’efficienza di una Regione che è modello di riferimento per il Paese in materia di cultura, turismo e di distretto industriale». Dove colpisce non solo il fatto che si siano ben guardate dal prendere la parola prima, per evitare questa scelta scellerata e lo facciano ora per farla digerire in nome dell’antifascismo, ma ancor più il linguaggio inconfondibilmente di destra (l’«efficienza»!), e la totale sudditanza alla propaganda di un modello radicalmente insostenibile: perché dire che Firenze è un modello in materia di turismo e cultura (!), e sostenere un programma che ha al primo punto le Grandi Opere e lo sventramento della Maremma è come dire che la permanenza delle Grandi Navi in Laguna è un traguardo ecologico. Insomma: le Sardine stanno giocando, nei fatti, come truppe irregolari di questo bruttissimo Pd, e come alfieri dell’egemonia del pensiero unico della destra da cui non si riesce ad evadere.

In conclusione, non riesco a sottrarmi in queste ore a un rovello: che scandalizzerà qualche benpensante, ma che vale forse la pena di far affiorare. Davvero dobbiamo festeggiare di fronte a una Emilia Romagna in cui un milione più spiccioli vota Bonaccini, un milione vota Salvini e un altro milione non va a votare? Se esultiamo di fronte a questo quadro francamente disastroso, è solo perché la nostra idea di democrazia è ormai così povera da ridursi esclusivamente alla dimensione del governo, e non ci accorgiamo del danno culturale e morale inflitto da questo ennesimo restringimento dello spazio critico, indotto dall’illusione ottica per la quale siccome lo “schema Bonaccini” (fermare la destra estrema con la destra moderata) ha avuto successo, allora è anche uno schema giusto. Anzi, lo schema giusto per tutto il Paese. Al contrario, non sarebbe necessario chiedersi se – su quella lunga distanza che non sembra interessare a nessun osservatore della scena politica italiana – avrebbe fatto davvero più danni un passaggio del governo dell’Emilia Romagna alla Lega (che del resto governa già – e sembriamo a questo rassegnatissimi – Lombardia, Veneto, Piemonte…), o invece se ne farà di più questa tombale legittimazione di un Pd di destra? Visto tra dieci anni, penseremo ancora che questo sia stato il male minore? E penseremo ancora che il “voto utile” lo sia veramente stato?

La domanda, insomma, è questa: se lo spostamento a destra del Pd ha creato le condizioni per un’egemonia culturale di destra che ha portato metà dei votanti emiliani a votare Lega, cosa succederà con un altro mandato di governo di quello stesso Pd? Pur di fermare Salvini, dicono ormai quasi tutti, va bene qualunque cosa: va bene anche slittare tutti insieme così tanto più a destra. Va bene anche restringere ancora lo spazio di immaginazione di un’Italia diversa. Va bene fare (quasi) le politiche di Salvini. Per parafrasare una celebre battuta su Berlusconi attribuita a Giorgio Gaber, il timore è che per fermare il “Salvini in sé”, sembriamo ormai tutti disposti a fare spazio al “Salvini in me”. Non mi pare ci sia poi molto da festeggiare.

 

Post scriptum

Ho evitato di dire queste cose in campagna elettorale: per rispetto verso coloro che lottavano comunque contro Salvini, e per non danneggiare in alcun modo lo stesso Stefano Bonaccini.
Ieri pomeriggio, due ore dopo che era stato messo online, il presidente dell’Emilia-Romagna ha deciso di reagire a questo articolo, su Twitter.
Dico reagire e non rispondere perché (adottando lo stesso uso dei social di Matteo Salvini) non ha risposto ai miei tweet in cui lanciavo il pezzo: avesse fatto così, avrebbe permesso a tutti di leggere e valutare i miei argomenti. Invece ha fatto ricorso alla retorica del capo vittorioso, solo al comando. Allegando la foto di uno schermo televisivo che lo ritrae con la mascella contratta e lo sguardo verso l’orizzonte, con una didascalia da rambo: «l’uomo che sconfisse Salvini».

Un uomo: solo. Che dimentica le centinaia di migliaia di cittadini che l’hanno votato col naso turato, temendo il peggio. E dimentica tutti coloro che hanno messo il loro volto pulito al servizio del suo, per puro spirito civico. E, infine, che ironizza sul nome di questo sito e di questa associazione: VOLERE LA LUNA. La politica vera è quella che vince e governa, il pensiero critico è per il muscolare Bonaccini un abbaiare alla luna.
Ci possono essere dubbi sull’antropologia profondamente di destra di questa visione del mondo e della politica?
TM

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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11 Comments on “Emilia Romagna: siamo proprio sicuri che abbia “vinto la sinistra”?”

