Piazza del Popolo

image_pdfimage_print

 

Dei quotidiani nazionali solo Il Manifesto dedica la prima pagina per intero alla manifestazione antifascista di Roma, con un titolo militante – Fischia il vento – e con un bell’editoriale di Tommaso Di Francesco – Non abbassare la guardia – tra i pochi a sforzarsi di cogliere il significato politico della giornata, che è sintetizzato: 1) nella buona partecipazione di massa (100.000 dichiara il giornale, forse enfatizzando un po’) nonostante il clima meteorologico improbo e quello politico avvelenato dall’allarmismo ossessivo dei media; 2) nel riconoscimento dell’ importanza della pronta mobilitazione dei 30.000 a Macerata il 10 febbraio, testimoniata dallo striscione di apertura del corteo romano, e nell’esplicita continuità di quella mobilitazione con “chi è sceso in piazza in tutti questi giorni di clima arroventato, quando dopo i fatti di Macerata, a Roma, Bologna, Napoli, Torino, Pisa, e in ogni periferia del Belpaese si è innescata la provocazione neofascista”, a contrasto con la frusta rappresentazione mediatica degli “opposti estremismi”; 3) nel fatto che “in piazza c’era tutta la sinistra. Certo distante e divisa”. Ma c’era.  E nella relativa marginalità dei partiti politici rispetto ad Anpi e CGIL e Libera che rappresentavano il grosso dei manifestanti; 4) infine nella richiesta corale che saliva dalla Piazza di mettere fuori legge le formazioni neo-fasciste (che un ministro dell’interno consapevole del proprio giuramento costituzionale avrebbe dovuto escludere dalle elezioni) e di negare loro agibilità politica pubblica, con l’impegno collettivo a non abbassare “i toni e la guardia”.

Repubblica relega la notizia in settima, con una cronaca di Alessandra Longo, molto descrittiva già nel titolo Per un giorno la sinistra torna unita – “Sciogliere le organizzazioni fasciste”, ma ridimensionando i numeri della partecipazione a 20.000 nel sottotitolo (Da Renzi a Bersani in ventimila alla marcia sotto la pioggia”. Articolo un po’ fru fru, stile Repubblica della domenica, tra il mondano e il sindacale: “Ci sono Matteo Renzi che abbraccia il premier Gentiloni, ci sono Boldrini e Grasso, la Cgil e la Fiom, i pensionati, i partigiani, Don Ciotti [con la D di don maiuscola,come fosse Don Lurio o Don DeLillo] e Libera, 23 organizzazioni sociali, sindacali politiche. E’ la Roma del 24 febbraio, giorno della morte di Sandro Pertini, la Roma della sinistra divisa nelle urne e unitaria per un giorno”. Ci racconta poi, che Bella ciao è suonata al ritmo dei Modena City Ramblers, che Susanna Camusso sfila “con un cappello rosso pompiere che la protegge dall’uragano, che la sindaca Raggi è assente giustificata perché in missione in Messico, che Walter Veltroni e la moglie Flavia “arrivano in motorino” mentre i partigiani di Montefeltro scandiscono “Walter ci manchi”, che Matteo Renzi fa appena una comparsata di pochi minuti, giusto per dire che “qui c’è tutto il Pd” e, su questa nota renziana s’innesta il commento finale dell’articolista, di per sé pesante: “Vero, molto establishment [governativo]. Però la folla dei manifestanti è più sindacato e associazionismo. C’erano molti più ragazzi a Macerata, alla manifestazione organizzata nonostante l’appello al silenzio del sindaco Pd Romano Carancini”. Gia! 

Più drammatica, sulla brevissima presenza di Renzi in Piazza del Popolo La Stampa, che relega comunque anch’essa l’intera giornata romana in quarta, in una striscia a fondo pagina (Carlo Bertini, La sinistra unita dall’antifascismo ma i suoi leader marciano divisi. Renzi non sfila per evitare tensioni): “Per dirla con un dirigente Dem, ‘il rischio boomerang politicamente era alto’, fosse partito un fischio o una contestazione per strada da parte di qualche testa calda della sinistra contro il leader Pd…, sarebbe stato un bel problema a dieci giorni dal voto”. E poi, alzando i toni; “Ma c’è un di più che la dice lunga sul clima di tensione che si respira nel Paese: la sicurezza ha consigliato allo staff renziano di non dar notizia fino all’ultimo minuto sul luogo preciso dove sarebbe apparso il leader Pd, piazza o corteo che fosse. La paura più concreta era che a qualcuno potesse venire lo sghiribizzo di far partire una molotov o qualche lancio di oggetti… ‘iei ci hanno detto che dopo quello che è successo a Torino ormai bisogna stare attenti'” [“ci hanno detto” chi? la “sicurezza”, ma quale sicurezza? Quella di Minniti? Quella della manifestazione? Quella del Pd? e “attenti a chi”?  a qualche “sgiribizzo”?] Il resto dell’articolo sono note fisiognomiche sulle occhiatacce reciproche tra i capi-partito, sulla durata degli abbracci [uno solo in verità. tra Matteo e il Premier] , sull’assenza di sorrisi sia pure di circostanza: “‘I leader non si nono filati tra loro, c’è voluto un ente terzo come la Cgil per organizzare questa manifestazione’ [virgolettato], ammettono quelli del Pd”.

