Sola vergogna è il silenzio

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Silenzio

Ignavi. Ci mancava anche l’apologia degli ignavi! Giuro che mi ero ripromesso, a proposito del gran rumore intorno alle recenti esternazioni di Francesco De Gregori, di seguire il monito di Virgilio a Dante, nell’Antinferno: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, riferito proprio a “l’anime triste” di coloro che per essersi rifiutati di reagire di fronte al Male stavano ora in quella terra di nessuno, “a Dio spiacenti e a’ nemici sui”.  Me l’ero riproposto, ma poi mi è capitato di leggere l’articolo di Paola Mastrocola, questa campionessa nell’arte di girare le frittate, maestra nel rovesciamento di tutti i valori, riuscita in poche righe a trasformare il vecchio cantautore da neo-beniamino del mainstream qual è diventato in “eroe del dissenso”, mettendolo, manco a dirlo, in buona compagnia con l’altro sfidante dei valori umani, Erri De Luca (De Gregori e De Luca veri dissidenti contro il potere dello show business è il distopico titolo). L’uno autore di un J’accuse contro gli artisti “impegnati” (“Non c’è bisogno che Bruce Springsteen si esprima su Trump. Non bisogna lanciare proclami dal palco”), l’altro – ne abbiamo già trattato a lungo su VLL – determinato a negare alla sofferenza palestinese la dignità del termine “genocidio” che quantomeno le darebbe un nome all’altezza del dolore. Due modi di “negarsi” (d’ignavia diciamocelo), diversi  ma accomunati da una qualche forma di silenzio che è rifiuto della necessaria denuncia secondo un approccio che tanto “piace alla gente che piace” (a quelli cioè per i quali il mondo com’è va bene, benissimo, e disperarsene è “inappropriato”). E allora non mi sono tenuto, e scrivo.

Silenzio“L’affaire De Gregori mi ha fatto venire in mente Vittorio Alfieri”. Apre così – con raro sprezzo del ridicolo – la sua arringa Mastrocola, confidandoci di aver “esultato” davanti alle parole del riconvertito cantante (“una boccata d’ossigeno”). E uno si chiede che cosa mai c’azzecchi un ex poeta rimasto a secco d’ispirazione (per sua stessa ammissione), che invita gli artisti a tacere di fronte alla prepotenza del potente di turno, con l’antico odiatore di tiranni, propugnatore della libertà dal potere spinta fino al suicidio. Ma sarebbe una forma d’ingenuità da tardi illuministi, perché nell’argomentare labirintico di Mastrocola ogni senso può essere rovesciato nel suo inverso (ogni frittata può essere rivoltata appunto) se serve a far trionfare il luogo comune dominante, basta rinominare le cose, stabilire che il potere non sta in realtà in alto, nelle mani di chi comanda, ha la forza di eserciti e polizia, può imbavagliare e far tacere, controlla mass media e istituzioni culturale, ma in basso, tra chi ha solo l’arma della denuncia morale e della protesta. Il potere non è quello di chi può mandare le proprie milizie a terrorizzare intere comunità alla caccia di migranti, o bombardare a tappeto città densamente abitate, o fare il tiro a segno con le teste dei bambini. No, il potere da cui guardarsi e ribellarsi è quello di chi se ne indigna, e soffre per la sofferenza altrui, e non vuole tacere. Sarebbero loro – questa parte di società rimasta, nonostante tutto, ancora sensibile agli orrori cui assiste -, i “nuovi mecenati”, dall’asservimento nei confronti dei quali l’artista si dovrebbe difendere (mantenendo un rispettoso silenzio, ça va sans dire) se volesse seguire l’insegnamento alfieriano… “È a questo potere che gli Springsteen oggi si assoggettano facendo proclami dai palchi. Ottenendone indubbi vantaggi. Ed è a questo potere che si sottraggono i De Gregori. Pagandone come vediamo il prezzo” sarà la conclusione. E così, in questo universo capovolto, tutto torna, la condanna dell’artista che denuncia gli abusi (l’inappropriato Springsteen), colpevole di intolleranza e tradimento della purezza dell’arte, e l’assoluzione dell’autore vero dei misfatti (che si chiami Trump o Netanyahu o magari anche Ben Gvir) esente da colpe se appartenente al proprio campo politico o in qualche modo considerato alleato.

