Il reddito di cittadinanza è un’altra cosa

Lo diciamo subito: il reddito di cittadinanza è un’altra cosa.

Il provvedimento varato dal governo non abolisce la povertà, come incautamente annunciato al balcone dai ministri del Governo, e non introduce un vero regime di reddito di cittadinanza come definito dalle risoluzioni europee, dalla CE e da studi e ricerche scientifiche. E non riprende nemmeno la proposta avanzata nel 2013 da centinaia di realtà sociali, decine di migliaia di cittadini e istituzioni locali attraverso la campagna per il “reddito di dignità”, sottoscritta e promossa anche dai 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura. Tanta confusione e tanta propaganda non eludono un problema con il quale continueremo a lungo a fare i conti se il livello di semplificazione e ambiguità del Governo rimane questo.

Così come si fa fatica a spiegare a un terzo della popolazione a rischio esclusione e a quei nove milioni e mezzo di residenti in povertà relativa che avrebbero il diritto di beneficiare del Rdc, che l’opposizione non ritiene questo istituto importante per contrastare la crisi e restituire loro dignità e libertà. Un’opposizione che rimane ancorata a visioni politiche regressive e conservatrici dopo aver avuto il demerito storico di eludere e ignorare per anni le richieste di introdurre anche in Italia una forma di Rdc e di non aver ascoltato le reti sociali ed i cittadini organizzati.

Il Rdc introdotto dal Governo è un’altra cosa rispetto a quello che ovunque nel mondo viene inteso come reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito. Ne mortifica il senso e ne tradisce le finalità. Per verificarlo basta metterne a confronto le caratteristiche e i principi con quelli definiti indispensabili da alcuni schemi di reddito minimo garantito vigenti in diversi paesi europei. Ne elenchiamo alcuni: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60 per cento del reddito mediano del paese di riferimento; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi di qualità oltre al beneficio economico; 6) la durata e l’ammontare del beneficio; 7) la non contrapposizione del Rdc, dell’integrazione sociale e della garanzia a una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa (così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che «il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro»); 8) la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia»; 9) la necessità di rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Su ciascuno di questi principi e caratteristiche che definiscono e rendono efficace un Rdc in senso proprio il Governo fa l’opposto o fa molto poco:
1) la misura governativa è familiare e non individuale;
2) sono state introdotti norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando d ipotizzare, in caso di violazioni, pene sino a 6 anni di carcere;
3) la misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta (circa 4.340.000 dei 5 milioni complessivi) e non su tutti i 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica sì che la platea di beneficiari è meno del 50 per cento degli aventi diritto, e non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e da contrastare la dispersione scolastica e universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa;
4) i beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (peraltro non tutti) e una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni;
5) manca del tutto un’offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone;
6) il beneficio non è garantito «fino al miglioramento delle propria condizione economica», così da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico, ma viene stoppato dopo 12-18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; quanto all’ammontare del beneficio – calcolando che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021 ‒ l’obiettivo dichiarato di portare alla soglia di 780 euro mensili tutti coloro che hanno un reddito inferiore, come prevedono i principi europei, appare impossibile da raggiungere: facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese;
7) la misura introdotta dal Governo è fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il Rdc e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa;
8) la misura governativa prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta di lavoro “congrua”, imponendo così, di fatto, al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del Rdc;
9) la riforma e il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata.

A ciò aggiungiamo un’altra considerazione: si poteva e si doveva finanziare il Rdc attraverso la fiscalità generale e non in deficit. Il Governo lo sa bene ma ha preferito dare priorità ad altro, e costruire la narrazione del nemico europeo per dirci che se non avremo il reddito è per colpa dell’Europa che non vuole farci fare un po’ di deficit per il bene degli italiani. Il problema è che a dirlo sono le stesse forze politiche che sostengono politiche di austerità, un fisco regressivo, i tagli alle politiche sociali e ai Comuni: tutte scelte che determinano l’aumento di disuguaglianze e povertà. Questa spregiudicata e cinica incoerenza alimenta una discussione avvelenata e superficiale che ci allontana dai motivi e dalle ragioni per cui è necessario introdurre un nuovo diritto economico.