  1. Condivido l’analisi di Montanari ma se ne accetto le conseguenze politiche nella realtà attuale non mi resta che chiudermi in casa coi miei libri, la mia musica e buttare un occhio, ogni tanto , così per curiosità, su ciò che mi accade intorno, perché il nostro destino è già scritto. Nessuna formazione politica alternativa è riuscita a costruirsi una visibilità. Forse non resta che cercare di ampliare i pochi aspetti positivi nella presente orrenda realtà.

  2. Grazie Tomaso.
    Adesso si prospetta lo stesso schema allarmistico anche in Toscana dove è stato scelto come candidato del PD (mi sembra il caso di dover smettere di parlare di “sinistra” con questi iperliberisti parassitari) uno dei personaggi meno presentabili.
    Faccio semplicemente notare che lo schema di “votare il meno peggio” si ripete da oltre 20 anni; non posso dimenticare il baubau Berlusconi che ci fece eleggere un Prodi che portò la sinistra a votare tutto il peggio possibile “purché non tornasse lui”: TAV, guerra, pensioni, privatizzazioni e liberalizzazioni, basi militari USA…
    Da “meno peggio” a “meno peggio” siamo finiti in una situazione incredibile in cui quelli che si usava definire proletari, odiano tutto quello che sa di “sinistra” e votano arrabbiati la Lega.
    Adesso i giallo/rosa resistono attaccati al potere fino all’impossibile, ma verrà la fine della legislatura e nascerà di sicuro un governo di estrema destra (non di destra); forse non ci sarà Salvini che, nonostante il servilismo indecente che ora mostra agli USA, ha amato un pochino Putin; pare che negli USA stiano costruendo la Meloni come nuovo campione da mandare al governo.
    Forse per far rinascere i valori profondi di una sinistra sociale occorre iniziare a non pronunciare più la parola “sinistra”.

  3. Vorrei tanto sapere e capire quale è una proposta, dico una, che Montanari fa su un tema qualsiasi, quale è la legge di riferimento, o la norma, che lui intende cambiare e come, sempre con una legge o una norma e come fa con i numeri, perchè dove le leggi e le norme si fanno o cambiano ci vogliono i numeri.
    Ne approfitto per fare una domanda a Montanari: perchè il tentativo che ha fatto con Anna Falcone è finito così miseramente?

  4. E-R, QUEL CHE RESTA DELLA VITTORIA
    Bonaccini ha vinto, vediamo come.
    A sinistra ha recuperato voti, fra cui il mio, puntando un Salvini alla tempia di tutti noi e a destra garantendo lo status quo, l‘accettazione delle condizioni poste dal sistema economico imperante.
    Cosí é stato fermata la ,bestia‘.
    Ma solo fermata non battuta, anzi. Se si avesse la pazienza di analizzare i dati, di superare la logica distorcente della media, cosa troppo faticosa e che non interessa divulgare si vedrebbe come la battuta d‘arresto di Salvini ha almeno due facce. Nelle zone centrali della della regione, segnatamente Reggio, Modena, Bologna …la valanga di destra é stata respinta facendo leva sulla tradizione antifascista ancora retoricamente radicata nel sentire di tanti. Spesso un sentimento, non un ragionamento, qualcosa che non muova necessariamente a scelte politiche di maggiore giustizia sociale. Le sardine poi hanno contribuito a rendere orecchiabile questo sentimento anche alle giovani generazioni, del tutto lontane dalla politica. Fra di loro la moda sardinesca si é sostituita altrettanto superficialmente agli slogan grilleschi, solo che stavolta i vaffà sono stati rivolti a Salvini. Meglio così, certo, ma oggi non esiste alcuna possibilità che quel sentimento possa diventare coscienza politica, non esiste alcun luogo di sedimentazione, maturazione. Non esistono più i partiti, é finita ogni alfabetizzazione politica.
    D‘altra parte le citofonate di Salvini hanno disturbato anche quella parte della destra moderata, bon ton che ha votato FI e Bonaccini o solo Bonaccini, interpretando le elezioni come un referendum. Inoltre tutto il sistema di potere economico e finanziario, impaurito da un possibile ricambio, ha puntato sulla continuità che gli garantisce un enorme peso nelle scelte politiche che contano, come la iperliberista legge urbanistica che trasferisce tutta la potestà al privato e cancella ogni visione della città, ruolo di indirizzo dei Comuni.
    In realtà tutta la periferia nella parte geograficamente più svantaggiata, montana e Bassa, dove già la Lega aveva messo radici, ha visto avanzare e consolidarsi il suo potere. In montagna la Lega ha raggiunto percentuali bulgare. La destra si é raffirzata anche in realtà non economicamente svantaggiate come Sassuolo o in zone storicamente di sinistra riformista, come Mirandola. In queste aree la Lega si era insediata in precedenti competizioni amministrative ed ora ha recuperato il voto degli strati economici e sociali che vivono in modo consociativo col potere politico locale. Contrastata la situazione di Ferrara dove, la presa del Comune da parte della destra non é ancora riuscita a scardinare totalmente il radicamento settantennale della sinistra. In compenso enorme avanzata leghista in tutto il ferrarese. Cosí come accaduto nel parmense ed nel piacentino. Una vittoria problematica quella di Bonaccini, agevolata anche dalla evidente nullità della candidata Bergonzoni, non pervenuta.
    Una vittoria fragile basata su ulteriori concessioni alla sempre più sfrenata logica liberista, alla instancabile privatizzazione dei servizi pubblici, all‘apparente difesa dell‘ambiente ma con continue realizzazioni di megainfrastrutture ed autostrade totalmente inutili che interessano solo i costruttori. Non per caso in E-R si assiste ancora all‘espansione senza fine delle città di fronte all’abbandono della riqualificazione urbana. Dilaga il lavoro precario ed é più che tollerata l’esternalizzazione del lavoro interno alle imprese, spesso affidato a cooperative di comodo con situazioni di lavoro intollerabili (vedi settore alimentare tanto rilevante in E-R.)
    In questo quadro, con questi costi sociali é stata fermata la Lega.
    La sinistra é scomparsa e a qualcuno é rimasto solo da sperare nella grinta empatica e giovanilista della candidata Schlein. Qualche lista civica di sinistra resiste qua e là ma lo spostamento a destra segnato da una aprioristica accettazione del pensiero unico dell‘austerity europea é ormai la Bibbia propagandata dal PD.
    Del cosiddetto modello emiliano é rimasta solo la fiducia ideologica in un partito guida che nessuno saprebbe più definire.
    Dopo il meritato tramonto della follia antipolitica grillina cercasi terzo polo di sinistra disperatamente.

