Ilva/2 – La macchina assassina non può restare ai privati

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L’ho già scritto e lo ripeto. L’ILVA di Taranto è una gigantesca macchina assassina. La cifra di tutta la sua storia è la Morte (la “morte industriale” canterebbe Guccini). Da questo dato durissimo, e inconfutabile, non può prescindere ogni discussione sul suo destino (sul suo passato, sul suo presente, e soprattutto sul suo futuro): dal fatto che quello stabilimento uccide.
Uccide chi ci lavora dentro: i “suoi” operai (farebbero bene a rifletterci i sindacati che non dovrebbero difendere solo i posti di lavoro ma anche i lavoratori e le loro vite). Ne sono morti 208, per “incidenti” sul lavoro, dal primo, Giovanni Gentile, il 1° agosto del ’61 quando la fabbrica era ancora in costruzione, all’ultimo, Cosimo Massaro, il 10 agosto del 2019; altre centinaia e centinaia sono morti più lentamente, divorati dal cancro, dai linfomi, dalla leucemia (tra i dipendenti Ilva di Taranto, certifica l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, si registra il 500% in più di malati di cancro rispetto al resto della popolazione).

E uccide chi ci abita intorno: gli sfortunati bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI, minati nella salute fin dal ventre materno, e i 200.000 cittadini di una città presa in ostaggio da una fabbrica feroce. “Qui – scrivono le madri e i padri organizzati nell’Associazione genitori tarantini -, le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui, l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media”. Sono dati, agghiaccianti, confermati e certificati dal Ministero della salute col “Rapporto Sentieri” giunto nel 2019 alla sua V^ edizione, il quale per l’area di Taranto, trabocca di “eccessi”, cioè di percentuali di ammalati superiori alla media per una lunga lista di patologie mortali: un “eccesso del 90% per i linfomi in età pediatrica, per mesoteliomi, tumori dello stomaco, fegato, pancreas e vescica tra gli uomini; per melanomi, tumori alla mammella e all’utero, leucemie tre le donne .

Il resto, certo, è importante: i posti di lavoro a rischio, il contributo di quello stabilimento al Prodotto interno nazionale, il ruolo dell’Italia di grande produttore… Ma viene dopo, quei numeri che sono vite. E che se letti con l’attenzione che meritano, come la descrizione di una vera e propria strage di innocenti, dovrebbero bastare per mettere a tacere ogni fautore dello scellerato “scudo penale” – un’aberrazione giuridica oltre che morale, che tuttavia continua a essere pervicacemente riproposta – e della assoluta priorità della produzione d’acciaio, costi quel che costi. Dovrebbe scattare, se un minimo senso delle cose sopravvivesse in questo paese, un naturale meccanismo di inibizione di fronte a idee, proposte, progetti che con tutta evidenza negano il diritto alla vita come valore intrascendibile.  Invece li abbiamo visti in questi giorni, politici degli opposti schieramenti, opinion leader delle molteplici testate, confindustriali in doppio petto e portaborse in grisaglia, raffinati uomini di legge dai clienti facoltosi, discettare di priorità assoluta da dare alla produzione, di eccellenza italiana nell’acciaio in Europa, di necessari “bilanciamenti tra salute e lavoro”, di Mittal da trattenere magari concedendole quel che vuole, come se un punto di Pil valesse centinaia di vite. E come se la Costituzione, all’art. 32, non qualificasse quello alla salute come un “fondamentale diritto”, mentre il “lavoro” che pure essa tutela non può essere il lavoro che uccide, pena il suo degrado a “lavoro schiavo”.

Chi ha avuto lo stomaco di seguire in questi giorni i talk show che vanno per la maggiore, avrà avuto modo di misurare quanto esteso, e ramificato, trasversalmente, sia il “partito del Pil” ( che in questo caso, e sempre più, si identifica con il “partito della morte”): renziani della prima ora di Italia viva (sic!) e postfascisti riciclati di FdI, leghisti usi a gridare “prima gli italiani” quando si tratta di gettare a mare i migranti poveri ma pronti a mettere prima i franco-indiani se hanno i miliardi e fassiniani memori dell’antico produttivismo da socialismo reale, editorialisti del gruppo De Benedetti-Elkan e di Mediaset, per una volta uniti nella lotta, quasi tutti (con encomiabili eccezioni come quella di Michele Ainis su Repubblica), quando gli si ricordano i numeri della strage non sospendono neppure per un secondo il chiacchiericcio, nella migliore delle ipotesi guardano per un attimo il soffitto, e poi ripartono lancia in resta col tormentone che senza “scudo” nessuno si prenderà il fabbricone decotto, che senza il fabbricone l’Italia perderà tutta la sua industria, che senza un po’ di fumi e di emissioni tossiche l’acciaio non si fa (chi lo dice poi?), usando – come fossero ostaggi – i posti di lavoro degli operai messi a rischio e irridendo le poche voci critiche con l’accusa, considerata sanguinosa da chi la muove, di essere fautori della “decrescita felice” fuori dal mondo.

E allora è il caso di dire alcune cose chiare sulla questione.