Vale la pena riaffermare quale sia la finalità dell’istituto del Rdc per rafforzare la consapevolezza dei cittadini e rimettere sui giusti binari la discussione con il Governo e le forze politiche.

Secondo quanto stabilito dalle Risoluzioni europee, a partire dal 1992, e dalla CE, attraverso i Pilastri sociali europei, il reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito serve a garantire la dignità della persona: per alcuni come uno strumento di valorizzazione e autonomia di scelta, per altri come misura di reinserimento sociale e per altri ancora al fine di attivare forme di promozione dell’occupazione.

I regimi di Rdc o Rmg sono innanzitutto strumento di libertà. Una libertà che ci è stata tolta a causa di una crisi che produce ingiustizie ed esclusione sociale da oltre 10 anni e che ha generato il più grande aumento di disuguaglianze e povertà mai visto dopo la seconda guerra mondiale. Uno strumento, dunque, da intendere anche come necessario per ridistribuire una piccola parte della ricchezza sequestrata dalle élites economiche e finanziare grazie a politiche economiche che continuano a far pagare la crisi a ceti medi e ceti popolari. I numeri lo confermano: la povertà in Italia è triplicata così come sono triplicati i miliardari. Peccato che questi ultimi sono 112 e gli impoveriti più di 5 milioni. La gigantesca sproporzione racconta il furto di diritti, speranze e democrazia fatto in questi anni dalle élites, sostenute su ogni provvedimento legato all’austerità, ai tagli al sociale, alle privatizzazioni, ai salvataggi bancari, a una fiscalità regressiva, alle ingiustizie ambientali che producono maggiori disuguaglianze sociali, da quelle stesse forze politiche che oggi dicono di avversarle e strillano “prima gli italiani”.

Sono queste misure che hanno determinato il contesto nel quale il provvedimento del Governo si inserisce. Ed è un contesto che non sarà minimamente scalfito dall’introduzione del Rdc. Non solo perché non siamo dinanzi a quella rivoluzione annunciata per aver approvato un sussidio di povertà, non certo un vero Rdc, ma perché il resto delle misure messe in campo allargherà la distanza tra ricchi e poveri, renderà più precario il lavoro, più forte lo sfruttamento e la ricattabilità, intensificherà la guerra tra poveri scatenata scientificamente dalla violenza del linguaggio e delle misure messe in campo proprio dal Governo.

Il provvedimento governativo è coerente con la cultura politica manifestata da Lega e M5S: attraverso una misura spot si pone come obiettivo il controllo e il governo dei poveri e la loro occupabilità nei confronti delle imprese. Il Governo continua a distrarre l’opinione pubblica dalle cause della crisi, dalle responsabilità delle scelte politiche fatte, dalle alternative possibili in campo, spostando la colpa del peggioramento delle condizioni di vita del paese sugli impoveriti, sui migranti e su presunti nemici internazionali. Un Governo forte con i deboli e debole con i forti, continuamente in campagna elettorale alla ricerca di consenso con ogni mezzo (o divisa).

A tutto questo abbiamo il dovere, il diritto e la responsabilità di ribellarci, continuando a organizzarci, rafforzando le nostre alleanze su proposte concrete in grado di sconfiggere disuguaglianze ed esclusione sociale, raccontando la verità anche quando è scomoda.

Dobbiamo ricordare innanzitutto a noi stessi che l’unico obbligo previsto dalla Repubblica per noi cittadini è all’art. 2, ed è quello alla solidarietà. Mentre per il Governo l’obbligo previsto è all’art. 3, e consiste nel lavorare per rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese. In gioco non c’è una misura di sostegno al reddito, ma il diritto all’esistenza di tutti e tutte.