Il Partito Democratico dopo Renzi: il tempo delle scelte

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L’uscita di Matteo Renzi dal Partito Democratico è un’occasione.

Intanto, un’occasione per cancellare una volta per tutte equivoci, abbagli, ipocrisie: Renzi è sempre stato quello che oggi innegabilmente appare. Un avventuriero della politica, senza ideali e senza visione: con un unico grande obiettivo, il proprio personale potere. La sua retorica genericamente blairiana (il blabla sulla modernità e il futuro) è un passepartout che lo colloca in un centro naturaliter conservatore: avrebbe potuto intestarsi da subito il centro-destra (ma Berlusconi era ancora troppo forte), ha scelto di parassitare il PD. Ora siamo francamente al partitino-personale, al centro di una rete di lobbies, amicizie, trasversalità (esemplari gli ascari lasciati in pancia al PD), ricatti politici al governo: un progettino di piccola rendita inseparabile, nell’immaginario collettivo, da uno «stantio odore di massoneria» (De Bortoli). Nulla di stupefacente, per chi avesse avuto occhi liberi: molto da spiegare, invece, per tutta la classe dirigente che ha subito travisato questa penosa parabola.

Ma la vera occasione è per il PD: ed è quella di ripensare se stesso, e di ripensarsi a sinistra. La grande anomalia italiana è l’affollamento che va dalla destra estrema al centro con vista a destra: cioè da Salvini a Fratelli d’Italia a Forza Italia a Italia Viva (fanno impressione, letti accanto, questi tre partiti-nazione, eh?) al Movimento 5 Stelle. La metà sinistra dell’arco politica è sostanzialmente vuota: e questo vuoto ha una relazione diretta (anche se naturalmente non esclusiva) con l’astensione elettorale di metà degli italiani. Ora il PD deve decidere se stare a sinistra, o stringersi nell’ultimo segmento di quell’affollata congerie di centro.

I primi segnali non sono incoraggianti. Nicola Zingaretti che si fa fotografare mentre firma la tessera dell’ex forzaitaliota Beatrice Lorenzin racconta un PD che rincorre Renzi al centro. Così come Minniti raccontava un PD che rincorreva la Lega a destra (memorabile il Minniti di Crozza: «non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti!»). Peggio ancora la notizia per cui Zingaretti avrebbe ceduto alle pessime sirene di Prodi e Veltroni, rinunciando subito all’idea di una legge elettorale proporzionale e anzi pensando a rafforzare il maggioritario. Un atto irresponsabile anche se il movente fosse la vendetta contro Renzi (che a parole esalta il maggioritario, ma nei fatti sfrutta nel modo più irresponsabile i margini del proporzionale): perché è quasi sicuro che finirebbe invece col dare a Salvini l’arma-fine-di-mondo contro la Costituzione. Ma c’è qualcosa di più profondo, ed è proprio lì che il PD dovrebbe avere il coraggio di guardare, e di cambiare.

Renzi, infatti, non è stato la causa, ma il principale sintomo, dell’abbandono di ogni orizzonte di sinistra da parte del PD: la cui radice sta proprio nella stagione ulivista di Prodi e Veltroni (e anche in quelle di D’Alema e Bersani…). L’accettazione della precarizzazione dei rapporti di lavoro, con la sua scia di vite distrutte e povertà, la dobbiamo alla riforma Treu. L’abbandono del ruolo dello Stato nell’economia (e dunque nella vita dei cittadini) è avvenuto in forza delle privatizzazioni incontrollate, e delle spesso altrettanto incontrollate liberalizzazioni, volute da governi di centrosinistra (si pensi alle tanto celebrate “lenzuolate” liberiste di Bersani, che hanno inferto colpi mortali ai tessuti sociali delle città). La mancanza di una seria legge contro la concentrazione dei mezzi di informazione è frutto di scelte compiute durante la prima legislatura dell’Ulivo. Il colpo finale alla progressività fiscale, cioè la strada aperta alla flat tax voluta dalla Lega, è venuto dalla stessa area politica, attraverso l’opera del ministro Vincenzo Visco. La “federalizzazione” dei diritti, che oggi ne impedisce l’uguale attuazione su tutto il territorio nazionale (pensiamo alla sanità!), è iniziata con le riforme di Bassanini. L’infinita stagione della distruzione della scuola e della aziendalizzazione dell’università si compie infine con la “riforma” di Luigi Berlinguer.

È solo una piccola antologia, che dimostra una cosa: il PD, e i suoi immediati antenati, hanno rinunciato da molto tempo a cambiare il mondo, a renderlo più giusto. Hanno preferito accettare i rapporti di forza creati dal mercato: avviandosi così a rappresentare solo i “salvati”, non più i sommersi. Quei sommersi che oggi non votano, ma combattono ogni giorno in quella “sinistra sociale” che non ha rappresentanza politica.

La scelta tra proporzionale e maggioritario non è solo tecnica: è anche il bivio tra continuare a essere un partito di establishment sostanzialmente conservatore, o provare a essere un partito di massa di sinistra. L’addio di Renzi toglie un alibi, e offre un’occasione: l’ultima, probabilmente.

È una versione più ampia dell’articolo pubblicato il 25 settembre su “Il Fatto Quotidiano”

About Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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3 Comments on “Il Partito Democratico dopo Renzi: il tempo delle scelte”

  1. Analisi condivisibile: occasione unica e, forse, ultima per il PD (finalmente libero da Renzi) … restando in attesa della “sinistra” e di un progetto comune di tutta l’area!

  2. Tutto vero, tutto giusto. Mi consentirai però di dire che, da molti anni a questa parte, il tentativo più serio di ricostruire una vera sinistra è avvenuto nei mesi successivi al Brancaccio (18/6/2017), dove tu eri un protagonista. Il Brancaccio fu una fiammata (sorprendente solo per alcuni) che poi si estinse nel volgere di pochi mesi. E’ vero che si era sotto la scure delle elezioni, ma furono anche commessi alcuni errori strategici (mai completamente chiariti) e forse mancò un po’ di coraggio: quello di rinunciare tutti al compromesso con i cascami della “Sinistra” e alla contesa elettorale per traguardare un orizzonte più lontano.
    Peraltro tra il novembre 2017 e il marzo 2018 il gruppo residuale sul programma dimostrò ben scarsa propensione a un impegno collaborativo di lunga lena e in breve ognuno navigò altrove disperdendosi verso altri lidi, tra cui questo volerelaluna: splendido nelle analisi e acuminato nelle polemiche, ma sostanzialmente consolatorio.
    Così, a mio avviso, non si ricostruisce una “””sinistra”””: si diventa vecchi e basta.

    Quello che è riuscita a fare una ragazzina di 16 anni è stupefacente e credo che molta parte del suo successo sia dovuto alla sua ingenua ostinazione. Qualcosa dovremmo imparare, anche se forse non abbiamo più l’età…

  3. Continuare a sperare ancora nel PD, Tomaso?
    E’ vero che “spes ultima dea”.
    Ma è anche vero che spesso “di speranza si muore”.
    E che “errare è umano, ma perseverare è diabolico”.
    “Chi vivrà vedrà”!

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