Così parlò Mastrocola. Poi ci penserà il solito Antonio Polito dal ponte di comando della nave ammiraglia di ogni campagna bellica d’establishment, ad aggiungerci un peso da novanta andando dritto al punto: l’attacco frontale all’intolleranza della nuova sinistra illiberale (così recitava il titolo a tutta pagina). Colpevole non solo di aver deprecato i commenti di uno come De Luca (di appoggio a uno Stato che pratica sistematicamente tortura e sterminio e all’ideologia che lo caratterizza), che pur sarebbero per l’indomito Polito più che legittimi, ma addirittura – questo lo scandalo e il peccato d’intolleranza – di stigmatizzare il silenzio di chi si rifiuta di prender posizione, violandone il diritto (secondo Polito sacrosanto, indiscutibile, titolo di nobiltà) al silenzio, a non prender posizione, a mantenere un’olimpica Wertfreiheit (la weberiana liberta dai valori). “Lo scrittore Erri De Luca, almeno, è stato insultato per aver espresso un’opinione, peraltro storicamente fondata (sic!) Il cantautore romano, invece, ha subito una purga mediatica per NON avere espresso un’opinione. Anzi, per aver rivendicato la libertà degli artisti di non dover per forza prendere parte”. Il che, secondo l’autore, segnerebbe addirittura “un salto di qualità” della vocazione intollerante già di per sé connaturata con la sinistra italiana, ma forse anche europea e, perché no?, globale.

In scia al bell’Antonio – stesso giornale, stessi concetti, un po’ abbelliti da qualche licenza poetica – troviamo (come poteva mai mancare, quando di tratta di spacciare luoghi comuni camuffati da spirito critico?) Walter Veltroni. A spiegarci che “De Gregori ha contestato un modo di pensare totalitario”, ovvero un atteggiamento “privo dell’abrasione del dubbio, portato allo schieramento automatico invece che alla libera ricerca intellettuale”. Il suo merito, e di tutti quelli che doverosamente si schierano dalla sua parte, consiste nel “salvaguardare, per tutti, la libertà di essere sé stessi”, anzi di più, nel riaffermare “la sostanza profonda della parola libertà, quella che viene sradicata da tutte le dittature, anche culturali, che impongono di ragionare tutti alla stessa maniera”. Suggerisco, come puro esercizio di igiene mentale, di confrontare questa affermazione con le verità ufficiali proclamate ogni giorno a canali unificati dalle televisioni, dai giornali ”di sistema”, a cominciare appunto dal Corriere, dagli scranni del Parlamento Europeo, della sua Commissione, dai capi di governo di tutto l’Occidente, su Gaza, Cisgiordania, Ucraina, armi e bagagli vari, e si potrà stabilire se essa sia compatibile con la buona fede oppure no). Un paio di argomentini stentati neppur rinvigoriti dalla retorica (“l’abrasione del dubbio”, lo “schieramento automatico”…), e poi giù con le citazioni dotte, per ricuperare profondità. Ed è la volta del povero Pasolini (quello di solito citato da chi gli vuol male, il Pasolini di valle Giulia e dei figli dei proletari). E poi, gran volée, addirittura Walt Whitman – un solo verso: “Sono vasto, contengo moltitudini”, che per l’ex segretario DS (o PDS, o PD? La cosa ormai si perde nella notte dei tempi) funziona da passe-partout: poter essere tutto e nulla appunto come lui e quelli come lui, vivere l’ebbrezza del dubbio e la convivenza con la complessità, stare da una parte ma anche no. Soprattutto poter godere della libertà di cercare “magari nel silenzio della propria riflessione individuale”. Ecco, appunto, il silenzio. Come forma perfetta della libertà nel tempo dell’individualismo assoluto. Senza l’onere di dover rispondere agli altri. Senza la responsabilità del proprio stare in una situazione. Liberi, di non essere (come è stata, appunto, la sua posizione di naufrago della propria storia).

