Una storia già vista: la Costituzione a rischio

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La maggioranza della stampa e dei media ha parlato tre settimane del caso Siri e delle liti vere o presunte nel Governo, mentre ha praticamente ignorato che è stata votata dalla Camera un’importante modifica della Costituzione, per fortuna non ancora definitiva. Anche i parlamentari hanno dato pessima prova di sé con assenze incomprensibili, voti scontati, poca voglia di combattere una battaglia importante, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Uno spettacolo desolante.

Il disegno di legge costituzionale approvato il 9 maggio dalla Camera prevede la riduzione dei deputati e dei senatori del 30%. Esso è già passato al Senato e dovrà essere riapprovato, trascorsi almeno tre mesi, dai due rami del Parlamento nello stesso testo, come prevede l’art. 138 Costituzione. Inoltre è imminente l’approvazione, da parte della Camera, di una nuova legge elettorale, che adeguerà i collegi e il resto delle norme elettorali ai cambiamenti della Costituzione, quando diventeranno efficaci.

È la seconda volta che le Camere approvano la legge elettorale prima di avere la certezza che la Costituzione verrà effettivamente modificata. Questo peccato di orgoglio è costato caro al Governo Renzi, che aveva fatto approvare una nuova legge elettorale (l’Italicum) in vista della corposa modifica della Costituzione che la maggioranza parlamentare aveva approvato e dava per scontato sarebbe stata confermata dal voto popolare. La sorpresa (amara per Renzi e C.) fu che il referendum del 4 dicembre 2016 bocciò clamorosamente la proposta deformazione della Costituzione. Il Governo Renzi era talmente sicuro di vincere il referendum, anzi di avere un plebiscito, da far di tutto per arrivarci e da farlo promuovere dagli stessi parlamentari della maggioranza (mentre di norma è la minoranza parlamentare che, essendo stata sconfitta nelle aule del Senato e della Camera, lo chiede). In questo caso abbiamo assistito all’iniziativa anomala che il referendum lo chiedeva anche la maggioranza. Stranezze del periodo.

L’attuale maggioranza parlamentare giallo verde sta imitando, più di quanto non voglia ammettere, il Governo Renzi e vuole a ogni costo fare approvare la legge elettorale prima della definitiva approvazione della modifica costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Il messaggio che viene da questa scelta è molto chiaro: la legge costituzionale non dovrà cambiare nei successivi passaggi parlamentari. Se essa dovesse essere bocciata il Parlamento avrà approvato un’altra legge inutile. In altre parole, dalla maggioranza viene un messaggio di totale chiusura al confronto: diversamente da quanto è avvenuto sul cosiddetto referendum propositivo ora all’esame del Senato, la norma che riduce il numero dei parlamentari nei prossimi passaggi potrà essere solo approvata o respinta.

La legge elettorale, la cui approvazione definitiva è prossima, è un riproporzionamento del Rosatellum e rende permanente l’attuale sistema che impedisce agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. In pratica la legge elettorale con cui abbiamo votato il 4 marzo 2018 permette solo di scegliere il partito: nel collegio uninominale viene eletto il parlamentare indicato che, a sua volta, porta con sé l’elezione dei candidati nel proporzionale in ordine di presentazione fino a concorrenza dei posti conquistati dalla lista.

La legge elettorale in via di approvazione, inoltre, riduce il numero dei collegi. Ci saranno, in media, collegi di 400.000 abitanti alla Camera e di 800.000 al Senato, con punte più alte in alcune regioni (mentre sono state fatte concessioni ad altre con soglie molto più basse). La soglia reale per essere eletti in alcuni casi può arrivare al 20% dei voti espressi. In ogni caso i piccoli partiti verranno spazzati via: nemmeno la Lega e il M5 Stelle delle origini avrebbero oggi la possibilità di accedere al Parlamento. In pratica la combinazione della diminuzione dei parlamentari e della legge elettorale ridurrà drasticamente i partiti rappresentati in Parlamento e soprattutto favorirà quelli che ci sono già, scoraggiando nuovi ingressi.

Perché questa smania di cambiare la Costituzione? L’unica motivazione addotta è ridurre i costi. Superfluo dire che, portando il ragionamento all’eccesso, se il Parlamento venisse chiuso come avvenne durante il fascismo, non costerebbe nulla. Ma la democrazia ne risentirebbe pesantemente, visto che per riavere il Parlamento in Italia c’è voluta la caduta del fascismo, con la vittoria della Resistenza e degli alleati.

In realtà la scelta di ridurre i parlamentari aggrava la crisi del Parlamento, prodotta anzitutto da una prevalenza del Governo che assume un ruolo centrale nel nostro sistema di democrazia rappresentativa, largamente al di fuori della previsione della Costituzione. Ciò è in atto da un paio di decenni e l’attuale maggioranza opera in continuità con quelle precedenti: non solo governa con decreti legge, voti di fiducia a ripetizione, uso improprio dei regolamenti parlamentari, ma è arrivata a fare approvare a scatola chiusa la legge di bilancio, che deputati e senatori non hanno potuto leggere, né tanto meno modificare. Del resto l’accentramento è andato molto oltre. Oggi il presidente del Consiglio e due vice presidenti sono di fatto la cupola che decide tutto per il Governo, il quale, a sua volta, impone a cascata le sua scelte al Parlamento.

La riduzione dei parlamentari viene decisa in questo quadro di mortificazione del Parlamento e porterà ad allontanare ancora di più rappresentanti e rappresentati. Le riduzioni non sono tutte uguali. Si può discutere di un nuovo progetto istituzionale con meno parlamentari purché abbia un senso, ad esempio non riduca la rappresentanza del territorio. Ho citato più volte Rodotà e la sua antica proposta di riduzione, che era tutt’altra cosa perché puntava a ridare centralità al Parlamento e rimetteva il Governo al suo posto di esecutivo, di attuatore.

Oggi invece autorevoli esponenti della maggioranza hanno parlato senza mezzi termini di superamento del Parlamento, altri hanno siglato patti per il presidenzialismo, mentre centri di potere internazionali spingono per cambiare la Costituzione.

Per questo occorre pretendere che il Parlamento non approvi queste norme, in seconda lettura, con i due terzi dei voti perché ciò renderebbe impossibile il referendum costituzionale. L’ultima parola deve, invece, essere degli elettori e conviene prepararsi a un nuovo referendum costituzionale. La paura di affrontare una prova difficile non è all’altezza della sfida di chi punta a cambiare la Costituzione. Troppo alta è la posta in gioco e la partita va affrontata in ogni caso. Il ministro Fraccaro ha fatto di tutto per evitare il referendum costituzionale: evidentemente tanto tranquillo non è, perché sa per esperienza come è finita la vicenda della deformazione costituzionale di Renzi, in cui pure il No era dato inizialmente ad appena il 20%…

About Alfiero Grandi

Alfiero Grandi, politico e sindacalista, è vicepresidente del “Comitato per il NO” (nato per contrastare la riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi)

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