Macerata – Lo spartiacque italiano

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La tre giorni che ha come baricentro la giornata del 10 febbraio a Macerata si conferma un vero spartiacque nella politica italiana.  Non solo per quanto accade sulla sua superficie nevroticamente fibrillante dove le (apparenti) svolte e rotture non si contano, ma nei suoi strati profondi, del sentire e del pensare. Aveva aperto la mattina del 10 nel segno della svolta un intelligente articolo di Ezio Mauro in prima di Repubblica, dal titolo esemplare: La sinistra che dimentica la sua storia:  “Quando i partiti si riducono a semplici comitati elettorali, e non hanno più ideali politici a cui riferirsi perché vivono nell’ estemporaneo – scriveva l’ex direttore del giornale -, diventano subalterni al senso comune, suoi replicanti. Invece di orientare l’opinione pubblica la inseguono gregari, perché invece di testimoniare una storia affogano nella cronaca. Con il risultato di far mancare al Paese l’interpretazione degli avvenimenti attraverso le grandi culture politiche di riferimento e la loro pedagogia.” E proseguiva, a ulteriore chiarezza: “È evidente che in una normale campagna elettorale una forza di sinistra avrebbe già tenuto una riunione della sua direzione a Macerata, aperta alla cittadinanza e ai media nazionali, riconsegnando la città a se stessa dopo gli spari, restituendole sicurezza attraverso la politica dopo il razzismo terrorista. E trasformando quelle piazze magnifiche e quelle strade in una riconquista della convivenza civile e democratica, per tutti. Questo vale per qualsiasi sinistra, nata ieri o centenaria. Ma per una sinistra di governo, generata per di più da due culture popolari e costituzionali, diventa un obbligo.” Dovrebbe essere un obbligo, e una condizione per essere credibili, quantomeno “saper leggere i fenomeni per quel che sono, dando loro un nome e assumendosi la responsabilità di un giudizio”, tanto più quando i fatti sono come quello di Macerata, “che concentra su di sé un tale accumulo di significati – tutti convergenti – che non ha bisogno di interpretazione”, e che minaccia di “scaricare a livello istintuale tutto questo insieme di egoismi aggressivi [quelli appunto evocati dalla figura dello straniero nell’immaginario razzista] armati di un nuovo guscio ideologico che li protegge, li giustifica, li recita a piene mani nei talk tra i sorrisi degli astanti, , spargendoli ogni sera nella solitudine dispersa del grande tinello italiano”. Un’emergenza, questa, che richiederebbe una vigorosa azione di contrasto, di fronte alla quale la linea adottata dal segretario del PD di minimizzare e spoliticizzare, e sostanzialmente ignorare nel loro significato politico gli eventi, appare insostenibile e dissennata: “Cosa vuol dire – conclude Mauro – il proposito di Renzi di «abbassare i toni», dopo Macerata? Prima di tutto un tono bisogna averlo. Bisogna saper leggere la banalizzazione quotidiana del fascismo che si pratica nell’ ignoranza della storia ma soprattutto nell’ indifferenza generale, bisogna testimoniare a testa alta i valori dell’accoglienza nella responsabilità, bisogna separare la politica dalla xenofobia, bisogna pretendere che la violenza venga ripudiata senza ambiguità. Per queste ragioni di democrazia – conclude Mauro – si può andare in piazza dopo Macerata e a Macerata invece di inseguire impossibili elettori di destra col rischio di aprire altre falle a sinistra per non saper cosa fare, per non saper cosa dire, per non sapere in realtà cos’è la sinistra oggi in un Paese come l’Italia”.