Sole24Ore 6 settembre 2019

In primo luogo che i sette anni trascorsi dal primo sequestro dell’area a caldo dell’Ilva da parte di una giudice coraggiosa, Patrizia Todisco, e segnati da ben 13 decreti “salva Ilva”, compreso quello sciagurato del primo governo Renzi che istituiva l’“immunità penale” per Commissari e successivi acquirenti, sono trascorsi stiracchiando la produzione per far cassa e trascurando in modo indecente gli interventi a tutela di salute e ambiente. Tant’è vero che, all’ombra di quello “scudo”, l’Ilva ha continuato a inquinare, che i bambini di Tamburi continuano a non poter giocare all’aperto e quando tira vento nemmeno andare a scuola, che la diossina continua a uscire dalle ciminiere dell’area a caldo, e che tumori e linfomi continuano a mietere vittime. Nessuno di quei decreti, fatti non per favorire l'”ambientalizzazione della fabbrica” – cioè la sua messa in sicurezza rispetto ai danni alla salute di operai e cittadini – ma esclusivamente per permetterle di continuare a produrre nonostante l’intervento della magistratura di fronte a inconfutabili prove di danni mortali, nessuno, dicevo, fissava tempi e modi precisi per l’adempimento del piano ambientale e l’ottemperanza alle disposizioni dell’originaria Autorizzazione integrata ambientale (AIA) che, è bene ricordarlo, fin dal 2012 imponeva di eliminare emissioni dannose di diossina e dispersione di polveri sottili entro il 2015!!! L’unica preoccupazione di Renzi (che oggi ci riprova, con i suoi emendamenti tossici) e dei suoi successori, a cominciare da Gentiloni (che pure lui si spende per la continuazione della libertà di inquinare) è sempre stata quella di permettere allo stabilimento di sfornare le sue tonnellate di acciaio e di alimentare le sue frazioni di punto di Pil, quello si da misurare giorno per giorno, con il metro avaro dei profitti e delle perdite,  mentre l’ambiente e la gente che lo abita possono aspettare, nessuno si preoccupa di controllare cronoprogrammi e scadenze tecniche…

In secondo luogo diciamolo che Arcelor Mittal è un padrone che è meglio perdere che trovare. Un gruppo dalla vocazione predatoria che con molta probabilità fin dall’inizio della trattativa non aveva nessuna intenzione di gestire l’Ilva ma al contrario di fingere di acquistarla per suicidarla, e così eliminare un concorrente fastidioso (l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese ci dice che più di un indizio porta in questa direzione). Sarebbe masochismo mettere nelle mani di gente simile la salute dei cittadini, il lavoro dei dipendenti e la produzione dell’area. Gli si faccia pagare tutto quello che deve pagare, penali, arretrati, danni agli impianti, bonifiche…, gli si mettano sotto sequestro i beni sul territorio italiano, li si trascini in giudizio per i reati penali rilevabili, ma per favore non li si trattenga qui, a tenere ancora in ostaggio operai e popolazione.

In terzo luogo: quello stabilimento, nato male, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, sessant’anni fa, oggi è un malato pressoché incurabile. Certo non curabile con i criteri “di mercato” che qualunque privato applicherebbe. Per renderlo compatibile con vita e ambiente dovrebbe essere ristrutturato da capo a piedi: riconvertito a nuove produzioni. O modificato radicalmente con tecnologie “pulite” (supposto che esistano). Per questo la caccia al prossimo acquirente sa di chiacchiera. Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni “sporche”. Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – “nazionalizzarlo” se si vuole usare la parola proibita -, magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, “restituirlo al mercato” a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo. Lo so che si leveranno le mani dei soliti noti, a gridare che “non licet!”: non si può! Non lo permetteranno i Commissari europei, le agenzie di rating, gli investitori internazionali, le casse dello Stato, la morale, la scienza economica, il padreterno. Soprattutto non lo permetterà il credo liberista che è rimasta l’unica fede di un mondo infedele alle sue stesse radici. Ma è IDEOLOGIA! Un Paese, uno Stato che si rispetti – tra tanti statalisti da trivio deve toccare proprio a me, universalista per vocazione e formazione, dirlo? –  non solo può, ma deve metter rimedio a una catastrofe ambientale e sanitaria (una catastrofe paragonabile a un’alluvione, un terremoto, un’epidemia) con mezzi pubblici, propri o della comunità internazionale di cui è parte. Non per mettere su un altro baraccone burocratico, ma per affidare il compito del risanamento della fabbrica e della città di Taranto a un soggetto pubblico controllato dalla comunità in cui è inserito, con procedure trasparenti ed efficaci, che non rispondano solo alla logica privatistica del profitto ma a quella (sacrosanta in questo caso) del perseguimento del bene comune: a cominciare da quell’essenziale bene comune che è la vita. 

Infine, vorrei che non si dimenticassero mai – mai! – le parole con cui i Genitori tarantini hanno presentato il loro flash mob “Albe e tramonti”, realizzato a luglio per ribadire che “Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino” e per ricordare “qualcuno che l’alba non potrà più rivederla”: “Ci sono albe e ci sono tramonti incredibilmente affascinanti. E ci sono, poi, tramonti che lasciano nel cuore una notte senza fine. Tramonti che non avremmo mai voluto vivere, ma che si ripresenteranno grazie alla spietata crudeltà propria degli infami”.

 

L’articolo è stato pubblicato, in versione più breve, sul Manifesto di domenica 17 novembre col titolo Nazionalizzare è l’unica soluzione.

 

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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