Buio a mezzogiorno. Terrorismo a Macerata

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L’episodio di terrorismo razzista di Macerata forse un soprassalto di coscienza l’ha prodotto, almeno sui grandi giornali di opinione. Ma non è bastato a redimerli dall’eterno cerchiobottismo che li ha resi in fondo così inutili ai fini della ricostruzione di una coscienza civica nel nostro paese.

Prendiamo Antonio Polito, per esempio, che sul Corriere della sera apre il proprio editoriale parlando esplicitamente di “terrore razziale” con un tono di allarme estremo implicito fin dal titolo: “Ora niente sia come prima“, tuona. E invita ad “aprire bene gli occhi su tutto”. Era ora! verrebbe da dire, se poi non scoprissimo, pochi paragrafi oltre, che cosa ci sia in quel tutto…   “Non c’era – scrive il vicedirettore del Corriere in apertura  – altro criterio se non quello razziale, ieri mattina, nella scelta delle vittime di Luca Traini: sparare a chiunque non fosse bianco. A ragione si era inciso un simbolo neonazista sulla tempia, era lo stesso criterio con il quale le Ss rastrellavano gli ebrei, o il Ku Klux Klan impiccava e bruciava i neri: ripulire la società da esseri ritenuti inferiori e impuri per mettere a posto tutto ciò che non va, e ripristinare l’ordine di un passato mitico e immaginato. Dobbiamo esserne spaventati [applausi]  È un salto all’indietro della nostra civiltà che forse si poteva temere, ma che fino a poco tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ora è accaduto, e dunque può accadere ancora. Dobbiamo aprire gli occhi su che cosa sta diventando l’Italia. E non a senso unico.” Segue l’elenco delle colpe, e la prima è reale. L’ eccessiva tolleranza nei confronti dell’imbarbarimento del linguaggio e della propaganda politica: “Abbiamo innanzitutto la colpa di aver accettato senza preoccuparcene troppo lo sdoganamento del discorso di odio come forma abituale di polemica culturale e politica.  Le «parole ostili», la terminologia di guerra, gli stupri e le decapitazioni virtuali, la contrapposizione amico-nemico dominano ormai pezzi interi del dibattito pubblico, senza reazioni, nell’ acquiescenza generale. Il criterio razziale si è insomma insediato tra noi, e ovviamente può sconvolgere la mente dei più deboli, dei più fanatici, eccitando una violenza da Taxi Driver tra i tanti «angry white men», giovani bianchi incazzati, che vivono anche nelle nostre città e nella nostra provincia.” Dunque, “Basta scherzare col fuoco!” E anche se “sappiamo benissimo – dice – che la felpa di Salvini non è l’orbace [mah?], il leader leghista deve sapere altrettanto bene che per lui non ci potrà mai essere nessuno spazio al governo di una grande nazione europea finché rimarrà la benché minima ambiguità sul tema del razzismo, nel suo movimento e in chi ci gira intorno”. Giusto anche questo. Ma poi viene la seconda colpa, la botte dopo il cerchio, o il cerchio dopo le botte, e questo va nella direzione opposta: l’eccessiva tolleranza nella gestione del “flussi”. Insomma, l’eccessiva apertura delle frontiere, come se non bastasse la cacciata delle ONG dal mare, il sovvenzionamento delle milizie libiche perche facciano a modo loro il”controllo dei cancelli”, l’assoldamento degli ex-scafisti perché guadagnino con i nostri soldi anziché con quelli dei migranti per fermarli nel deserto anziché traghettarli nel mare nostrum: perché, ci ammonisce Polito, “bisogna però aprire gli occhi anche su altro”.  E questo altro è “il fatto che il modo caotico, non controllato, illegale, con cui i flussi migratori hanno «invaso» pezzi delle nostre città e delle nostre terre, ha provocato risentimento e rancore anche tra la gente perbene, magari un po’ tradizionalista ma nient’affatto razzista;  non abbastanza ricca da godere dei vantaggi della società multietnica che le «anime belle» spacciano come destino ineluttabile della nazione, ma abbastanza operosa per pretendere con buon diritto più ordine, più rigore, più rispetto, più decoro, più sicurezza su un treno regionale o nel giardino pubblico di fronte a casa” “Anime belle”, “invasione”, un velato accenno ai buonisti come privilegiati, che chiusi nei loro salotti non vivono il degrado prodotto dai famigerati flussi… Per cui ecco il destro d’incontro sul mento di chi, come Saviano, indica senza peli sulla lingua le respoonsabilità politiche degli “imprenditori dell’odio”, che quotano alla propria borsa i peggiori sentimenti che allignano “in basso”: “Ecco perché ci sembra infantile, oltre che pericoloso, cercare «mandanti morali» della tentata strage di Macerata in questo o quell’avversario, come ha fatto ieri lo scrittore Saviano incolpando Matteo Salvini.Chi condanna l’identificazione tra immigrato e delinquente dovrebbe saper anche discernere tra la polemica contro l’immigrazione e la violenza contro gli immigrati” . Finis