La stessa mattina, sul Fatto quotidiano, Maurizio Viroli dichiara il dovere di manifestare a Macerata anche per lo Stato: Lo Stato deve manifestare contro i fascisti: “Altro che vietare le manifestazioni, a Macerata deve manifestare lo Stato… A Macerata deve andare il Presidente della Repubblica, e parlare con i corazzieri alle spalle”. Gli altri giornaloni fanno i pesci in barile. Il Corriere si rifugia in una cronaca di Macerata alla vigilia (E la città si blinda): “una vigilia che pare Miami prima di un ciclone, tutti a inchiodare assi, a ritirare vasi, a domandarsi ‘come sarà’ quando passerà l’onda del corteo” – come se fosse un’orda di barbari e non un’Italia consapevole e resistente -, perché un sindaco dissennato ha seminato allarme e paura chiudendo le scuole, fermando i bus, sigillando i servizi igienici…  Mentre sulla Stampa una pilatesca colonnina di spalla di Marcello Sorgi constata desolata che L’eco degli spari ci accompagnerà fino al giorno delle elezioni. E poi, nel resoconto dell’inviato Freancesco Grignetti, riporta – e non è una barzelletta – la dichiarazione del sindaco  che, dopo aver proclamato il coprifuoco in città,  spera che “sia una festa” (Oggi manifestazione antifascista, scuole chiuse e autobus fermi. I negozianti abbassano le serrande. Il sindaco: spero sia una festa).

