Genova, 17 anni dopo

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C’era una volta il movimento “no global”… La storia ufficiale dice che la sfida politica ai santuari del “finanzcapitalismo” è durata meno di due anni, fra la rivolta di Seattle (dicembre ’99) e il luglio genovese del 2001, quando le velleità del movimento che si batteva per “un altro mondo possibile” furono stroncate a colpi di manganello (e di pistola), a costo di sacrificare lo Stato di diritto e le garanzie costituzionali.

Eppure la storia non è finita neanche stavolta e le giornate di Genova ‒ sette giorni di seminari, forum e cortei per contestare il vertice G8 ‒ continuano a ispirare movimenti e organizzazioni ai quattro angoli del mondo. Genova dunque ci riguarda ancora, nonostante le sconfitte e l’apparente paralisi della partecipazione: in quella visione del mondo e in quel metodo ‒ l’incontro fra diversi, la partecipazione dal basso, la sperimentazione, la politicizzazione dell’azione sociale ‒ potrebbe mettere radici il nuovo che ancora stenta a nascere.

Basta ricordare quali erano i temi forti di discussione nel 2001 per cogliere la novità e la tempestività della proposta politica di quel movimento. Si denunciava la deriva finanziaria dell’economia globale e si proponeva una Tobin Tax sulla speculazione di borsa; si chiedevano la chiusura dei paradisi fiscali, la regolamentazione democratica dei brevetti sulle sementi e sui farmaci, la cancellazione del debito pubblico iniquo con il quale si tenevano sotto controllo molti Stati nei vari Sud del mondo. A Genova per una settimana si parlò del “Washington consensus” (Organizzazione mondiale del commercio + Fondo monetario internazionale + Banca mondiale) che dettava le regole al mondo; della crescente inuguaglianza fra Stati e all’interno degli Sati; della deregulation che teorizzava la libera circolazione dei capitali e delle merci ma non delle persone (il corteo dei migranti di giovedì 19 luglio 2001 si sarebbe rivelato col tempo profetico). Nei forum e nei seminari si parlava dei possibili capisaldi di “un altro mondo possibile”: l’estensione più larga possibile delle regole del commercio equo e solidale; il bilancio partecipativo per tutte le amministrazioni locali; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; la gestione democratica dei beni comuni; un modello d’economia capace di considerare i limiti ecologici allo sviluppo e quindi di abbandonare la dittatoriale logica dell’aumento del PIL.

In breve, nell’arco di pochi mesi ‒ fra il primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre a gennaio e la contestazione al G8 di luglio ‒ prese corpo una pacifica rivoluzione culturale, che pareva destinata a cambiare il volto e l’agenda della politica in tutto il continente e oltre.

Sappiamo com’è andata a finire. Spaventate dalla rapida crescita del movimento e dalla sua natura trasversale (centinaia di organizzazioni coinvolte, ben oltre i tradizionali confini della sinistra) le forze politiche tradizionali ebbero una reazione di rifiuto. Dai popolari ai conservatori fino ai socialisti, pressoché tutti si sentirono minacciati. E così tutti i governi europei, di centrodestra come di centrosinistra, affrontarono le iniziative del movimento, ossia le contestazioni ai vari summit tecnico-politici sovranazionali del primo semestre 2001, schierando le forze di polizia. Il confronto non fu politico, bensì muscolare. Descritto come eversivo e violento, il “popolo di Seattle” fu ripetutamente colpito e malmenato in piazza, con un uso della forza pubblica palesemente sproporzionato, da Goteborg a Nizza, da Praga a Napoli.

A Genova, fra il 20 e il 22 luglio, il colpo finale: cariche violentissime ai cortei, uso di armi da fuoco (con l’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda), inseguimenti per strada di manifestanti, centinaia di arresti sulla base di accuse inventate e falsi verbali, fino all’assalto alla scuola Diaz, gestito addirittura dal gotha della polizia italiana, e alle torture inflitte nella caserma di Bolzaneto su decine e decine di manifestanti. Si sacrificò lo Stato di diritto (e anche la vita di una persona) per difendere lo status quo e respingere un nuovo possibile respiro della politica.

Quasi vent’anni dopo, a tracollo finanziario ormai consumato e mentre una contraddittoria e confusa critica al neoliberismo prende la forma dei micro egoismi e dei risorgenti nazionalismi, si capisce quanto abbiamo perduto sulle strade di Genova. Non solo la fiducia nello Stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni seguenti di affrontare lealmente i processi e recuperare la credibilità perduta, ma anche l’occasione di superare la crisi di senso seguita alle cosiddetta fine delle ideologie.

La denuncia del “pensiero unico” era stata precoce e ben documentata: se fosse stata presa sul serio e accolta nell’agenda pubblica, forse avrebbe risparmiato parte delle sofferenze e delle distruzioni degli ultimi anni. La sinistra tradizionale, che rifiutò in Italia come nel resto d’Europa sia il movimento sia le sue ragioni, cominciò allora a morire, né potrà rinascere dalle sue stesse ceneri perché priva ormai di un’adeguata riserva di cultura, di conoscenza e di presa sul mondo.

Tutto è dunque perduto? Forse no, se accettiamo di ragionare secondo una scala globale e se riconosciamo che la linea di demarcazione fra sinistra e destra, fra giustizia sociale e difesa dello status quo, è data ancora dal rifiuto o dall’accettazione dell’ideologia neoliberale. La più che prevedibile crisi finanziaria del 2007/2008 ha messo a nudo la fragilità e la violenza del modello neoliberale, che ha risposto allo choc sui mercati finanziari con più austerity e più disuguaglianza, cercando poi nuove strade in un confuso e contraddittorio ritorno alle barriere doganali e alle piccole patrie. Il pensiero unico neoliberale è sempre meno sicuro di se stesso. In certe aree del pianeta, pensiamo all’America Latina, suscita rifiuto e diffidenza di massa; altrove, come in Europa, è ancora egemone nelle istituzioni e nelle accademie ma soffre gli attacchi delle destre nazionaliste e non ha mai dato risposte alle buone domande poste da un movimento che ha perso terreno sulla scena pubblica e tuttavia continua il suo percorso nel lavoro quotidiano e nelle sperimentazioni di numerose minoranze attive (nelle economie solidali, nella gestione dei beni comuni, nella critica all’economia estrattiva).

La storia non è finita nel 2001. La visione del mondo messa in campo nel semestre d’oro e di piombo del movimento per la giustizia non è meno valida oggi di allora.

About Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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