Torino e la Valle di Susa

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Caro Gramellini,

prendo spesso un “Caffè” con lei sulle pagine del Corriere e in genere ne apprezzo aroma e tostatura. Ieri però quel suo “Caffè macchiato di storia” mi è proprio andato di traverso. Un po’ come quando, per sbaglio, anziché zucchero nella tazzina metti due cucchiaini di sale…  Per togliermi di bocca quel cattivo sapore provo quindi anch’io a fornirle una mia versione di “Caffè corretto Valsusa”.

Che la Valle di Susa sia un corridoio da percorre, più o meno velocemente, anziché una bella cucina in cui vivere o un bella vigna da coltivare, è idea purtroppo antica.

Così la pensava Annibale (scendendo) e così la pensava Giulio Cesare (salendo).

Quest’ultimo si era però dovuto accorgere che le genti del tempo, un po’ come i valsusini di oggi, di farsi attraversare i villaggi e le terre da condottieri proiettati sul futuro e da relative truppe saccheggianti, proprio non ne avevano voglia. La risalita della Valle per Cesare all’epoca non è stata una passeggiata, come egli stesso ammette nel De Bello Gallico (I, 10, 4-5), là dove parla delle popolazioni locali «arroccate sulle alture» e del suo esercito rallentato nella marcia e impegnato «in numerosi combattimenti».

Il nipote Augusto, memore di quei problemi, per attraversare la Valle è infatti costretto a cambiare strategia: bussa, chiede permesso al re Cozio, sigla con lui un foedus aequum, un patto equo, in cui non c’è un conquistatore che sottomette una terra conquistata, ma l’istituzione di una relazione di amicitia (che implicò anche la possibilità di attraversare la Valle senza patire l’ostilità dei suoi abitanti): così racconta ancora oggi l’Arco di Augusto che domina la città di Susa.

Che la Valle di Susa sia strategica dal punto di vista viario continua a essere un dato di fatto anche in pieno Medio Evo e ben ce lo racconta la storia di Adelaide di Susa.

Quando il marchese di Torino Olderico Manfredi, verso il 1034 muore, gli succede la figlia Adelaide e subito ci si scatena a trovarle marito, per poter controllare lei e soprattutto le strade della sua terra. L’imperatore Corrado le fa quindi sposare il figlio Ermanno, duca di Svevia, per potersi assicurare il libero transito in Valle di Susa. Rimasta vedova dopo appena due anni, Adelaide viene data in moglie, e per le stesse ragioni, prima al marchese Enrico, poi al marchese Oddone di Savoia. È proprio alla sua morte che Adelaide, donna colta, indipendente e di carattere, decide di far da sola. Ego sum comitissa, così si firma, quando sigla atti, gestisce il suo territorio e scrive lettere a papa Gregorio VII, che le risponde chiamandola “carissima figlia”. Comitissa, e per certi cronisti del tempo addirittura Marchionissa Alpium Cottiarum, cioè autonoma signora per 30 lunghi anni delle terre valsusine, in un’epoca in cui alle donne era concesso al massimo di essere mogli o madri di qualcuno.

Che le ardite opere di ingegneria ‒ anche in galleria! ‒ in Valle di Susa, se davvero utili, non siano osteggiate, ma addirittura progettate e realizzate, con efficienza e rapidità, è storia altrettanto documentata.

