Guerra alle bufale

image_pdfimage_print

 


E “Guerra! Guerra, guerra guerra! Tremenda! Inesorata!” intona, come nell’Aida, il coro disciplinato dell’informazione al completo (e senti da che pulpito!).
Ma di quale guerra e di quali bufale si tratta?
Come è noto, il tema della verità (e della realtà) è dibattuto fin dai tempi della Grecia antica, e non è il caso di ripercorrerne qui la vicenda. Anche se in anni recenti il dibattito da noi è stato acceso nella polemica sul postmoderno e il pensiero debole, le virgolette di Tarski (“piove” [è vera] se e solo se piove [fuori o sulla strada, nel mondo reale insomma]), l’ermeneutica e il rivolo del new realism. Tema ricorrente, che ha la sua versione letteraria nell’ antichissima parabola dei tre anelli, nota anche per la terza novella della prima giornata del Decamerone e, in area illuministica, per Nathan il Saggio di Lessing. Sul piano gnoseologico è la differenza tra epistéme (la conoscenza rigorosa e partecipata) e dóxa (l’opinione volgare).
Sociologi come Berger e Luckmann (La realtà come costruzione sociale), epistemologi come Thomas Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche), filosofi come Popper (Logica della scoperta scientifica) da prospettive diverse convergono nel sostenere la storicità e la socialità della verità, anche quella scientifica, valida finché non viene smentita, cioè fino a prova contraria. Per non parlare del principio di indeterminazione di Heisenberg o del teorema dell’incompletezza di Gödel secondo cui persino in matematica esistono proposizioni indecidibili. (Su questo e altro c’è un importante saggio di Oliviero Ponte di Pino: Dopo l’anno delle Bufala arriva l’anno dell’Allodola).

Ma le famigerate fake news non rientrano nella sfera della cosiddetta e dibattuta “postverità”, Vattimo e Rorty c’entrano poco; non siamo nella dicotomia di vero vs falso, semmai nell’ambito di menzogna vs sincerità, un ambito etico, non conoscitivo: mento sapendo di mentire e cercando di fare danno o per raggiungere scopi indicibili alla luce del sole.
E la storia antica e contemporanea ne è piena, dalla falsa donazione di Costantino a papa Silvestro I alle armi di distruzione di massa inventate dagli angloamericani per esportare la democrazia in Iraq. E, tanto per divertirci, la falsa polmonite della signora Clinton…
Oppure, in ambito più casereccio, basterebbe ricordare la mozione dell’onorevole Maurizio Paniz relativa alla “sincera convinzione” di Berlusconi che Ruby fosse davvero la nipotina di Mubarak, mozione votata da 314 deputati del Parlamento italiano. O il mitico “Enrico stai sereno” dell’ineffabile Matteo Renzi…
Da questo punto di vista quelle che oggi chiamano fake news sono sempre esistite e hanno sempre condizionato la storia. Del resto basta ricordare il capitolo 18 del Principe: “Non può (…) uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono: ma perché sono tristi, e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorare la inosservanzia. (…) e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.”

