Davanti a un crimine efferato, a un gesto che non sta né in cielo né in terra, a una condotta che sembra farsi beffe di qualunque coordinata razionale o principio di comportamento civile (ne siano autori una persona comune o un politico ben noto), abbiamo una frase pronta, quasi un riflesso condizionato: “È pazzo”. E subito ci prende quella sensazione tiepida e rassicurante di aver capito tutto. Peccato che, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo fatto esattamente il contrario: abbiamo alzato bandiera bianca. Abbiamo scambiato un’etichetta per un’analisi, la fatica di capire con una formula di chiusura. Il verdetto di “pazzia”, usato così, a casaccio, funziona come un vero e proprio asylum ignorantiae: un rifugio per l’ignoranza, uno sgabuzzino concettuale dove ci rintaniamo ogni volta che non sappiamo – o, più spesso, non abbiamo nessuna voglia di – comprendere.
Nessuno nega che la malattia mentale esista, né che certi disturbi psichiatrici siano clinicamente devastanti. Non è questo il punto. Il punto è che nella chiacchiera pubblica, nei commenti sotto gli articoli, nelle reazioni a caldo del senso comune, la parola “pazzo” non la si usa quasi mai come categoria diagnostica. La si usa come scorciatoia. Morale e intellettuale, insieme. Un colpo di bacchetta magica che ti permette di spedire un comportamento fuori dal perimetro dell’umano normale, come se bastasse bollarlo come folle per non doversi più chiedere nulla: perché è successo, cosa l’ha reso possibile, che diavolo c’era dentro quella testa. Dire “è pazzo” è un sedativo. Significa: non appartiene al nostro mondo, non ragiona con le nostre categorie, non ci riguarda. È un modo elegante per espellere il gesto dall’orizzonte della razionalità condivisa e, insieme a lui, per scrollarsi di dosso la domanda più scomoda di tutte: com’è stato possibile? Quali passi, quali convinzioni, quali frustrazioni, quali calcoli, quali ambienti, quali fallimenti – suoi, nostri, di chiunque – hanno reso possibile quell’azione? La pazzia, in questa accezione volgare e pigra, non illumina il fatto: lo spegne. Getta una coperta sopra l’orrore e buonanotte.
E c’è un secondo problema, ancora più spinoso. Mettiamo pure che un tizio abbia un disturbo mentale diagnosticato. Questo, da solo, basta a spiegare perché proprio lui abbia fatto quella cosa lì? Se la pazzia fosse una motivazione sufficiente, allora chiunque condivida la stessa diagnosi dovrebbe comportarsi allo stesso modo. Ma non funziona così, palesemente. La stragrande maggioranza delle persone con disturbi psichici non commette crimini violenti; anzi, molto più spesso è bersaglio di sofferenza, isolamento, marginalità, quando non della violenza altrui. Altro che mostri: sono loro, semmai, a prendersi le botte.
La domanda, dunque, resta lì, intera, a fissarci: perché quel soggetto, in quel momento, in quel contesto, ha compiuto quel gesto? Che cosa lo separa da altri individui disturbati quanto lui ma non criminali? Dov’è l’ingrediente segreto che trasforma una sofferenza psichica, un delirio, una frustrazione, un risentimento o una percezione deformata in un’azione che distrugge? È qui che comincia la spiegazione vera. Ed è qui, proprio qui, che l’etichetta “pazzo” rivela tutta la sua desolante povertà.
Quell’etichetta confonde una possibile condizione con una causa sufficiente. Ma una condizione non è ancora una spiegazione. La povertà può essere una condizione di marginalità, ma non mi dice perché Tizio diventa ladro e Caio no. L’umiliazione può covare rancore, ma non mi spiega perché uno lo trasformi in violenza e l’altro in ritiro, ironia, depressione o sfrenata ambizione. Allo stesso modo, un disturbo mentale può deformare percezioni e giudizi, ma non mi racconta perché il comportamento esploda in quel modo specifico. La condizione è lo sfondo, non la trama. Per capire bisogna sporcarsi le mani, scendere nel dettaglio. Bisogna ricostruire biografie, ambienti, relazioni, fratture, linguaggi, fantasie, ideologie, occasioni, strumenti disponibili, soglie di inibizione, fallimenti dei controlli sociali, eventuali vantaggi che l’agente pensava di ottenere, rappresentazioni del nemico, costruzioni deliranti o para-deliranti, ma anche calcoli freddissimi, rancori coltivati per anni, imitazioni, fame di notorietà. La spiegazione non nasce da una parola, ma da una trama. E le trame sono complicate, piene di nodi, fili spezzati, ricami imprevisti.
Ora, qui bisogna mettere i puntini sulle i, perché l’equivoco è sempre in agguato: spiegare razionalmente un comportamento estremo non significa giustificarlo. Questo va detto a lettere cubitali. Spiegare un crimine non è assolverlo; capire le condizioni che l’hanno reso possibile non ne attenua automaticamente la gravità morale o giuridica. Al contrario: si può giudicare soltanto ciò che si è compreso. Un giudizio che butta via la comprensione resta un gesto di pancia, non un atto di intelligenza. Roba da tifoseria, non da ponderato giudizio.
La vera fatica sta proprio qui: accettare che persino l’orrore possa avere una sua logica. Non una logica giusta, non una logica condivisibile, non una logica sana; ma una struttura, una sequenza, un ordine interno. Perfino i comportamenti più aberranti sono raramente caos puro e semplice. Spesso rispondono a una razionalità deformata, parziale, ossessiva, vendicativa, paranoica, ideologica, strumentale. Dire che esiste una logica del delirio o del crimine non li rende ragionevoli; significa soltanto rifiutare l’idea comoda che siano esplosioni senza storia e senza senso. Un fuoco d’artificio del male, e via.
Il ricorso alla pazzia come spiegazione universale ha poi un altro comodo effetto collaterale: individualizza tutto. Se il colpevole è “pazzo”, il problema è sigillato dentro il suo cranio. Non c’è bisogno di mettere in discussione il contesto, le istituzioni, la cultura della violenza, la facilità di accesso alle armi, le reti di emulazione, la solitudine sociale, l’odio politico, la spettacolarizzazione morbosa dei media, la famiglia, la scuola, il lavoro, la comunità. Tutto viene ridotto a un’anomalia individuale. Il mondo resta innocente; il mostro è isolato. Un bel sollievo.
Ma le società adulte, quelle che non si raccontano favole, non producono mostri per poi dichiararli incomprensibili; queste società provano a capire come certi gesti maturano, quali segnali sono stati ignorati, quali meccanismi hanno fatto cilecca, quali parole hanno preparato il campo, quali ambienti hanno nutrito fantasie distruttive. Non perché tutto sia colpa della società – questo sarebbe un altro alibi, altrettanto superficiale – ma perché nessun individuo agisce sospeso nel vuoto. Anche il gesto più solitario e personale prende forma dentro un campo di possibilità. E quel campo va guardato, sezionato, criticato.
C’è, infine, un ultimo rischio, forse il più inquietante. Chiamare “pazzo” chi compie il male può diventare un modo per non riconoscere la normalità possibile del male. Certi crimini non nascono da una mente clinicamente folle, ma da convinzioni perfettamente lucide. Da obbedienza, da fanatismo, da interesse, da carrierismo, da conformismo, da risentimento, da fame di dominio. Ridurli alla pazzia significa renderli meno spaventosi di quello che sono. È molto più digeribile pensare che il male venga dall’anomalia piuttosto che dalla normalità, dalla frattura psichica piuttosto che dalla ragione ordinaria quando si mette al servizio dell’odio o del potere. Peccato che la storia, quella vera, ci mostri esattamente il contrario. Per questo la categoria di pazzia va maneggiata con le pinze. Quando è una diagnosi, appartiene alla competenza clinica e, in certi casi, alla valutazione giudiziaria sull’imputabilità. Ma quando è una parola buttata lì per tappare ogni buco, allora non spiega niente. È una porta chiusa a chiave. Una dichiarazione di resa intellettuale. Un “lasciate ogni speranza, voi che cercate di capire”.
La domanda seria non è: era pazzo? La domanda seria è: quale intreccio di elementi ha reso possibile quel gesto? Che parte vi hanno avuto la sofferenza psichica, il carattere, il contesto, le relazioni, le idee, le occasioni, le omissioni, i calcoli, le fantasie, i rancori? E, soprattutto, che cosa distingue quel caso da tutti gli altri casi in cui condizioni simili non hanno prodotto lo stesso esito? Dov’è lo scarto? Qual è la differenza che fa la differenza?
Solo così la spiegazione smette di essere un mantra e diventa conoscenza. Solo così il giudizio morale non si adagia sulla pigrizia dell’etichetta, ma si regge sulla fatica dell’intelligenza. Perché dire “è pazzo” è un gioco da ragazzi. Capire perché proprio quella persona, e non un’altra, abbia varcato il confine tra pensiero e azione, tra sofferenza e violenza, tra disordine interiore e crimine – be’, quello è maledettamente difficile. Ma è anche l’unica strada che ci eviti di confondere il sollievo istantaneo di una parola con la faticosa, scomoda, necessaria ricerca di una spiegazione.