Il minatore Colombano Romeàn nasce in Valle di Susa, alle Ramats, nella seconda metà del 1400 e a lui si deve lo scavo del Gran Pertus,   un acquedotto sotterraneo scavato nella montagna di Chiomonte, per risolvere il problema idrico dell’arido versante segusino, prelevando le acque dalla retrostante conca di Touilles. Romeàn, stipula il contratto con gli abitanti di Chiomonte, che a loro volta hanno già chiesto l’autorizzazione alla realizzazione della galleria anche ai vicini abitanti di Exilles, e dà inizio ai lavori il 14 ottobre 1526, senza alcun tipo di protesta popolare (forse perché l’opera è condivisa con il territorio, non è dannosa per l’ambiente e viene reputata di comune utilità). L’impegno economico è di 5 fiorini e 12 soldi per ogni tesa (m. 1,786) scavata nella roccia. Colombano per realizzare i 433 metri del Gran Pertus, a oggi funzionante e non ancora crollato sotto il peso dei secoli, impiegò circa 7 anni, con una media di 20 cm. al giorno. Un costo ragionevole e un ritmo di lavoro decisamente maggiore rispetto a quello adottato negli ultimi 25 anni per le opere propedeutiche alla realizzazione del tunnel TAV (che ancora non ha visto inizio).

Infine, che la Valle di Susa sia perfettamente consapevole di quanto strategica sia una ferrovia, lo racconta una storia più recente. All’una di notte del 29 dicembre del 1943 saltava in aria il Ponte ferroviario dell’Arnodera, per mano del prete partigiano Francesco Foglia di Novalesa, nome di battaglia: don Dinamite. Il Comando tedesco suo malgrado fu costretto a definire il colpo “un’opera d’arte” e gli anglo americani lo riconobbero come il più importante atto di sabotaggio compiuto dai partigiani dell’Europa occupata. Atto compiuto da partigiani valsusini appartenenti a quelle brigate che il 25 aprile del 1945, all’ordine in codice “Aldo dice: 26X1. Stop. Applicate piano E 27. Stop” dalla Valle di Susa scesero a liberare Torino.

È bene che quei torinesi, pronipoti dei soldati dell’Assietta e degli operai del Frejus, convinti di poter fare il TAV, ricordino che la Valle di Susa è fatta di figlie di Adelaide, parenti di don Foglia, nipoti di Colombano e pronipoti di Cozio.

PS

Per pubblicare il suo articolo non poteva essere scelta data peggiore. Ho trascorso il 31 ottobre del 2005, da prima dell’alba a ben dopo il tramonto, su uno stretto ponticello in mezzo ai boschi valsusini, sospeso in alto sul torrente Seghino, per impedire l’esproprio di terreni destinati ai sondaggi geognostici per il TAV.

Quel giorno un rappresentante delle Forze dell’Ordine, strattonandomi la fascia tricolore, mi ha detto che lì non rappresentavo proprio nessuno. Mi sono indignata, ma non mi sono spostata. Forse sono stata anch’io una “bogianen”. Un altro rappresentante dello Stato, quando ormai era già buio, ben sapendo che un esproprio notturno non può essere fatto, ha garantito a me e ai miei colleghi Sindaci che le operazioni sarebbero state rimandate ad altra data. Nonostante tutto, ci siamo fidati. Il mattino dopo, esattamente 13 anni fa, la Valle di Susa ha scoperto di essere stata tradita: di notte, come solo i ladri e i malfattori fatto, i terreni che avevamo difeso di giorno, erano stati transennati e occupati dalle Forse dell’Ordine. E per entrare nei cimiteri di quella porzione di Stato italiano che si chiama Valle di Susa in quei giorni è stato necessario presentare una carta d’identità e dimostrare di essere residenti. E’ bene che ricordino anche questo quei torinesi “SI TAV” che in questi giorni tanto si agitano, ma che 13 anni fa non hanno battuto ciglio e che certamente non possono dirsi pronipoti di Cavour, di Einaudi e di tanti galantuomini del passato.

About Barbara Debernardi

Barbara Debernardi è stata sindaca del Comune di Condove in Val di Susa

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2 Comments on “Torino e la Valle di Susa”

  1. Una lezione di storia con i fiocchi. E di grande umanità e determinazione.
    Merita grande diffusione.
    Grazie Barbara

  2. Molto interessante. Anche la storia, oltre la ragionevole considerazione della inutilità di un’opera così devastante, sembra dare una indicazione precisa: NO ALLA TV, dannoso spreco di soldi pubblici e di ambiente naturale.

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