Verona e il Medioevo delle famiglie

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«Ama. Ama follemente. E se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente». Così scriveva William Shakespeare nel 1596, quando nel raccontarci con la bellezza infinita dei suoi versi i patemi d’animo di Romeo e Giulietta, ambientava a Verona lo scenario delle loro pene d’amore. E Verona, splendida città italiana, oggi torna alla ribalta non per una memorabile tragedia, frutto di fantasia, che esalta l’amore, ma per una triste circostanza, purtroppo reale, in cui amore, dignità e libertà vengono di fatto irrisi e calpestati.

World Congress of Families. Il titolo in inglese dell’evento, giunto alla sua XIII edizione, non serve a conferirgli leggerezza e modernità, e anzi stride in modo grottesco con l’identità di questo anacronistico simposio, in cui istanze repressive, pulsioni liberticide, messaggi inequivocabilmente omofobi e discriminatori avranno una cassa di risonanza data non certo dal loro discutibile spessore culturale, ma dal fatto che per la prima volta nel nostro Paese, assistiamo a una passerella corale di personaggi e di associazioni che, in Italia e all’estero, hanno fatto della innegabile superficialità del pensiero discriminatorio la loro chiave di accesso a temi a cui, invece, l’elaborazione culturale e giuridica sorta in ambiti ben più qualificati, e nelle Corti di diritto, ha dato diversa e più profonda caratterizzazione. A ciò si aggiungono messaggi scientifici mai accreditati, e oggetto invece di plateali smentite da parte della scienza medica, uno per tutti l’equiparazione della omosessualità a una patologia (circostanza già smentita dall’Organizzazione mondiale della sanità ormai molti anni addietro), e le fantomatiche teorie riparative, che si fondano sulla discriminante ipotesi che il proprio orientamento sessuale possa costituire appunto un “danno” da riparare.

Nella città veneta si riverserà la rete mondiale di coloro che si oppongono ai diritti di autodeterminazione e libera scelta in tema di sessualità, maternità, famiglia e laicità; dalla Russia di Putin ai Paesi africani che penalizzano il divorzio, l’omosessualità e l’aborto (gli stessi ai cui migranti lo Stato concede protezione internazionale), ai Paesi dell’Est europeo più integralisti, sino a esponenti dell’America di Trump, tutti sfileranno in questa celebrazione del ritorno al medioevo, fieri della loro “fede” e ben ancorati al più banale e semplicistico dei metodi di ragionamento, quello per categorie, declinato per di più con finalità palesemente escludenti. E se la carta d’identità di un consesso è data dalla qualità del pensiero di chi vi partecipa, è semplice in questo caso identificare la matrice culturale di questo evento in un malcelato schiaffo alle libertà, alla dignità affettiva e relazionale dei singoli, ai diritti del corpo intesi quali espressione della affettività e della sessualità, un vulnus assestato con forza proprio in uno dei contesti dinamici più sensibili e rappresentativi della vita delle persone, quello degli affetti, delle relazioni e dei progetti di vita, in cui le scelte del sé, e la sacrosanta autodeterminazione non devono rispondere a sterili categorie concettuali, ma al superiore paradigma della dignità umana, concetto troppo intimo e profondo per rimanere immutato nel tempo, e scalfito da schemi e pregiudizi.

Il Medioevo è ben servito. Si leggono, tra i pensieri di cui sono portatori i relatori al Congresso di Verona, frasi del tipo:

«Assassine e cannibali le donne che decidono di abortire» (Dimitri Smirnov, arciprete della Chiesa ortodossa russa)

 

«Trovo ridicolo parlare di omofobia, nel caso vi sarebbe semplice avversione verso certi stili di vita, tipici dei gay» (Alexey Komov, ambasciatore russo del World Congress of Family presso l’ONU)

 

«Le pulsioni omosessuali si possono riparare» (Brian Brown)

 

«Non vogliamo più migranti, ma più bambini ungheresi, e in generale europei cristiani» (Katalin Novak, ministra ungherese del governo Orbán)

 

«Preferirei dare mio figlio a un orfanotrofio piuttosto che a una coppia dello stesso sesso» (Zeljka Markic, presidente croata della associazione Per conto della famiglia)

 

«L’atto sessuale tra due persone dello stesso sesso è una forma di violenza fisica, usata anche come pratica di iniziazione al satanismo», «tollerare l’omosessualità equivale ad accettare la pedofilia» (Silvana De Mari, proctologa e scrittrice ultracattolica, già condannata dal Tribunale di Torino per diffamazione contro la comunità LGBT, e sotto processo a Roma per analoghe affermazioni)

 

«Le deviazioni del comportamento sessuale naturale non possono davvero soddisfare lo spirito umano» (Allan Carlson, fondatore del World Family Congress)

 

«La donna non vede l’ora di fare quello per cui è stata creata» (Nicola Legrottaglie, calciatore).

Frasi che nessuna obiezione di decontestualizzazione può servire a mitigarne la gravità estrema e la chiarezza inequivoca del loro contenuto offensivo.

Si potrà obiettare che il sale della democrazia è tanto la partecipazione, quanto la garanzia di poter esprimere liberamente il proprio pensiero, e questo è un dato indiscutibile e sacrosanto; ma è pur vero che una società si muove storicamente in una cornice di principi e regole di convivenza che sono il frutto di una lenta e graduale elaborazione culturale e giuridica, e che è proprio la architettura delle norme e dei principi a declinare forma e sostanza di una struttura sociale, laddove soprattutto essa si debba occupare dei diritti delle persone e della tutela piena della loro espressione. E allora, fermo restando il diritto alla espressione del proprio pensiero, anche in forma associata e partecipata, una società civile e delle istituzioni consapevoli della loro alta funzione sociale, hanno il dovere di prendere le distanze da forme di manifestazioni del pensiero che, sebbene legittime espressioni del diritto di parola (laddove, ovviamente, non travalichino nella diffamazione e nella incitazione all’odio), siano del tutto contrarie al diritto vivente, e dunque oggettivamente minate nelle loro fondamenta e nella credibilità storica e sociale del loro contenuto.