I commenti del giorno dopo sono un generale sospiro di sollievo a denti stretti, ma con l’inevitabile riconoscimento della riuscita di una manifestazione partecipata e pacifica. “Un sabato pacifico, di persone dignitose e ferme, che pochi imbecilli – come quelli che a Macerata hanno inneggiato alle foibe nel giorno del ricordo – non sono riusciti per fortuna a rovinare. E se era comprensibile il timore del sindaco della città marchigiana, che aveva chiesto di soprassedere per concedere ai suoi concittadini – travolti da eventi più grandi di loro – ‘almeno il tempo per respirare’, è giusto dire che l’atteggiamento responsabile della maggioranza dei presenti ha creato le condizioni per una manifestazione serena dal grande valore morale” (così Francesco Bei su  La Stampa, Sui migranti la Babele della sinistra).  “Un fiume infine pacifico, che s’impiegano 35 minuti a vederlo passare, e che smentisce profeti di sventura e terroristi della parola che immaginavano scontri e Blocchi Neri. Elena, giovane mamma di Terni, non s’era fatta spaventare nemmeno da terrore e profezie. S’è tirata dietro in passeggino una meraviglia di quattro mesi, Edera, che regala risatine di cristallo a chiunque le parli: «Preoccupata per averla portata qui al corteo? Ma dai! Sono un bel po’ più preoccupata per come va il mondo…» (Francesco Buccini sul Corriere, Migliaia al corteo antirazzista). Ma è soprattutto l’assenza del PD, la sua scelta aventiniana, la divisione di quella che ancora ci si ostina a chiamare “sinistra” che catalizza un po’ tutti i commenti: “MACERATA È il giorno della piazza che divide e disorienta la sinistra in tutta Italia. Macerata è l’epicentro della lacerazione – apre il proprio reportage Repubblica, sotto il titolo di per sé significativo Piazze antirazziste il Pd resta ai margini e disorienta la base – Una città blindata che non partecipa fisicamente alla manifestazione contro il fascismo e il razzismo. Le finestre sono chiuse, i negozi hanno le porte protette dal compensato come per gli uragani in America. Ventimila, trentamila persone sfilano dai giardini Diaz, là dove lo spaccio si consuma vicino alle giostre per i bambini. Un fiume di militanti, centri sociali, anarchici, la Fiom, ma non la Cgil, Libera, Emergency con Gino Strada, i Cobas, Potere al Popolo con Lidia Menapace che tiene lo striscione a 94 anni, i comunisti con Marco Ferrando, i leninisti di Che fare (scatenati contro «la stampa di regime»), i deputati di Leu Civati, Fratoianni e Zoggia, segmenti di Arci, partigiani locali e l’Anpi di Roma, contraria all’assenza decisa dall’Anpi nazionale, i neri, regolari e non, l’ex ministra Kyenge, gli studenti, i vecchi di Lotta Continua che riabbracciano Adriano Sofri e a qualcuno vengono le lacrime. Ma il Pd non c’è. Il Pd è il grande assente. Non solo a Macerata ma anche a Milano dove altri ventimila, soprattutto giovani, occupano la piazza ed Emanuele Fiano, promotore Pd della legge sul divieto di propaganda fascista, si materializza quasi timidamente. C’è anche Pierfrancesco Majorino. Li conti sulle dita di una mano. È Laura Boldrini a tenere banco: « Non c’è posto per l’apartheid in Italia. Mi fa piacere ci siano Fiano e Majorino, ma il Pd ha sbagliato a non esserci » . E poi una frecciata ad Emma Bonino: « Come fa a stare col Pd che non ha voluto lo Ius soli?». A Palermo il sindaco Orlando sfila sotto le bandiere di Cobas, Arci e Anpi.” Stessa musica sul Corriere:  “Macerata Scusate, qualcuno di voi, qui, vota Pd? Silenzi ostili, sguardi rancorosi. Poi un attempato leninista che diffonde copie di «Che fare», il giornalino dei comunisti internazionalisti, si volta rabbioso: «Ma perché non pensi ai cavoli tuoi? Sei venuto a provocare?». Insomma, uno s’immagina per bersagli i fascisti, il terrorista nero Traini, magari la Lega… invece in questo freddo pomeriggio maceratese, tra i capannelli del popolo di sinistra-sinistra radunato nei Giardini Diaz (per l’occasione sottratti agli spacciatori nigeriani) ecco s’avanza soprattutto uno strano nemico, che sarebbe anche un po’ amico e dunque è nemico due volte, in quanto traditore della causa: il Partito democratico; meglio: il Partito democratico di Renzi e Minniti, quello «modificato geneticamente». Classico convitato di pietra, tutti lo evocano, per dannarlo, sollecitarlo, esorcizzarlo, alla partenza della grande manifestazione antifascista e antirazzista nata tra cento paure e mille tira e molla, sconsigliata e sconfessata proprio dal Pd” – così apre il già citato articolo di Buccini, che prosegue -: “il catino dei Giardini Diaz vibra alla partenza con questo buco dentro: perché senza Pd, ammettiamolo, non c’è neppure la città, il corteo si snoda potente e orgoglioso ma isolato lungo le quattrocentesche «Mura Urbiche» sotto finestre quasi tutte chiuse (eccetto quelle di un centro Sprar pieno zeppo di migranti). Sofri la racconta sornione com’è: «Avevo quasi pensato di telefonare l’altra notte a Renzi e dirgli: Matteo, vieni anche in incognito, ma vieni, bisogna essere pazzi per non essere oggi in questa piazza!». Non dev ’essergli costato troppo rinunciare alla chiamata notturna. Sergio Staino ha scommesso con lui sui numeri alti del corteo e alla fine vincerà (sfilano tra i venti e i trentamila) ma non si fa illusioni: «Certo, lo so, doveva essere una grande manifestazione dell’Italia repubblicana, ma l’asse di quell’Italia, il Pd, s’è sfilato e ci ha spiazzati». La sintesi, impietosa, di questa “epifania nell’assenza” della nuova natura del Pd e del significato delle decisioni del suo Capo ormai esclusivo, la fa Furio Colombo sul Fatto, pretendendo che Le anime belle stiano fuori da Macerata (e intendendo per “anime belle” i cerchiobottisti all’ Antonio Polito e i tonobassisti alla Matteo Renzi: “la omogeneità fra parti di potere che controllano o influenzano il Paese è grande. Qualcuno ha tenuto a bada i fascisti che volevano sostenere il loro eroe (l’uomo che ha sparato) e rivendicare il loro militantismo assassino. Ma nello stesso momento qualcuno ha tenuto a bada l’Anpi (coloro che intendono ancora rappresentare i partigiani e la Resistenza che ha stroncato il fascismo) e tiene a bada coloro che sono antifascisti e sanno che questo è il momento di essere presenti come lo è stato in ogni altro momento pericoloso della storia italiana. Questa volta no. Il ministro dell’Interno e il segretario di un partito che era di sinistra hanno detto no e fatto capire che qui non si discute di politica, qui si lavora alle elezioni. In questo modo, per la prima volta, l’Italia che conta, ben rappresentata dall’articolo citato, tiene ferme le due parti, lasciandoci capire che si somigliano e vogliono solo menarsi. La decisione, presa in un misterioso luogo dove si sa come stanno le cose, rende uguale il fascismo che viene avanti in divisa e con le sue dottrine di morte e il suo odore di campi di sterminio. E l’antifascismo, che discende da una sua massa di perseguitati, imprigionati, torturati e uccisi, nella lotta per la libertà che ha fondato l’Europa, e ha salvato i ragazzi di Forza Nuova, di CasaPound e i nuovi associati ancora travestiti con felpe, dal fare per sempre, di professione, le guardie dei lager. “

