Quale legittima difesa?

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Il fuoco di fila dei media – i grandi giornali e le televisioni – contro il governo pentaleghista si appunta sulla politica economica e sulla politica estera. In qualche caso (raro) sugli eccessi nel contrasto dell’immigrazione clandestina (pur sostanzialmente condiviso). Sul tema delle politiche della sicurezza regna – con poche eccezioni – un rumoroso silenzio. Lo rompe, in queste pagine, un lucido intervento di Riccardo De Vito a cui merita aggiungere qualche nota sulle proposte di modifica della disciplina della legittima difesa.

«In considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro»: questo il passaggio centrale del contratto di governo M5Stelle e Lega in tema di sicurezza. Decodificando – come fa da anni il vicepresidente del Consiglio e neo ministro dell’interno Matteo Salvini – «non dovrà più esistere l’eccesso di legittima difesa» perché «se un delinquente, magari armato, entra in casa mia, nel mio negozio, nella mia proprietà ho diritto di difendermi comunque e lui deve sapere che, se è entrato in piedi, può uscirne steso». Applausi, dal popolo leghista e non solo. Affermazioni suggestive e accattivanti. Di più: quel che la maggioranza dei cittadini vuole sentirsi dire (una maggioranza comprensiva di molti che, di quella proprietà privata che si assume inviolabile, non partecipano in alcun modo). È, ormai, un pensiero dominante. Che prescinde dagli interessi specifici di ciascuno. Quasi un luogo comune. A cui la maggioranza di governo – non solo la componente leghista – dà voce in modo rumoroso e (volutamente) sguaiato trasformandolo in redditizia merce elettorale secondo un metodo oggi vincente a livello sovranazionale (e di cui la presidenza Trump è solo la punta dell’iceberg).

Guai a sottovalutare quanto sta accadendo!

Per lo più i luoghi comuni non sono buoni consiglieri e anticipano interventi che aggravano la situazione. Anche perché sono spesso distanti dalla realtà.Nel nostro Paese c’è, ormai da anni, un elemento costante (fotografato con un qualche ritardo nei dati ufficiali ma costante). I reati diminuiscono: sia quelli più gravi (gli omicidi sono scesi da 1.901 nel 1991 a 468 nel 2015, molta parte dei quali commessi tra le mura domestiche) che quelli più modesti (nel 2016 i furti d’auto sono stati 108 mila, con una diminuzione di oltre il 10 per cento dal 2014). All’opposto, nei Paesi, in cui prevale un’espansione indiscriminata dell’autodifesa senza limiti e dell’uso delle armi – a cominciare dagli Stati Uniti d’America – le aggressioni e i reati, gravi e meno gravi, non subiscono contrazioni significative mentre si moltiplicano i delitti gravissimi (talora vere e proprie stragi) commessi da cittadini per bene educati al culto delle armi e del farsi giustizia da sé.

Alla luce di ciò razionalità – non buonismo – richiederebbe interventi mirati e prudenti tesi a incidere sulle cause dei delitti più gravi (si pensi ai femminicidi) e a sostenerne le vittime (ché i reati e le aggressioni restano preoccupanti anche quando diminuiscono). Invece, come si è detto, il “contratto di governo” pentaleghista si muove nella direzione opposta. Se mai i provvedimenti concordati dovessero diventare legge saremmo di fronte a un vero cambio di paradigma. Mai, neppure in epoca fascista, i principi di civiltà giuridica e le regole di convivenza avevano subito uno strappo così profondo e lacerante. Sarebbe l’introduzione nel sistema di una sorta di (possibile) pena di morte privata, cioè decisa dalla persona offesa (o dalla presunta persona offesa) e da essa direttamente inflitta. La cancellazione, con un tratto di penna, del diritto penale moderno che ha come idea guida e ragion d’essere la sottrazione del reo alla vendetta privata e l’attribuzione esclusiva allo Stato del potere di punire le condotte illecite, all’esito di un processo garantito e ad opera di un giudice imparziale. La promessa elettorale di maggior sicurezza («vi difenderemo meglio») svelerebbe il suo reale contenuto: «difendetevi da soli e, comunque, vi garantiremo l’impunità».

Eppure è probabile che ciò accada. Per evitarlo e invertire la rotta non basta contrastare (come pur si deve) la deriva in atto. Occorre capire come e perché essa si è determinata. Come sempre le ragioni sono molte. Due su tutte.