1968 Godard alla contestazione del Festival di Cannes

E a leggerlo – a leggerli – vien da pensare quanto lontano sia il tempo in cui una grande artista, oltre che una grande donna, come Joan Baez, cantava quel verso, breve e definitivo: Only silence is shame (“Sola vergogna è il silenzio”). Era il 1971, il testo di Joan Baez fu scritto, sulla musica di Ennio Morricone, per il film di Giuliano Montaldo sulla storia dei due anarchici giustiziati innocenti a Boston nel 1927 e continua a esser celebre (e a commuovere, chi è ancora capace di commozione) col titolo Here’s to you, Nicola and Bart (“Alla vostra salute, Nicola e Bart”) – la potete ascoltare cliccando qui, per la prima e seconda parte). Oppure torna in mente quel 18 maggio del 1968 quando i grandi registi della Nouvelle Vague che stavano facendo la storia del cinema, Jean-Luc Godard, François Truffaut e Claude Lelouch occuparono la Grande Sala del Palais des Festivals a Cannes aggrappandosi ai tendaggi rossi per impedire la proiezione di Peppermint Frappé di Carlos Saura. Aveva parlato, allora, per tutti Godard, spiegando che non si poteva star lì a disquisire dottamente di “carrelli e primi piani” mentre fuori infuriava la rivolta e il mondo era lacerato dallo scandalo del Viet-nam. Si dimisero, allora, per solidarietà numerosi membri della Giuria (tra cui Louis Malle e Monica Vitti) e il Festival venne chiuso anticipatamente senza l’assegnazione dei premi.

Dobbiamo pensare che né l’uno né l’altro (Walter e Antonio) siano rimasti indifferenti rispetto a quegli “eventi” culturali. Erano entrambi adolescenti (Veltroni è del ’55, Polito di un anno più giovane), l’uno si preparava a entrare nella Federazione giovanile comunista, l’altro nella redazione napoletana dell’Unità. Pensate che se ne stessero lì a bacchettare l’”intolleranza da nuova sinistra illiberale” di Godard e soci? O l’assenza dell’”abrasione del dubbio” di Joan Baez, Morricone e Montaldo colpevoli del proprio stare senza se e senza ma dalla parte di “Nicola and Bert”? O non è più facile immaginarseli – da specialisti nell’annusamento dell’aria che tira – ben accomodati in platea a commuoversi sulle note della Ballata per Sacco e Vanzetti. O a sorbirsi con aria assorta le scene della Chinoise, o gli eterni dieci minuti di pianosequanza nel paesaggio di rovine della società consumistica di Weekend, senza fare un plissé?

Leggevano, o quantomeno leggiucchiavano, e comunque se ne fregiavano come di cosa propria, Gramsci, quello che nel ’17 aveva scritto la più feroce filippica contro l’indifferenza (“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”).Così come non potevano ignorare la concezione sartriana dell’engagement. La teoria che vedeva nella SCELTA la condizione dell’esserci, e per contrasto nel negarsi a quell’atto fondativo della propria essenza, la condanna all’inesistenza (gli “sciaurati che mai fur vivi” di cui parla Dante). Erano immersi, come tutti noi che allora avevamo vent’anni, poco più o poco meno, in quel clima “esistenzialista” nel quale la libertà (in primis la libertà dell’intellettuale, dello scrittore, dell’artista) era, al contrario di oggi, la forma vivente della responsabilità. Sarte ci aveva scritto un monumentale saggio (il celebre Che cos’è la letteratura) per mostrare come “la parola è azione”. Essa rivela il mondo e nel rivelarlo lo cambia o chiede, perentoria, che sia cambiato (“Le parole, come dice Brice-Parain, sono ‘rivoltelle cariche’”, e un autore, “se parla spara”). Per questo lo scrittore (lo scrittore “impegnato” – ma senza impegno che senso ha scrivere?) “ha abbandonato il sogno impossibile di dare un quadro imparziale della Società e della condizione umana. L’uomo è l’essere di fronte al quale nessun essere, nemmeno Dio, può restare imparziale”… E se lo pretende, tradisce.