Spiazzante la lenzuolata domenicale di Eugenio Scalfari, sintomo di un disagio (suo) ormai imbarazzante. Sotto un titolo che promette di parlare di populismo (che poi è però ridotto a poche righe quasi incomprensibili in chiusura) – Le fratture della politica che alimentano il populismo – il fondatore di Repubblica lascia intendere di voler parlare di Macerata, ma in realtà ci porta un bel po’ in giro con un lungo excursus sui rapporti tra Pannunzio e Piccardi (il cui filo conduttore sembra non essere altro che la presenza come testimone di lui, Eugenio) e poi della contrastata espulsione di Piccardi dal Partito radicale che a sua volta subito dopo si scisse, senza che si riesca a capire il nesso con il presente se non che anche allora di trattò di una “frattura”… Quando poi dalle altezze della Storia Scalfari atterra a Macerata, con l’unico evidente intento di giustificare, anzi di tessere le lodi di Matteo Renzi e di Marco Minniti, dà l’impressione di aver completamente frainteso la natura degli eventi, offrendoci un mondo alla rovescia in cui, addirittura, la tentata strage terroristica da parte di Luca Traini viene derubricata a “fatto quasi privato” (sic!!!)  (“Ho ricordato questa storia [Pannunzio-Piccardi] perché vedo una notevole concordanza con quello che sta accadendo in Italia e che ha come causa iniziale un fatto quasi privato: la sparatoria avvenuta a Macerata da parte di un pazzoide di nome Luca Traini”). E il minacciato divieto del ministro di polizia riguarderebbe  manifestazioni “ultravolute dalla destra” “per spostare l’attenzione dal caso Traini [che però sarebbe “quasi privato”] al clima di violenza che imputano all’immigrazione voluta dalla sinistra: manifestazioni rivolte quindi contro il governo” (???). L’esecutivo Gentiloni e ilPd, invece – – è sempre la prosa di Scalfari – considerano i due casi di Macerata [l’omicidio di Pamela e gli spari di Traini] come completamente diversi l’uno dall’altro”, e per questo, si evince, saggiamente si smarcherebbero: “E’ più che naturale, quindi – suona la sentenza – che il governo e il Partito democratico siano contrari a questa mobilitazione delle piazze. L’Italia ha ben altri problemi da affrontare” (altro che ondata di razziamo, rancore, neo-nazismo risorgente, rabbia deviata contro lo straniero…: lo statista Scalfari invita a non curarsi di lor ma guardare e passare… E poi la conclusione, in linea con l’incapacità di capire che accompagna tutto l’articolo: il populismo ridotto a “anti-politica” (“C’è poi un altro fenomeno di natura molto diversa [da che? dalla nuova destra che avanza? Da Salvini? Da Berlusconi? Da Forza Nuova e Casa Pound?] ma importantissima perché in qualche modo rappresenta l’anti-politica. Si chiama populismo ed esprime indifferenza o addirittura odio politico contro le classi dirigenti dei partiti”) quando chiunque si sia occupato di populismo sa e scrive che lungi da rappresentare l’antitesi della politica oggi costituisce una delle forme più diffuse di “politica” tant’è vero che ha conquistato posizioni di governo in buona parte dell’est europeo e negli stessi Stati Uniti. ..

Infine i giornali del lunedì, un po’ tutti all’insegna della preoccupazione per il vuoto che si prospetta dopo il 4 marzo, con anche Macerata nelle urne: Il paradosso del paese senza governo, titola Repubblica a firma di Michele Ainis: “E’ un tempo sospeso. Il tempo dell’attesa, finché non ci cadranno addosso i risultati elettorali: ma intanto lassù il proscenio è vuoto”.  E ben visibile il cratere lasciato dal tonfo di Renzi, come ricorda su La Stampa l’ex amico Federico Geremicca, Il sentiero stretto di Matteo e come ribadisce sullo stesso giornale il titolo di apertura: L’effetto Macerata spaventa Renzi. Il Pd teme il 20%.

 

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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