Anche La Stampa parte bene, con un articolo in prima a firma di Gianni Riotta – Dove nasce il seme dell’odio -, con un buon incipit che invita giustamente all’allarme: “Il «drive by shooting», sparatoria da un’auto in corsa contro passanti innocenti, è costante delle gang nei ghetti americani, Riverdale a Chicago, Chesterfield Square a Los Angeles. In Italia mafie ed estremisti hanno insanguinato le strade del dopoguerra, ma un terrorista bianco e fascista come Luca Traini è novità, pericolosa e tragica”.  Con un’altrettanto giusta  imputazione linguistica del termine terrorismo al fatto – “ché di terrorismo si tratta e come tale va represso” – e una conseguente denuncia di chi, come Salvini (invitato tra l’altro “a controllare le liste locali della Lega)  “condanna il gesto, ma poi la butta in propaganda, invocando l’immigrazione clandestina”. Riotta si spinge addirittura a sanzionare chi, come Di Maio,  chiede “‘silenzio’ [virgolettato] per non ‘strumentalizzare la violenza di Macerata. Peccato che poi, in settima, lo stesso giornale dedichi una paginata all’elogio di Renzi e del Pd che invitando a “lasciare fuori la politica”… “disinnesca la trappola della Lega” (così recita appunto il titolo: Il Pd: lasciamo la politica fuori. E disinnesca la trappola della Lega) con tanto di ampie citazioni del Matteo-pensiero.

Meglio, molto meglio, Repubblica, forse per rispetto al proprio collaboratore Saviano, che sulle responsabilità di Salvini e delle Lega non ha avuto peli sulla lingua. Massimo Giannini parla anche lui chiaro, fin dal titolo – Chi fa finta di condannare – e dalla prima riga, in cui si dice che “prima o poi doveva succedere in questa Italia del rancore”. Poi precisa chi siano i titolari della “fabbrica del rancore” e le loro responsabilità politiche, dal momento che Macerata non può essere solo il frutto di uno squilibrato: “Quello che conta – scrive infatti Giannini –  è il clima in cui germoglia questo orrore. Il veleno inoculato nelle vene del Paese in questi anni dagli “impresari della paura”. Dalla destra sedicente ‘sovranista’, che specula sulle angosce degli uomini spaventati dalla crisi e dalla globalizzazione. La destra intollerante e xenofoba, che oggi come 70 anni fa indica il nemico nel ‘diverso’, e compra un pugno di voti con la falsa promessa di una finta ‘protezione’. La destra di Salvini, che urla ‘quando governeremo ne cacceremo 500 mila’. La destra di Fontana, che a Radio Padania grida ‘dobbiamo proteggere la razza bianca’. La destra di Forza Nuova, che occupa le sedi dei giornali e delle Ong impegnate nel soccorso ai migranti. Macerata Burning”.  Di fronte a tanta “banalità del male, prosegue l’articolo, “ti aspetteresti una condanna inequivoca, unanime e definitiva. E invece no. A conferma di quanto siano cinici, questi trafficanti di voti non condannano niente, ma in fondo giustificano. Giustifica Salvini, che blatera ‘la vera colpa è di chi apre le porte ai clandestini’. Giustifica Meloni, che denuncia l’Italia insicura ‘in mano alla sinistra. Anche Berlusconi invoca a sua volta ‘più sicurezza nelle nostre città’. Il perché di questo giustificazionismo l’ha spiegato in un’intervista lo stesso Fontana, col suo terrificante candore: ‘Dopo la mia frase sulla razza bianca sono cresciuto nei sondaggi…’. Di fronte a questo abisso etico e politico non si può non dare ragione a Roberto Saviano, quando evoca la figura dei ‘mandanti morali’. E sgomenta quasi allo stesso modo che la sinistra non lo capisca, e balbetti frasi di circostanza: ‘Restiamo calmi’, ‘Non ci faremo dividere’ “.

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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