  5. Buongiorno.
    Condivido l’analisi politica, ma non il contesto: penso che la democrazia sia partecipazione quotidiana attraverso diversi e molteplici strumenti, uno solo dei quali è il voto; credo che se avesi votato in Emilia, pur condividendo tutto ciò che scrive Montanari, avrei votato Bonaccini (non PD…) perché questa era la scelta.
    Vorrei però anche esprimere un profondo disaccordo sull frase ” lo spostamento a destra del Pd ha creato le condizioni per un’egemonia culturale di destra “: credo sia purtroppo molto peggio, credo cioè sia l’esatto contrario, è l’egemonia culturale della destra che ha provocato lo spostamento di un PD opportunista a destra. Si tratta di un fenomeno di lunga durata che aveva già investito anche i Ds e che dura fin dalla chiusura del PCI. Se non se ne individuano genesi, metodi e antidoti, qualsiasi altra iniziativa sarà destinata a rimanere velleitaria e iper minoritaria, come anche il prof Montanari, purtroppo, ben sa

  6. Perfetto. Tipicamente di sinistra.
    Quella che in tutta Europa raccoglie 3 voti e nel resto del Mondo riesce a perderne 2.
    Io, che purtroppo nel cervello ho solo due valvoline (piccole eeh…) sono molto contento che a casa mia la volgarità e la cultura della Lega e del Movimento 5 Stelle siano miracolosamente stati stoppati, grazie all’azione di Bonaccini, ai contenuti semplici ma efficaci delle Sardine e alle idee di chi stavolta proprio non è stato a casa ad assistere allo sfacelo. Questo presuntuoso di Montanari l’ho sentito anche su Radio Capital…saccente, autoreferenziale, senza un’ombra di dubbio, sa tutto di tutto, vera sinistra allo specchio….quella che ci guiderà certamente verso la scomparsa totale.. D’altronde, se Fusaro (l’avvocato divinizzato di Craxi) è il nostro marxismo….