Che cosa c’è di nuovo, oggi? La società di massa pienamente realizzata e la nuova tecnologia elettronica. Le due si integrano perfettamente e si potenziano vicendevolmente: con la prima cade ogni principio di autorità e di competenza, uno vale uno (in proposito ricordo il lucidissimo intervento di Guido Mazzoni su “Alias” del 18 aprile); la seconda consente una diffusione planetaria di sfoghi, emozioni, rancori, frustrazioni, provocazioni, risentimenti, inganni. La chiacchiera da bar è diventata globale, circonda il mondo: una parodia, anzi uno stravolgimento della noosfera vagheggiata nel secolo scorso da Teilhard de Chardin. In realtà quasi sempre una replica su grande scala di “Radio parolaccia”, una vecchia trasmissione di Radio radicale del secolo scorso. Tutto sommato un innocuo sfogatoio o una sorta di bullismo goliardico, perseguibile solo in casi di violazioni della privacy o del codice penale. In ogni caso le falsificazioni della rete non sono certo più gravi o più numerose di quelle dell’informazione tradizionale, anzi: semmai il contrario.
In definitiva: chi decide ciò che è vero e ciò che è falso? L’ enfasi con cui si condannano generalmente le fake news dei cittadini diventati sudditi sembra funzionale al conflitto per il monopolio della verità, che deve appartenere solo alle élites finanziarie che hanno azzerato la politica e organizzato la governance mondiale secondo criteri aziendalistici. (Si veda in proposito la documentata analisi di Ponte di Pino, Dopo la democrazia la governance.
Così in Italia il presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, professor Giovanni Pitruzzella, in un’intervista al “Financial Times” aveva proposto una specie di Autorità Centrale della Veridicità, “modellata sul sistema dell’Autorità per la tutela della concorrenza, capace di identificare le bufale on line che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”. E con questo chiudiamo allora anche l’ottanta per cento dell’informazione televisiva e cartacea. L’ineffabile Minniti ha invece potenziato il CNAIPIC (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche: si chiama proprio così) con un nuovo servizio on line chiamato “Red Button” grazie al quale i cittadini possono segnalare contenuti sospettati di essere fake news.
E infine la Commissione Europea, riprendendo forse le suggestioni di Pitruzzella, ha istituito addirittura un Gruppo di Alto Livello per la lotta alle notizie false e alla disinformazione online: 39 membri (a spese dei cittadini europei suppongo), di cui ben 4 italiani: i giornalisti Gianni Riotta e Federico Fubini, Oreste Pollicino, docente alla Bocconi, e Gina Nievi, dirigente Mediaset: mi hai detto un prospero! Una specie di rete europea di verificatori di fatti… (Un accurato resoconto dell’ iniziativa, non senza le compiaciute dichiarazioni di Sandro Gozi, sottosegretario del Governo italiano con delega agli Affari Europei, si può leggere in due articoli di Carla Attanese sul sito del PD: democratica.com del 15 e del 18 gennaio 2018).
Ma Ponte di Pino, nel primo saggio ricordato, scrive: “Se davvero l’aspirazione condivisa da tutti fosse la verità, chi la ricerca e la diffonde dovrebbe essere premiato. Bradley Menning, Julian Assange e Edward Snowden hanno detto la verità. Forse non l’ hanno detta nei dovuti modi, ma l’hanno fatto. (…) Se ci sono degli eroi nella guerra contro le bufale sono loro.”
Invece il politeismo dei valori e la verità policentrica sono vani sofismi per chi ha il potere e definitivamente vero è solo l’ordine esistente: se non siamo già al Ministero della Verità profetizzato da Orwell in 1984, poco ci manca.
Quindi le autentiche fake news, se così si può dire, sono, ancora una volta, quelle del potere, dei governi, della stampa asservita, dei servizi più o meno polizieschi che ora, come si è visto, vengono addirittura incaricati ufficialmente, anche ai più alti livelli, di censurare la rete. Allora il problema non è più la difesa della verità ma la volontà di ingabbiare la libertà di espressione dei cittadini-sudditi (a me avevano insegnato che la libertà è indivisibile: se ne neghi una parte crolla anche tutto il resto).

Ma il problema resta: in mancanza di un principio di autorità e in presenza di un pulviscolo istantaneo di notizie e commenti e rivelazioni e sfoghi e trucchi che circolano senza autore in giro per la rete come ci si difende? Quali criteri adottare per un’ interpretazione provvisoria ma non ingenua? Le balle ci son sempre state, persino nel mimetismo naturale: “animali che sembrano piante, piante che sembrano animali. Macchie che sembrano occhi, code che sembrano teste”, come scrive Chiara Ceci. E quindi bisogna ricorrere ai sistemi di sempre.
Innanzi tutto difendersi, direi quasi a priori, dalle verità ufficiali: come ammonisce il disincantato Roberto D’Agostino: “Ci raccontano un mondo che non esiste più e chiamano postverità quello reale.”
Poi, per quanto riguarda Internet, rifiutando le censure sospette quali quelle gradite a Minniti e Gozi e Pitruzzella, possiamo solo confrontare e collazionare le diverse fonti, verificare l’autorevolezza e la reputazione di chi parla o scrive, davanti a ogni notizia vagliare il cui prodest, ricostruire i frammenti e riassemblarli secondo un ordine differente e da lì trovare possibili connessioni con altre fonti. Sempre seguendo la scuola del sospetto ed esercitando, come in un processo indiziario, il ragionevole dubbio. Tocca a noi utenti il vaglio delle fonti. E, per i più giovani, toccherebbe alla scuola: anziché far lavorare gli allievi gratis in qualche pizzeria o laboratorio, si potrebbe più proficuamente insegnar loro a trovare legami e interdipendenze tra fonti diverse. Insegnare qualche tattica per opporsi alla strategia delle istituzioni. (La distinzione fra strategia del sistema e tattiche più o meno spontanee dei cittadini è nel libro, fondamentale, di Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano.)

E tutti, infine, ricordare con umile lucidità che la verità non è sedentaria, è un limite che si sposta a ogni nostro passo avanti nella sua conoscenza o intuizione: obiettivo da perseguire, non principio codificato che ci sta alle spalle, come vorrebbero i poteri di ogni tipo. Come diceva Kafka “la verità ha un volto che cambia con la vita”.
Allora sarebbe forse più utile, e piacevole, parlare di “prospettivismo” e andarsi a rileggere, ne Le città invisibili di Calvino, le pagine su Despina, che “si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”: la città esiste realmente, ma muta a seconda della prospettiva da cui la si osserva.
O quelle su Irene, “che si vede a sporgersi dal ciglio dell’altopiano nell’ora che le luci si accendono e per l’aria limpida si distingue laggiù in fondo la rosa dell’abitato”. Irene “calamita sguardi e pensieri di chi sta là in alto” ma “la città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’ arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso; forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi; forse non ho parlato che di Irene” dice Marco Polo a Kublai Kan.

 

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

Vedi tutti i post di Gianandrea Piccioli