La prima è l’uso della paura come arte di governo della società. Un metodo che ha percorso la storia e che ha trovato, nella realtà contemporanea, la sua teorizzazione in una celebre comunicazione su Crime and Law Enforcement indirizzata al Congresso degli Stati Uniti d’America dal presidente Lyndon B. Johnson il 9 marzo 1966. La difficoltà di governare le società complesse cerca scorciatoie nella evocazione di un nemico (interno o esterno) contro cui combattere uniti, come se si fosse tutti sulla “stessa barca”. Su tale linea la sinistra di governo si è attestata non meno della destra. Per restare nel nostro Paese e con riferimento specifico alla legittima difesa, risale a poco più di un anno fa, in epoca di centro-sinistra, l’approvazione, da parte della Camera dei deputati, diun ampliamento delle ipotesi di legittima difesa teso a estenderne le ipotesi, già riscritte nel 2006, Berlusconi regnante. E ciò in un quadro in cui già era possibile (come è oggi) per il cittadino difendersi da offese o aggressioni ingiuste a un proprio diritto e l’articolo 52 del codice penale prevedeva (come tuttora prevede) che è lecito a tal fine anche usare armi per difendere «la propria o l’altrui incolumità» e «i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione» se il fatto avviene in un’abitazione o «in luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale». Il cittadino non era certo lasciato in balia della criminalità e anzi le sue possibilità di reazione legittima erano assai estese (addirittura oltre il limite della proporzione tra offesa e difesa)! Eppure il testo approvato dalla Camera – frutto, manco a dirlo, di un emendamento del Partito democratico – andava ben oltre, rendendo legittimo il ricorso alle armi in caso di aggressione che si verifichi «di notte» o con «violenza sulle persone o sulle cose», escludendo ogni responsabilità anche a titolo di colpa per chi eccede nella difesa se si trova in uno stato di «grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione», prevedendo che siano a carico dello Stato le spese legali sostenute da chi, sottoposto a processo, viene assolto per avere agito in stato di legittima difesa. Le radici della deriva in atto non stanno solo nell’estremismo di Matteo Salvini…

C’è, poi, una seconda ragione su cui non ci si sofferma mai abbastanza. È il ruolo dell’informazione e di chi la controlla (come risulta anche dalla diversità dei suoi orientamenti interni). La parte prevalente della grancassa mediatica, sull’onda di alcuni drammatici episodi, racconta, infatti, una storia di insicurezza crescente funzionale alla realizzazione del governo della paura. Valga, per tutti, l’informazione televisiva (per cui i dati, pur non recentissimi, sono costanti). Nel 2013 l’insicurezza ha occupato il 16,1 per cento delle notizie fornite nelle edizioni di prima serata dei telegiornali italiani (seguendo il trend, addirittura superiore, degli anni precedenti: 26,9 per cento nel 2010; 20,1 nel 2011; 21,4 del 2012). In tale tipologia di notizie, la criminalità si è confermata, nel 2013, la componente principale attestandosi sul 49 per cento delle notizie. Sono stati, in particolare, i crimini violenti a dominare la scena dell’informazione. Particolarmente interessante è il confronto del numero di notizie di criminalità date nel 2013 nelle edizioni di prima serata dei diversi telegiornali: Studio Aperto, 1369; Tg4, 1153; Tg5, 1006; Tg1, 724; Tg2, 226; Tg3, 206; La7, 125. Va aggiunto che nei telegiornali italiani la percentuale di notizie di criminalità è la maggiore d’Europa (a fronte di andamenti del fenomeno sostanzialmente coincidenti). Un confronto, relativo al 2013, tra le edizioni serali delle principali reti pubbliche evidenzia, a fronte delle già ricordate 724 notizie del Tg1, 694 notizie per TVE (Spagna), 427 per BBC.ONE (Gran Bretagna), 388 per France2 e 44 per ARD (Germania). Quanto alle modalità di narrazione si rileva, nel telegiornale serale della principale rete pubblica italiana (analogamente a quello della rete francese), uno spazio nettamente prevalente alla cronaca nera e ai crimini “a sangue freddo”, che talora guadagnano addirittura il primo posto. Ogni commento è superfluo…

C’è una conclusione possibile (seppur da approfondire). Prima di tutto sul piano culturale e, poi, nella costruzione di politiche coerenti. La «sicurezza», a cui tutti, legittimamente e giustamente, aspiriamo, non è l’effetto di più carcere, di più repressione o, addirittura, di una diffusa licenza di uccidere. Essa è altro: avere una prospettiva di vita degna di essere vissuta per noi e per i nostri figli, vivere in un ambiente accettabile e ospitale, sapere di non essere considerati rifiuti per il solo fatto di essere vecchi o malati o stranieri e via elencando. Se non si assicureranno queste condizioni non saremo mai sicuri… Certo la paura e l’inquietudine sono alimentate anche dalla diffusione di forme di criminalità e di comportamenti devianti; e, in ogni caso, a chi ha paura occorre dare risposte e non citare statistiche. Ma ciò rappresenta l’inizio, non la fine, del discorso. È, in altri termini, la base su cui costruire con pazienza e senza demagogia risposte attendibili. E linguaggi comprensibili.

About Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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