  7. Il solito Montanari … niente di nuovo sotto il sole. Prima di tutto mi sento personalmente offeso come elettore del Pd da sempre a sentirmi definire di destra. Se Montanari si sente molto più di sinistra buon per lui ma le politiche fatte dal PD NON si possono definire di destra. Le grandi opere : ricordo 20 anni fa la polemica quotidiana sull’alta velocita tra Roma e Milano; avrebbe dovuto distruggere l’ambiente e fare chissà quali danni; oggi non mi pare che sia più contestabile, anche perché ha ridotto di gran lunga i collegamenti aerei tra Milano e Roma, tanto per dirne una, che negli anni ’90 erano decine al giorno. Se le grandi opere sono queste ben vengano (inclusa la TAV o la gronda di Genova). Sul piano più strettamente politico: per governare occorre il 51% o comunque una maggioranza d voti superiore diciamo almeno al 40%, visto che la Destra (quella vera, declinata in mille forme ma nella quale non ho mai visto all’interno il PD) raggiunge sempre questa soglia. E per fare qualunque politica di sinistra bisogna prima di tutto governare. E allora, pragmaticamente, quanti voti si può pensare di ottenere sulla base dei ragionamenti svolti in questo articolo ? Io credo molto pochi, certamente non quanti occorrono per essere maggioranza. E allora la vera novità del voto in Emilia-Romagna è che finalmente la gran parte dei voti di sinistra si è aggregata attorno alla figura di Bonacini (in questo sicuramente l’effetto “contro-Salvini” è stato rilevante) e non si è disperso in mille rivoli tra i partitini di sinistra che con mille modalità e distinguo sostengono le idee qui esposte.
    Anche sul fatto che in Emilia-Romagna non ci sia un buon governo non sono per nulla d’accordo ed inviterei le persone che la pensano così a cambiare regione per un po, andare in una qualunque regione a caso governata dal centro destra, poi ne riparliamo. Insomma, di miglioramenti possibili se ne possono fare tanti ma continuo a pensare che chi sostiene le tesi di questo articolo, alla fin fine fa un favore alla destra perché creano solamente frammentazione a sinistra ed invito all’astensione (nel migliore dei casi). E infine vorrei chiedere all’autore, se il PD fa politiche di destra, che avrebbe votato in Emilia-Romagna ?

  8. Condivido pienamente l’analisi di Montanari e vorrei ricordare ai compagni e compagne che sostengono il voto utile (ovvero votare con le mollette al naso il PD/DC) che proprio l’Ulivo di Prodi/Ciampi/Draghi ci ha portato a privatizzare tutte le nostre imprese e banche al servizio dei capitalisti occidentali e a vedere il proletariato che vota Lega o Fratelli d’Italia.

  9. Ho letto attentamente l’analisi di Montanari ed altrettanto attentamente i commenti. Ne deduco che i risultati delle elezioni regionali non siano affatto utili per ritenere una grande vittoria politica quella di Bonaccini ma soprattutto con tali risultati che sarà “gabbato” sara sempre l’elettorato che si visto quasi costretto a votare Bonaccini pur sapendo che il beneficiato non farà mai riforme a favore di chi lo ha votato. Ergo: i partiti di centrosinistra (?) o di centro avranno vita breve perché con i sotterfugi e le manipolazioni non si fa altro che spingere l’elettorato ancora più a destra. Nessuno, anche in questa occasione, ha menzionato o capito cosa si nasconde sotto le sardine, chi li manipola, chi li finanzia, chi li sponsorizza e soprattutto verso quale tetto andranno a mangiare!

  10. Ci conforta che l’odio pregiudiziale di Montanari contro il PD è solo uno sfogatoio personale e dei 4 amici che lo seguono. Con le sue idee il PD certamente non potrebbe vincere nessuna elezione….l’Italia è di destra ? si rassegni e porti avanti il glorioso ed autentico pensiero di sinistra come i 3 partiti comunisti che si sono presentati. A quando il quarto Partito Comunista di Montanari? Lo aspettiamo con ansia…

  11. Tutto ben documentato, ottime argomentazioni, acuminate stilettate. Ma a votare, periodicamente e con sistemi di conteggio algebrico, bisognerà ancora andare? E in un sistema più o meno liberal-democratico conterà il consenso? E il consenso, nell’età post-ideologica e compiutamente tardo-berlusconiana in salsa web, come si ottiene? E quanto contano i gap generazionali? Quali categorie interpretative, quali posizionamenti per coinvolgere le “masse”?
    E ha senso bollare le Sardine come “truppe irregolari” del PD, marchiando al suo nascere un movimento impetuoso, spontaneo e trasversale come non si vedeva da almeno 40 (diconsi quaranta) anni?
    Queste sono le domande che vorrei porre a Tomaso Montanari, insolita figura di apocalittico integrato.
    Perché discettare di destra, sinistra, vera destra e simili alla fine stanca, specie in assenza di risultati, palpabili o intellegibili, mentre la necessità di gestione delle cose pubbliche esiste, la vita continua e si riproduce in nuove istanze, idee, generazioni. Alle quali, credo, noi potremo dare qualche suggerimento, recitare un o due avvertimenti ed esemplare corsi e ricorsi storici. Mai e poi mai rinchiudere in vetuste gabbie interpretative.

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