Volendo passarla al microscopio, la carta di identità del Medioevo veronese risulta del tutto contraria al dibattito sociale e culturale che ha fatto da pilastro, nel tempo, alla elaborazione nazionale e sovranazionale di norme (con efficacia cogente) e principi di diritto. Il divieto contro ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale, sancito dalla Costituzione nella attuale lettura dell’art. 2 e nella Carta europea dei diritti dell’uomo all’art. 14, il diritto al riconoscimento pubblico del legame omosessuale, riconosciuto dallo Stato con la legge sulle Unioni civili, il «paradigma antidiscriminatorio» utilizzato dalla Corte di cassazione come chiave di lettura di ogni questione legata al genere e all’orientamento sessuale, l’inesistenza di alcun divieto alla genitorialità omosessuale come riconosciuta dalla giurisprudenza di legittimità nelle forme dell’adozione in casi speciali, la legge sulla interruzione di gravidanza e il connesso diritto della donna, quella sulla rettificazione di sesso e la connessa tutela della identità di genere, la variegata normativa in materia di pari opportunità che offre della donna una modello paritario a quello maschile, quella a tutela delle lavoratrici madri, una importante conquista delle donne nel mondo del lavoro, il diritto allo scioglimento pubblico del legame affettivo sancito con la legge sul divorzio nel 1970, e infine la costante attenzione a tutte le nuove forme di famiglia, sono solo una serie di elementi su cui si è costituita nel tempo l’identità socioculturale sui temi in questione, anche all’esito di scontri politici e ideologici virtuosamente composti nella normativa e nella giurisprudenza che ha saputo colmare vuoti di tutela, risolvere il conflitto tra differenti opinioni sulla base di una attenta lettura e interpretazione dei diritti fondamentali delle persona, e ha dunque costruito nel tempo, non senza qualche ritardo stigmatizzato dalle corti sovranazionali (come quello con cui è stata varata la legge 76/2016), una architettura di principi sostanzialmente omogenei che rappresentano il «diritto vivente», e dunque regole pubbliche che lo Stato ha adottato per regolare una materia così delicata, offrendo alla stessa una chiara matrice culturale, fondata sul rispetto della libertà, delle relazioni affettive a prescindere dall’orientamento sessuale, sulla consapevolezza profonda che il nucleo affettivo è una forma di soddisfacimento della identità affettiva del singolo, e sulla tutela, in ogni ambito sociale, della parità di genere e di orientamento sessuale.

E dunque, se la politica è cultura, e il diritto è motore sociale della convivenza tra i singoli, davanti a questi rigurgiti antigiuridici, occorre esercitare un preciso dovere di testimonianza, a cui lo Stato non può sottrarsi, soprattutto laddove, in una schizofrenica dinamica caratterizzata quanto meno dalla inopportunità, questi consessi fuori dalle regole del diritto vivente vedano la partecipazione attiva di alcuni ministri della Repubblica, con l’evidente e concreto rischio che l’immagine dello Stato possa essere accomunata alla identità e al contenuto di questa iniziativa, atteso che a nessun rappresentante delle istituzioni può essere riconosciuta, in ambiti pubblici e controversi come questo, una facoltà di presenza a mero titolo personale, scissa dalla propria veste istituzionale. E ancor più grave e significativa può apparire questa schizofrenia, laddove le istituzioni vi prendano parte con la annunciata presenza del ministri degli Interni, della Famiglia e della Pubblica istruzione, quasi a favorire una lettura dei loro contributi inscindibilmente e pericolosamente connessa ai profili di “ordine pubblico” (inteso evidentemente in senso viriloide come insieme di divieti e non di diritti), alla formazione culturale, e alla affermazione di modelli familiari unici imposti da una quanto meno irricevibile etica di Stato (o forse di Governo). Il tutto nel silenzio assordante dei vertici dell’esecutivo, di cui ogni singolo ministro è ovvia rappresentanza, e nella totale assenza di ogni rigoroso richiamo alla laicità dello Stato, richiamo che, in tema di diritti delle persone, non è mai inopportuno effettuare.

Verona e il Medioevo delle famiglie. L’auspicio è che a quella piazza si risponda con una generale presa di coscienza sociale che sappia con forza opporsi, consapevole dell’elaborazione giuridica sui temi in discussione, a una deriva culturale che vuole imporre modelli sociali e stili di vita concepiti sull’erroneo presupposto che l’uguaglianza sancita dalla Costituzione, vada banalmente applicata solo a gruppi omogenei di individui, e non anche a tutti coloro che, per scelta o per natura, sono “altro” da loro.

Verona e il Medioevo delle famiglie. A cinque secoli di distanza, forse anche Shakespeare avrebbe preferito raccontare altrove le meraviglie del suo magnifico inno all’Amore.

Una più ampia versione dell’articolo è pubblicata in Questionegiustizia online

About Stefano Celentano

Stefano Celentano è giudice presso il Tribunale di Napoli

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One Comment on “Verona e il Medioevo delle famiglie”

  1. Ma se nel 1970 avessero ragionato come in questo articolo in un quadro legale che negava il divorzio sarebbe mai passata al legge del 1970 che invece è stata approvata?

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