A ruota libera e un po’ esacerbato

image_pdfimage_print

Per niente al mondo vorrei essere nel cervello di Franco Fortini, diceva Cesare Garboli (se ricordo bene credo l’abbia anche scritto in uno dei saggi raccolti in Falbalas). Ecco, io, nel mio piccolissimo, per niente al mondo vorrei essere nel cervello di Matteo Salvini: la sola idea che possa occupare il Viminale mi fa spavento, altroché Savona all’economia (mentre scrivo siamo ancora nella fase della discussione col Quirinale). Non sono nemmeno un fan dei 5Stelle, anche se ne condivido alcune (poche) posizioni e avrei preferito che il PD, stremato da anni di meteorismo renziano, si adattasse a una “convergenza parallela” con loro anziché attendere, tra ripicche e squallori, la propria imminente fine.
Chiarito questo, soprattutto per non essere frainteso in quel che segue, debbo dire che nella travagliata vicenda del dopoelezioni e in attesa della definizione di un governo l’atteggiamento della stampa tutta (con le sole eccezioni del “Fatto” e del “Manifesto” e di qualche singolo eroe) non ha fatto che confermare l’ inevitabilità dell’ esito elettorale. E probabilmente prepararne un altro ancor più clamoroso.
Giornalisti che hanno digerito en souplesse ministre con finte lauree o tesi copiate, parlamentari poi condannati per ogni genere di reati, muti o blandamente perplessi sulle leggi bavaglio, sostenuto lo scempio delle Grandi Opere (la mitica Tav difesa con le unghie e coi denti per anni, poi ufficialmente dichiarata inutile ma “la facciamo lo stesso”), apprezzato ministri dell’Interno che autorizzavano cariche di cavalleria nei piazzali della Stazione Centrale di Milano e, di fatto, campi di tortura in Libia, reticenti sull’aurea volatilità di un ministro poliforme come Alfano ecc. ecc., tutti costoro, anche firme illustri, boccuccia a culo di gallina e ditino alzato, come mimose pudiche vibrano ora di indignazione per le goffaggini e i patti e le scelte dei nuovi vincitori.
Un ex presidente del consiglio, definito da una sentenza della magistratura come “dotato di una naturale capacità a delinquere”, viene auspicato dalla “sinistra di governo” e da buona parte dei quotidiani come alleato preferibile ai famigerati populisti. Come se il termine “populismo” non fosse ormai polisemantico, una scatola vuota riempibile con diversi significati, anche contraddittori. E si cancella la nobile storia anarco-socialista del populismo ottocentesco e l’eroismo della Comune parigina.
E tutti a osannare un’ Europa in crisi da tempo, nata male e cresciuta peggio, ottusamente burocratica e vessatoria, per rigurgiti antisovietici (ma per pensare che Putin sia un pericolo comunista occorre una paranoia che nemmeno Stranamore o i nazisti dell’Illinois) allargata a paesi che di democratico hanno sempre avuto poco (un politologo americano dopo la caduta del Muro disse all’economista Paul Krugman: “Ora che l’Europa dell’Est è libera dall’ideologia estranea del comunismo può tornare al suo vero corso: il fascismo.”).
E soprattutto a mettere in guardia dai pericoli che minacciano la crescita, quando è evidente che una crescita esponenziale e infinita in un mondo finito non può che concludersi, ormai a breve termine, in una catastrofe, umana e ambientale. È un po’ come il comma 22, o, se si preferisce, il doppio legame di Bateson: Crescita vs Sostenibilità.

Sono quindi su un altro fronte le critiche da fare e i problemi da affrontare. Alla rinfusa: il modello aziendale imposto alla politica e ai governi; i politici che non rispondono più ai cittadini, ma agli imprenditori; diseguaglianze nel reddito, con una forbice sempre più allargata tra pochi supermiliardari e masse affamate, e conseguente graduale perdita dei diritti. La disoccupazione e la precarietà, che potranno soltanto aumentare visto che, per fare un solo esempio, in Cina un robot con un solo addetto sforna notte e giorno t-shirt che poi vengono vendute negli USA a pochi centesimi (protezionismo di Trump permettendo). La deterritorializzazione delle grandi aziende (il Mac su cui sto scrivendo è stato prodotto in Cina, assemblato in Ungheria e venduto a Milano). La sovranità delegata a organismi sovranazionali (l’Europa, appunto, ma anche il Fondo Monetario ecc., altroché imbizzarrirsi per Savona!).
Il declino della grande industria, e quindi lo svuotamento del sindacato. Insomma, tutto ciò che il politologo inglese Colin Crouch ha sussunto nel termine “postdemocrazia”.

Certo, come scrive Yuval Harari in Sapiens. Da animali a dei la storia, come l’evoluzione, procede nella totale indifferenza per la felicità degli individui e se “la torta economica del 2013 è assai più vasta di quella del 1500”; essa però “è distribuita in modo così difforme che molti contadini africani e operai indonesiani, dopo una giornata di duro lavoro, tornano a casa con meno cibo dei loro antenati di 500 anni fa.”
E noi occidentali non possiamo nemmeno lamentarci troppo: ci sono contraddizioni enormi, specie nelle grandi città, ma per ora le “vite di scarto” sarebbero ancora contenibili con qualche forma del deprecato reddito di cittadinanza o comunque lo si voglia chiamare. Perlomeno non siamo ancora arrivati all’ economia della discarica, come quelle analizzate da Thomas Eriksen nel fondamentale Fuori controllo. A esempio in Ghana la discarica di Agbogbloshie, alla periferia di Accra, a pochi km dal Kempinski Hotel (da 267 a 725 euro a notte): è una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici del pianeta spediti là dal Nord del mondo e spacciati come “aiuti allo sviluppo” (l’esportazione di rifiuti elettronici sarebbe proibita perché fortemente tossici). Ci vivono, riciclando le parti metalliche di computer e stampanti, migliaia di immigrati, molti ragazzini, spinti in Ghana dalla siccità e dalla miseria dei paesi di origine: Nigeria, Togo e Benin, 600 km di costa abitati, se così si può dire, da 50 milioni di persone. Rifiuti tecnologici e rifiuti umani.
E così si forma un’altra macroscopica contraddizione: diritti umani universali sempre buccinati in tutti i discorsi ufficiali vs valore umano calcolato economicamente, come dimostra ampiamente Eriksen nel libro citato.
Un disordine globale in mano alle famose o, meglio, famigerate élites transnazionali, con un’Europa che, come ha scritto recentemente Rita Di Leo, “sembra quella di prima della pace di Westfalia”.

Allora il terremoto elettorale italiano ha avuto almeno il merito di mostrare che il re era nudo, e anche un po’ scoreggione. La soluzione del problema non è certo nelle mani e nelle idee del nuovo governo. E, se mai soluzione c’è, andrebbe comunque cercata in tutt’altra direzione, con una visione economica alla Tönnies o alla Mauss o alla Polanyi, quindi smentendo l’ideologia individualistica che ci perseguita da più di due secoli. E ripensare a una società basata sulla reciprocità e sulla solidarietà, come era nel socialismo originario prima che si irrigidisse nel centralismo industriale sovietico. Utopia, lo so. Ma l’alternativa è la catastrofe, come avevano capito Castoriadis e i compagni di Socialisme ou Barbarie.

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

Vedi tutti i post di Gianandrea Piccioli