La maledizione del numero “4”

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Ci ha pensato un ex-amico, Federico Geremicca, su La Stampa a ricordargliela, a Matteo Renzi, la cabala negativa che lo perseguita da un paio d’anni: “Un altro 4 sulla strada di Matteo Renzi e del Pd – ha scritto -, e a voler credere ai segni, in largo del Nazareno la preoccupazione dovrebbe essere al livello massimo. Il 4 dicembre 2016, infatti, un referendum cancellò i sogni riformatori di Matteo Renzi; il 4 marzo 2018 è l’intero Partito democratico a esser travolto da una slavina elettorale; e questo 4 aprile – mercoledì prossimo – il Quirinale avvia le consultazioni che chiuderanno ufficialmente la lunga stagione del Pd di governo”. Segni prognostici che per il partito “inchiodato” – così si esprime Geremicca – dal suo ex segretario in una scomodissima posizione di immobilità, promettono un inglorioso naufragio (l’uscita totale dalla partita del governo per la forza politica che aveva espresso gli ultimi tre capi del governo!!!).  Di qui il titolo dell’editoriale: La partita più difficile dei dem.

D’altra parte che le idi di marzo siano qui, lo mostra anche l’atteggiamento di quello che era stato finora il principale e più convinto supporter del renzismo, Repubblica, che per mano del moderno Bruto Piero Ignazi, scarica una sequenza impressionante di pugnalate, a cominciare dal titolo, un affondo personale (l’accusa di bugiardo) per colui che ha trasformato il Pd in partito personale: Matteo Renzi e la bufala delle dimissioni. A cui segue il meritatissimo resto, in cui Ignazi non risparmia nulla, come è chiaro dalle prime tre righe: “Il Pd rimane alla finestra a guardare. La classica posizione dei depressi. C’è da capirlo. Una sconfitta così, che ha portato il partito al minimo storico, annichilisce. Nonostante questo Matteo Renzi, il leader che ha portato il partito al disastro, continua a spadroneggiare”. Il conto presentato è salato: “Sette punti percentuali e 170 deputati in meno rispetto al risultato del 2013, giudicato allora dai renziani una sconfitta nonostante il Pd in coalizione con Sel godesse della maggioranza assoluta ala Camera, sono i dati duri e inoppugnabili della catastrofe”. Il giudizio sull’uomo e il suo stile definitivo, impiccato alle sue menzogne (“Le sue dimissioni sono una delle più sonore fake news degli ultimi tempi”. La condanna del suo metodo senza appello: “Riunisce i suoi in qualche caminetto discreto [lui, che aveva dichiarato fuori legge i “caminetti” nel suo discorso di presudo-commiato] e indica le azioni che solerti luogotenenti rendono operative. Invece di assumere un atteggiamento di decoroso distacco, l’artefice della peggior Waterloo della sinistra italiana continua a voler dettar legge”. E può farlo – incalza implacabile Ignazi, “perché sappiamo con quale cura abbia confezionato liste di fedelissimi alle elezioni, assicurandosi un adeguato manipolo di yes man in Parlamento”. Quelli che gli permettono di continuare a imporre la propria “linea dell’immobilismo”. E sembrerebbe proprio questa la colpa più grave che l’establishment che l’aveva sostenuto imputa all’ex beniamino caduto: l’immobilismo. Anzi, l'”immobilismo cadaverico” come scrive Repubblica. L’uscita da tutti i giochi. L’irrilevanza. La chiusura in quel “rifiuto pregiudiziale del rapporto con gli altri partiti” che per mezza legislatura era stato il motivo conduttore dell’irrisione nei confronti dei “grillini”. Nemesi storica, se di storia si potesse parlare con in scena personaggi di questa statura. E la sentenza finale, appunto. storica: Se si vuol tornare a ragionare, “bisogna chiudere un altro ciclo, quello renziano”.

Nemmeno Gianfranco Parquino risparmia i colpi, da politologo qual è. E da politico. Intanto qualifica i luoghi comuni renziani, e per primo quello secondo cui “gli elettori avrebbero mandato il Pd all’opposizione, per ciò che sono: “fuffa-truffa” (“Pd, o fuffa-truffa o reale democrazia” è appunto il titolo dell’articolo su Il Fatto quotidiano). Anzi, qualcosa di peggio: una sorta di “eversione” delle regole democratiche: “l’imposizione preventiva del rifugio nell’opposizione da parte del due volte ex segretario Renzi – scrive infatti Pasquino – è assimilabile all’eversione delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare”.  Dire che sarebbe quella la volontà degli elettori, come fanno “parlamentari e giornaliste amiche di Renzi” è da una parte frutto di ignoranza (“nessun elettore in nessuna democrazia parlamentare ha un voto di governo e/o un voto di opposizione”!: come sanno anche i bambini in una democrazia parlamentare maggioranze e opposizioni si definiscono in Parlamento, una volta eletto, in ragione delle trattative e degli eventuali accordi che in quella sede si stabiliscono). Dall’altro di consapevole falsificazione della volontà dei propri  stessi elettori (“gli elettori che hanno votato Pd volevano conservarlo al governo del Paese. Che adesso l’ex segretario del Pd interpreti il voto al suo partito come rigetto della sua azione di governo è confrortante, ma troppo poco troppo tardi”). Anche in questo caso una sentenza senza appello: ex cathedra!

 

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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