Silenzio

Ci chiediamo come sia possibile che a poco più di mezzo secolo di distanza li troviamo ora a predicare l’esatto opposto, la virtù dell’indifferenza, l’elogio della non parola, la sospensione del giudizio. L’accettazione dell’esistente come dovere morale. Gettando su chi non si rassegna al silenzio la croce dell’intolleranza, dello spirito totalitario, del vizio morale… Quale catastrofe del senso possa spiegare questa onda opaca che come uno tsunami spazza via la migliore riflessione novecentesca sul ruolo degli intellettuali, dal Benda della Trahison des clercs ai francofortesi Horkheimer e Adorno con la loro Teoria critica, dal Bobbio con la sua riflessione sulla Politica della cultura al Fortini della Verifica dei poteri, così fortemente incentrato sulla centralità del “mandato sociale” per chi scrive… Tra le prime ragioni c’è senza dubbio il naufragio del socialismo reale, al quale evidentemente un qualche credito dovevano averlo pur dato se – al contrario dei loro coetanei più impegnati nei movimenti che a quell’esperienza avevano mosso una critica radicale – si erano iscritti al “Grande Partito Comunista”, evidentemente affascinati dalla sua potenza, per autopromozione nella politica (e nella cultura) che conta, coltivando un sostanziale nicodemismo (critica privata e pubblico silenzio), convinti com’erano che militare in quelle file apparentemente così massicce e ferrate consentisse loro di partecipare alla sfera del potere. Un qualche peso deve averlo anche avuto la parabola dissolvente della galassia costituitasi alla estrema sinistra, la sua inconsistenza, nei casi estremi il deragliamento nella sia pur assolutamente minoritaria deriva violenta, che materializzava i peggiori fantasmi novecenteschi delle fallite esperienze rivoluzionarie. Sta di fatto che quando il muro crollò, e la porta blindata della fine della storia si sprangò, chiudendo fuori l’intero repertorio mentale del secolo breve e delle sue tempestose vicende, in tanti, come loro, si trovarono spiaggiati, a contemplare la minaccia della propria disoccupazione politica e culturale, dovendosi reinventare una qualche ragione di protagonismo. Una qualche visione del mondo, a cui appendere un’identità in cerca d’autore.

Per la verità qualcosa del genere esisteva, già bell’e pronto. Un patinato sistema di credenze e di sentimenti disponibile a riempire il vuoto mentale e valoriale che si era creato. Un’ideologia altrettanto totalizzante della precedente, anche se simmetricamente opposta, altrettanto pervasiva, seducente nella sua sedicente capacità di offrire le chiavi della spiegazione del mondo intero, e soprattutto del suo restarne alla guida. Si chiamava neo-liberismo (ma l’etichetta rischia di essere riduzionistica o di offrirne una schematica caricatura). Era l’ideologia della nuova “classe generale”, identificata non più nel lavoro (come nel rugginoso Novecento) ma nel Denaro. Era un vero e proprio paradigma: non solo un modello economico, ma anche un’antropologia (una visione della natura umana ferocemente individualistica), una sociologia (la decostruzione di tutti gli aggregati sociali) che destituisce di potere ogni agire collettivo, una filosofia della storia (o della sua fine) in cui il presente è tutto, passato e futuro nulla, una dottrina dello Stato (o meglio del non-Stato) che assolutizza il Privato come Bene in contrapposizione al Pubblico come Male, persino una teologia e una cosmologia, un mondo creato per essere “usato”, venduto e comprato. Aveva il merito di non pretendere azioni conclamate. Bastava lasciarsene possedere, anzi avvolgere come da una tiepida coperta. E in molti, che arrivavano dai propri naufragi, se ne lasciarono “occupare”.