Malignamente velenoso il resoconto del Messaggero, fin dal titolo: nella piazza vintage la sinistra sfila divisa e dall’incipit dell’articolo di Mario Ajello: “Più che gli antifascismi, i reumatismi. «Ho un dolore tutto qui», e un anziano pensionato della Cgil si tocca il femore. «Io – gli dice un compagno imbandierato di rosso – ho la cervicale». E certo, piove. Sarà il clima, oltre all’età anagrafica dei marciatori di «ora e sempre resistenza», ma quella di Roma è una piazza malinconica e non vibrante…”

Sul Corriere, invece, il prof. Galli della Loggia preferisce disquisire – più nobilmente – di violenza e di parole ambigue (La violenza e le parole ambigue) per sostenere, in sostanza – e lo dichiara lo stesso sottotitolo – che  “Se il fascismo è violenza, illegalità e soppressione delle libertà, ebbene, allora la sua antitesi non è l’antifascismo, è la democrazia.  La storia del resto conta pure qualcosa: mentre non è mai esistita una democrazia o un democratico che non fosse antifascista, più e più volte, all’ opposto, persone, movimenti e regimi che si identificavano con l’antifascismo hanno mostrato che con la democrazia non avevano molto a che fare”. Sullo stesso giornale uno scipito articolo di Marco Imarisio si diletta sul frusto paragone tra anni Settanta e oggi per quanto riguarda il fascino delle manifestazioni e la partecipazione ad esse:  Dai grandi raduni popolari alle “repliche” di oggi. Così è cambiata la protesta . Segnalando tuttavia un tratto reale di discontinuità:”Negli anni Settanta il giudizio universale non passava per le case. «Perché in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore e dalle bombe», cantava Giorgio Gaber. Sappiamo come è andata…. In quell’ epoca che nessuno di buon senso dovrebbe rimpiangere, la partecipazione, contarsi, il corteo di massa, muovevano quasi sempre da premesse drammatiche come gli attentati e le stragi fasciste. Erano un punto fermo in un Paese che viveva il suo momento più buio.  La storia dell’Italia repubblicana è punteggiata da prove di forza popolari. Le piazze piene del 2 giugno 1946 furono il sigillo sul risultato del referendum. La manifestazione e gli scontri del 30 giugno 1960 a Genova segnarono il capolinea del governo Tambroni appoggiato dal Msi. Il lungo decennio dell’eversione e delle tensioni sociali venne scandito da manifestazioni enormi e identitarie. Fu quasi una nemesi la fine di quella stagione, chiusa da un piccolo corteo di appena 40 mila persone, ma forse erano anche meno, che sfilarono nelle strade di Torino per chiedere la riapertura della Fiat. Nel nuovo secolo c’è stata la breve parabola del movimento No global, che aveva comunque una tendenza minoritaria, perché rappresentava una parte di quella nuova generazione di sinistra che nel luglio 2001 fu costretta al ritorno a casa dalla violenza e dal sangue di Genova. Al netto delle manifestazioni contro la guerra in Iraq del 2003, il comizio del 22 marzo 2002 da due milioni di persone del leader della Cgil Sergio Cofferati al Circo Massimo contro la modifica dell’articolo 18 fu l’ultima, grande manifestazione politica della nostra epoca recente.  Quelle di oggi sembrano copie sbiadite delle piazze del passato. E non solo nei numeri. Non esiste più un sentire comune di sinistra, come dimostrato dai mille distinguo in ordine sparso sull’attentato di Macerata agli immigrati, e dai cortei di ieri, a ognuno il suo”.

Libero, per parte sua, preferisce spostare i riflettori a Milano, per celebrare il “trionfo” di Salvini e della sua Lega che con i loro numeri  avrebbero  “asfaltato antifascisti e CasaPound“: “Carta canta: nel sabato delle 119 manifestazioni di piazza in tutta Italia, dall’estrema destra all’estrema sinistra dei centri sociali, a trionfare è stato Matteo Salvini. Secondo i dati ufficiali, il comizio più affollato è stato quello della Lega a Milano, con 15mila partecipanti.” decreta il quotidiano di Vittorio Feltri. Il quale, nella stessa pagina, se la prende con il direttore di Repubblica Mario Calabresi – reo di aver indicato nel fascismo e nel berlusconismo i mali italiani, – con questi toni: “Caro Orfano. Sappiamo che non ti piace questo sostantivo, tanto che mi hai rotto spesso le balle perché opportunamente l’ ho usato per definirti, ma non te la prendere per dei dettagli utili solo a far capire ai lettori chi sei e a quale razza di furbi appartieni. Quanto al fascismo che minaccerebbe, a tuo dire, la convivenza dei cittadini, datti una calmata. Le camicie nere non sono mai piaciute neanche a me, però non ne vedo in giro, mentre quelle rosse imperversano e alcune sono indossate sotto il doppiopetto da tanti fighetti che ti somigliano. Senza rancore e senza amore, ti auguro una vita più lunga e serena di quella di papà, vittima dei tuoi sodali”.

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

Guarda gli altri post di: