Dopo la morte di Satnam Singh. Il pasto è servito

«Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre». Una celebre frase di Thomas Sankara racconta, in un contesto coloniale di decenni fa in Africa, tutto il significato politico, sociale, economico di un piatto. In diverso modo, ancora oggi i piatti, nella nostra Italia del 2024, raccontano un modello globale: quantomeno a chi si sofferma e si interroga, sbirciando i prezzi al supermercato, spalancando il proprio frigorifero, aspettando ansiosamente che l’ultimo si sieda a tavola prima di consumare il tradizionale pasto domenicale.

La vicenda straziante, disumana, imperdonabile di Satnam Singh, bracciante agricolo abbandonato dal suo datore e morto dissanguato dopo un infortunio sul lavoro (l’ennesimo in Italia) che gli era costato un braccio, urla vendetta: non contro un plausibile criminale, ma contro un sistema. Un sistema che tollera, giustifica, alimenta sfruttamento, violenza, dolore di persone invisibili e indifese, pur di consentire un piatto al più basso costo. Sembra coltivasse o raccogliesse zucchine, Satnam Singh; e, come lui, una folla tanto sterminata quanto anonima di uomini e donne venuti da altri continenti per prestare braccia, sudore e silenzio per ornare le nostre tovaglie. E allettare i nostri palati con il gusto del risparmio.

Lo stesso accade quotidianamente – lontano dai nostri occhi, oltre i confini della nostra terra e della nostra immaginazione – a bordo di pescherecci: eserciti di operose formiche muovono senza sosta gli ingranaggi delle reti per garantire il pescato del giorno possibilmente in ogni angolo del pianeta. Immancabile ingrediente coagulante del meccanismo, gli abusi e il lavoro forzato di migranti imprigionati ininterrottamente per mesi – se non per anni – su navi destinate all’alto mare senza alcuna sosta sulla terraferma. Non casualmente, il protocollo (del 2014) relativo alla Convenzione sul lavoro forzato del 1930 (convezione n. 29 dell’Organizzazione internazionale del lavoro) fa espresso riferimento ai migranti quale categoria maggiormente esposta a «diventare vittima del lavoro forzato o obbligatorio».

Un cerniera – quella che unisce nello stesso paniere le filiere della frutta e verdura a chilometri zero e del pesce esotico (e non solo) – intrecciata lungo i denti della miseria nei paesi di origine, della vendita di migranti da trafficanti senza scrupoli, della mediazione illegale di manodopera, del coinvolgimento di organizzazioni criminali, dell’assenza di regolarizzazione e tutele nei luoghi di lavoro, dello sfruttamento da parte di cooperative agricole come di imprese di pesca industriale.

Un’infame e lacerante sorte accomuna dunque i migranti e i sommersi del mondo, al sole delle campagne come delle distese oceaniche, per accontentare chi – colpevolmente privo di consapevolezza o scrupoli – arrossisce a volte solo per l’impaccio davanti alla scelta tra il menù di mare e il menù di terra. Ignaro troppo spesso delle ferite, fisiche e umane, sociali e politiche, che quel piatto colmo può nascondere; ma che ci costringe a bussare alla porta degli abissi della coscienza nei quali il valore della sofferenza umana è sprofondato, al punto da permettere ad un datore di lavoro di non sentire neanche più il tonfo di un braccio amputato di un proprio dipendente, scaraventato insieme alla frutta al macero.

Non so se abbia una fragranza imperialista l’impacciata scelta di un menù al ristorante tra tonno asiatico e insalata agro-pontina: so che a me andrà bene tutto, purché al giusto costo.

Gli autori

Andrea Pappalardo

Andrea Pappalardo è avvocato e vive a Ginevra. Anima “Blutopia: Forum Mediterraneo”, spazio di approfondimento giuridico di tematiche legate al diritto del mare.

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