In questo dispositivo mentale il primato della Libertà si identifica con il rifiuto del Vincolo e del Limite: di tutto ciò che si opponga o faccia da ostacolo all’espansione illimitata dell’ Io e delle sue pretese di autovalorizzazione, compreso il principio di Responsabilità. Qui, insomma, la Responsabilità si pone come antitesi alla Libertà, e chiunque pretenda di richiamare un qualsiasi soggetto a quel principio ne attenta alla soggettività. Si pone in posizione “illiberale” e “totalitaria”. Ecco allora spiegata l’accusa di “intolleranza” mossa alla “nuova sinistra illiberale”, che pretende (pretende!) di richiamare chi avrebbe la possibilità di esprimersi, a farlo assumendosene la Responsabilità rispetto alle ferite del mondo. Ecco la ragione (irragionevole, ma in realtà fortissima nel quadro da pensiero unico in cui siamo immersi) per cui sarebbe un delitto di lesa Libertà chiedere conto a un intellettuale, sia esso uno scrittore, un artista, un opinion leader, del suo giudizio (o non giudizio) sugli orrori di cui è testimone e compresente, essendo appunto l’individuo unico ed esclusivo sovrano delle proprie posizioni e del proprio giudizio. Nichilismo e superomismo mescolati insieme. Principio d’irresponsabilità che cancella la dimensione collettiva del pensare e valutare.

Ma ritorniamo brevemente al punto da cui eravamo partiti, per non rischiare di perderci nelle astrazioni. Ritorniamo a De Gregori e alla sua esternazione. Che cosa aveva fatto Bruce Sprinsteen per meritarsi l’intemerata che ha innescato tutto la diatriba? Di quale abuso di potere – o sgrammaticatura, o eccesso –  si era macchiato? La sua colpa – già, “colpa”, secondo questo nuovo credo dell’anti-impegno – sta nell’ aver scritto una canzone. Si chiama Streets of Minneapolis (la potete ascoltare cliccando qui). Parla della morte di Alex Pretti e Renee Good, delle brutalità dei teppisti federali dell’ICE, delle donne e degli uomini della città che con assoluta nonviolenza li hanno battuti e messi in fuga. Le ultime strofe dicono:

Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato
Nell’inverno del ’26
Ci metteremo in piedi per questa terra
E per lo straniero tra di noi
Ricorderemo i nomi di chi è morto
Per le strade di Minneapolis
Ricorderemo i nomi di chi è morto
Per le strade di Minneapolis

 

 

 

Springsteen le ha cantate dal palco quelle strofe, e commentate, additando il mandante nella figura del Presidente in carica. Dovremmo per questo deprecarlo? O considerarlo, come vorrebbe Paola Mastrocola, un codardo sottomesso ai nuovi mecenati?

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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10 Comments on “Sola vergogna è il silenzio”

  1. Alla schiera di ignavi qui elencati, necessariamente non esaustiva, dedico il libro di don Milani “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” che riprende le parole di don Mazzolari.

  2. Non sono d’accordo.
    Gli unici che hanno tentato e hanno smosso un po’ le acque stagnanti dell’indifferenza sono stati gli scioperi e le manifestazioni pro palestina, comprese le due spedizioni della flotta di barche pacifiche verso le acque di Gaza, finite come sappiamo.
    Per non fare dei paragoni che non mi piacciono e che appartengono a storie quasi antropologicamente altre , vorrei ricordare che dal palco di Woodstock cantarono contro la guerra in Viet Nam, vari complessi e artisti, ma alla fine chi fece veramente il cosiddetto culo alle truppe yankee furono i Vietcong, non le canzoni o i sitin pacifisti americani ricordati nel film Forrest Gump o in altri documentari e telegiornali. La musica rock e quella d’autore si sono espresse sempre dentro un quadro o cornice data , stabilita, intoccabile e immodificabile. Per fermare le guerre imperialiste ci vuole ben altro oramai , e non voglio citare nè le opere classiche storiche , nè le teorie rivoluzionarie che hanno fatto da detonatore oltre che accompagnare le lotte che in alcuni casi rari della storia hanno fermato se non ribaltato il corso degli eventi. Un po’ come dire , non è che qualcuno si sia scocciato della eterna presa di posizione o indignazione buona solo a lavarsi la coscienza e a ridare forma ad un identità tutta da ricostruire?

