Micron italiano

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Il PD è finito. Nel senso che “non c’è più”. Nell’accezione letterale del termine: “Partito” sta a significare un gruppo dotato di forme di vita e di deliberazione collettiva; “Democratico” indica le procedure di discussione e di decisione basate sul principio di maggioranza e contrapposte alla forma autocratica (il Demos e non l’Autòs).  Dalla notte di sabato (vera notte di Val Purga) quello che restava di quella comunità è diventato, anche formalmente, altro da sé:  il PdR, Partito di Renzi, ovvero Partito del Capo. Non lo dicono malevoli oppositori politici. Lo dicono i vecchi amici, i sodali dell’origine, fior di columnist di giornali – anzi “giornaloni” – che un tempo ne furono gli sponsor più sfegatati, oltre la stessa decenza giornalistica, dai giorni della grande illusione ottica del 41% giù giù, fino, ancora, alla sciagurata campagna referendaria.

Prendiamo Repubblica, che del PD era stato la controfigura mediatica. L’articolo di prima pagina affidato alla firma politologica di Piero Ignazi si apre con un’affermazione apodittica: “Alla fine il PdR (partito di Renzi) è nato davvero”. L’articolo si sviluppa soprattutto con la critica alla minoranza interna, che non ha saputo opporsi alla strategia di conquista della supremazia assoluta di Renzi in modo efficace, convinto e credibilmente alternativo, ma alla fine si fa tagliente: “Ora la vita del Pd è ridotta all’approvazione plaudente delle relazioni-fiume del segretario, senza uno straccio di dibattito”. E la conclusione è feroce: “Il culto del capo ha infettato il corpo di un partito un tempo plurale, articolato e dialettico”.

Non diversamente La Stampa, per bocca di Federico Geremicca, un tempo l’aedo di Matteo: “Sono anni (in pratica dal suo avvento alla segreteria del Pd) – inizia in tono conciliante – che Matteo Renzi è inseguito da un velenosissimo sospetto: quello di voler trasformare il Partito democratico in qualcosa di profondamente diverso, addirittura in un ‘movimento personale’, al quale è stato dato per comodità il nome di PdR”. Sospetto che finora – si direbbe “fino a ieri” – Geremicca aveva respinto con convinzione, considerandolo “più un utile strumento di polemica e propaganda” (si suppone di critici prevenuti) “che il prodotto di una oggettiva analisi politica”. Ma “ieri” qualcosa è cambiato, quando – scrive il Nostro – il “pd ha ufficializzato le proprie liste elettorali”: ha mostrato, potremmo dire la “pistola fumante” che trasforma il sospetto in prova, giustificando la “sentenza” (“forse azzardata” si premunisce l’autore) per la quale “tornare a parlare oggi di PdR, piuttosto che di Pd, non può più essere considerato solo un artificio polemico”. D’altra parte in prima pagina dello stesso giornale spicca un’intervista a Enrico Letta (quello, trasformatosi da predecessore politico di Renzi come Capo del Governo in suo critico scientifico come Professore a SciencesPo) col significativo titolo Il Pd corre verso l’abisso, e in cui l’ #enricostaisicuro di tre anni fa si toglie un sassone dalla scarpa e dichiara che “in questo fine settimana si è consumata una vicenda dai contorni tragici” che nei rapporti con l’opinione pubblica “si traduce in un altro immeritato e insperato regalo a Berlusconi e ai CinqueStelle. Una incredibile corsa verso l’abisso”, appunto.

Quanto al Corriere della Sera, preferisce dare la parola, sull’argomento, a un trombato di rango come Nicola Latorre, uno che nell’ultimo quindicennio ha costituito una parte fissa del paesaggio pd, e che in una lunga intervista, sotto il titolo virgolettato “Scelto chi diceva sì al capo”, alla domanda “Che cosa contesta a Renzi” ha risposto: “… appare evidente che la logica della spartizione sia prevalsa. E’ stato seguito quasi esclusivamente il criterio della fedeltà, piuttosto che quello della competenza e della sensibilità dei candidati sui principali problemi del Paese”.

Dunque il progetto di Renzi appare a questo punto chiaro: smontare il Pd, riassemblare una entità politica più piccola, rischiando anche di scendere sotto la soglia di galleggiamento del 20%, ma coesa e soprattutto fedele esclusivamente alla sua persona. Premunirsi in questo modo dal rischio che dopo la sconfitta, data per scontata, del 4 marzo, venga convocato un Congresso di resa dei conti (il che conferma la natura di Matteo Renzi come one shot man, uomo che gioca sempre come alla roulette, concentrato su un’unica posta volta per volta). In secondo luogo prepararsi a un ruolo simile a quello che scelse Craxi negli anni ’80, forza minoritaria ma decisiva per le maggioranze di governo, ago della bilancia collocato al centro (non certo a sinistra) per giocare più giochi alternativi. Come dire il potere per il potere praticato dall’uomo solo al comando.

Sa bene che quelli che contano, i vari poteri, avrebbero un altro progetto: l’ha rivelato ieri Marcello Sorgi, che da molto ormai fa il ventriloquo del potere, ancora su La Stampa, in un articolo dal titolo significativo: “I partiti dominati dai capi“, spiegando che nell’apparente ingovernabilità del dopo 4 marzo sarà l’asse degli “oni” – Gentiloni-Berlusconi – l’unico che potrà garantire stabilità, tant’è vero che i due stanno già lavorandosi l’Europa per preparare la cosa. Renzi appunto lo sa, e per questo ha fatto le notti al Nazareno, chiuso nel suo bunker con Maria Elena e Luca Lotti, per ritagliarsi il gregge perfetto, depurato ed epurato non solo dei nemici espliciti o occulti, ma anche degli amici tiepidi, e degli stessi amici che potrebbero virare in competitor, a cominciare da Gentiloni stesso (uscito infatti scontento e umiliato dallo schiaffo incassato sul nome dell’amicone Realacci).  Renzi vorrebbe fare il Macron della situazione, pensa a un ruolo simile a Ciudadanos spagnoli, forza para-populista di centro che sfonda l’elettorato dei tradizionali partiti socialisti e popolari novecenteschi, ma non è né “nuovo” come il primo (usa materiali di risulta per costruirsi lo strumento, non lo produce ex novo e poi non viene dall’ultratitolata ENA francese ma dal municipio di una media città italiana con un grande passato alle spalle),  né vergine come gli altri (sta sul versante calante del piano inclinato, segnato sa un rosario di sconfitte lungo come la quaresima).

E’ uno scenario in cui tutto il sistema politico, ancora una volta, risulterà terremotato, con al vertice, come play makers, solo Capi – si chiamino Renzi, Berlusconi o Di Maio) e in cui della vecchia democrazia dei partiti non resterà più traccia. Uno scenario Weimariano, se si considera che il 2018 sarà l’anno della resa dei conti (in senso letterale) dell’Italia con l’Europa. E che scorreranno molte lacrime e molto sangue. In questo contesto la competizione sciagurata a sinistra, e lo stato deludente con cui tutte le sinistre, nessuna esclusa, arrivano a questo finale di partita, non promette nulla di buono, e invita tutti noi a costruire rapidamente zattere per il diluvio che verrà.

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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