Partire, e non morire

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“Meno sbarchi, meno morti”. Quella che sembra una banale “verità”, riferita al numero di migranti che intraprende il tentativo di attraversare il Mediterraneo per approdare sulle nostre coste, ci viene sempre più spesso propinata non solo dal ministro-dei-porti-chiusi Salvini, ma da un giornalista non particolarmente simpatetico nei suoi confronti, come Marco Travaglio.

I dati sono noti: con la diminuzione del numero delle partenze dal Nord Africa dirette verso le nostre coste (dovuta principalmente agli accordi con le milizie libiche siglati da Minniti ed ereditati da Salvini) anche il numero dei morti in mare sembra essere diminuito. In termini assoluti l’UNHCR ha conteggiato 1.311 decessi nel 2018, contro i 2.872 del 2017. Un “successo” che i “cattivi” sbattono volentieri in faccia ai “buoni” (Salvini contro papa Francesco), senza peraltro rinunciare a brandire anche argomenti di ben altra natura.

“Meno partenze uguale meno morti”. Ma è proprio così? O dovremmo dire: “meno morti sulla rotta che dalla Libia conduce in Italia”, ma non necessariamente lungo la tratta che dal nord Africa porta in Spagna o sulla via balcanica, dove una parte considerevole dei flussi migratori si è spostata?[1] E poi: davvero “meno morti” o meno morti recuperati, certificati, esibiti, nell’assenza di testimoni su ciò che accade nel Mediterraneo, dopo la fine delle missioni internazionali e la cacciata delle ONG? E i morti ammazzati nella Libia infestata da una guerra da cui non è consentito fuggire, come andranno conteggiati? Per non parlare delle migliaia di persone recluse, seviziate, brutalizzate – e uccise – nei lager libici allestiti con la complicità e il sostegno finanziario dei nostri governi…

Rimanendo sul piano della nuda contabilità, i dati alla base della propaganda di Salvini sono in realtà discutibili[2]. Se si guarda non ai numeri assoluti, ma a quelli relativi alle partenze, si scopre che la probabilità di morire annegati nel Mediterraneo è negli ultimi mesi vertiginosamente salita: se nei primi mesi del 2017 moriva un migrante ogni 38, nei primi sei mesi del 2018 erano già uno ogni 19, nel giugno 2018 uno ogni 7 e nei primi mesi del 2019 uno ogni 3[3]! Anche in termini assoluti, negli ultimi mesi è stata registrata un’impressionante impennata di vittime direttamente imputabile alle politiche di criminalizzazione dei salvataggi in mare: erano circa tre al giorno ai tempi di Minniti; sono diventate otto al giorno nei primi quattro mesi dell’era Salvini (1 giugno – 30 settembre 2018)[4]. Secondo i dati aggiornati a maggio 2019 dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni, inoltre, i morti o dispersi nel solo Mediterraneo centrale nei primi 5 mesi del 2019 sarebbero già 316[5]. Una cifra non così distante da quella dei primi cinque mesi del 2018, a fronte di un numero decisamente più ridotto di partenze[6].  

In ogni caso, qui non si tratta solo di contrappore numeri a numeri.

Ciò che è particolarmente ributtante del tentativo di ammantare di una patina di umanità la scelta criminale di lasciare affogare i naufraghi è il ricorso a criteri puramente quantitativi, che mai adotteremmo se fosse in gioco la vita anche di uno solo di “noi”. Ciò che sta larvatamente passando è l’idea che lasciare consapevolmente morire una, dieci, cento persone che sarebbe perfettamente alla nostra portata salvare, sia in fondo accettabile se funziona come deterrente nei confronti di altri potenziali migranti. Se c’è una logica, in questo ragionamento, è quella del generale che procede alla decimazione dei suoi soldati in nome del superiore interesse collettivo. La logica di chi degrada le persone a mezzi (come i 177 migranti sequestrati per giorni sulla nave Diciotti). Di chi, osservando il mondo dall’alto, considera gli uomini e le donne come se fossero numeri, macchie di colore, mosche[7].  

Ma si tratta anche di una logica fallace, perché basata su un’alternativa artificiosa e fuorviante: quella tra porti chiusi e porti aperti, criminalizzazione e santificazione delle ONG. Mentre il problema vero, di cui nessuno parla, è che non è normale che centinaia di migliaia di persone mettano a rischio la propria vita per attraversare il Mediterraneo sui gommoni, alla mercé dei trafficanti, anziché acquistare un biglietto aereo low cost per una delle capitali europee. Come hanno potuto tranquillamente fare, nel solo 2017, ben 285.000 giovani italiani[8].

Diciamo allora, e ripetiamo in modo forte e chiaro, che se l’obiettivo è quello di “azzerare i morti” (Salvini dixit), una e una sola cosa si deve fare: prevedere canali legali e sicuri di accesso ai Paesi europei. Canali umanitari per chi fugge da guerre, persecuzioni, minacce, e gode pertanto del diritto di asilo. Permessi di soggiorno temporanei per la ricerca di lavoro per chi migra “soltanto” per migliorare le proprie condizioni di vita (come gli italiani di cui sopra). Sarebbe questo l’unico modo efficace per arrestare l’ecatombe di innocenti che – a voler credere alle loro parole – inorridisce anche i buoni padri di famiglia che ci governano. E per stroncare gli affari di mafie e trafficanti.

 

[1] Si veda il report di Frontex: https://frontex.europa.eu/media-centre/news-release/number-of-irregular-crossings-at-europe-s-borders-at-lowest-level-in-5-years-ZfkoRu.

[2] Cfr. ad esempio https://www.ilpost.it/2019/01/29/numeri-salvini-immigrazione-sbarchi-morti.

[3] https://www.unhcr.it/news/calo-degli-arrivi-aumento-dei-tassi-mortalita-nel-mar-mediterraneo-lunhcr-chiede-un-rafforzamento-delle-operazioni-ricerca-soccorso.html. Ma cfr. anche https://twitter.com/yaxle/status/1125306101401104384.

[4] Si veda la documentata analisi di Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sbarchi-italia-il-costo-delle-politiche-di-deterrenza-21326.

[5] Ma diventano magicamente 2 se, come fa Salvini, si contano solo i cadaveri effettivamente recuperati nelle acque territoriali italiane! Cfr. https://www.ilpost.it/2019/03/18/i-numeri-di-salvini-sui-morti-nel-mediterraneo-non-tornano/.

[6] https://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean?migrant_route%5B%5D=1376.

[7] Si leggano le riflessioni di E. Krippendorff sulle “tecniche del distanziamento” tipiche della “logica del dominio” nel sesto capitolo de L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart, Fazi Editore, 2003.

[8] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2018/08/02/fuga-dallitalia-siamo-tornati-ai-livelli-record-degli-anni-50/4532924.

About Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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