  3. Buonanotte fiorellino. E’ questo l’impegno di De Gregori che non aveva la stima di Ivan Della Mea e altri del canzoniere che già lo conoscevano. Non so che cosa avesse in mente De Gregori ma so cosa aveva in mente Veltroni che – iscritto al PCI – dichiarava successivamente di non essere mai stato comunista. Di Polito non so dire ma non mi piace.
    Caro Marco, forse non vale la pena occuparsi di queste persone. Forse era meglio lasciar perdere.
    Ciao

    1. Lavar la testa agli asini è tempo e sapone sprecato? Penso di no. Per la responsabilità che ognuno ha verso se stesso. Per la piccola o grande riduzione della solitudine di chi cerca di pensare e a volte pure di dire, e che infine trova conforto, come in questo caso, nella passione delle parole del professore.

  4. Un gran bel ragionamento con i personaggi auto-ben scelti: un trio composito ma rappresentativo del clima cultuale generale del neo- liberalismo di casa nostra, fatto di pseudo dibattiti individuali tra persone che sanno di trovare un ascolto tra lorsignori se fanno sapere che non-andranno alla festa (Nanni Moretti). Ma è anche vero che la borghesia conservatrice ha sempre stigmatizzato le manifestazioni di piazza: anche se non cambiavano il mondo disturbavano l’ordine. Il ricordo delle proteste dei cineasti e intellettuali francesi è molto opportuno, ma – a chi ha una certa età – stringe un po’ il cuore. Grazie mille Marco Revelli.

  5. E no, invece: grazie Marco per quel che hai scritto. Per conoscere l’abisso bisogna infatti misurarlo fino in fondo. E ciò che hai descritto è parte integrante a pieno titolo dell’orrore. Al pari delle pallottole dell’ICE o delle bombe su Gaza.

  6. lascio perdere i riferimenti, intellettuali o contro intellettuali. un cantautore si lamenta che un altro cantautore dichiari pubblicamente qualcosa? affari suoi, se non fosse che a me piacciono, musicalmente entrmbi. che un intellettuale disdegni un termine, ridimensionando un crimine, sta al suo buon cuore. a noi riconoscerci o meno. questo vorrei sottolineare: il massacro a gaza c’è stato? sì. gli omicidi e violenze per le strade ci sono? sì. di tante spiegazioni, o rovesciamneti, mi distraggo.

  7. Il denaro corrompe la radicalita’ !
    Dissenti, Disubbisci, Disconosci !
    (Anish Kapoor – TaoBuk 2026)
    Cosa pensano il dottor Polito , la prof.sa Mastracola e il “compagno” Veltroni di queste affermazioni?
    E il cantautore De Gregori, che nel 1992 cantava dal palco :
    …. Tu da che parti stai ?
    Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
    O di chi li ha costruiti , rubando ?
    Oggi come risponderebbe?

  8. Revelli ha uno sguardo lungo e un pensiero profondo. E’ uno studioso di valore e la situazione deve sembrargli davvero grave per polemizzare con gente come quella che cita. Ma ti pare che si possa mettere in dubbio il valore primario dell’impegno civile da chiunque praticato e soprattutto contro i potenti del mondo? Purtroppo siamo davvero messi male per dover difendere queste gerarchie di valori. Poi è chiaro che ognuno è libero di fare quello che vuole e disperdere il proprio talento e il proprio tempo.

  9. Grazie professore, per il coraggio e la profondità di riflessione e di argomentazione.

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