Europa/Occidente Il canto stonato delle anatre zoppe

Europa

C’è una fotografia del G7 che ci parla, più di qualunque discorso, dello stato di caduta dell’Occidente. Mostra un gruppetto di persone, i nasi all’insù, lo sguardo perso verso il cielo come naviganti spiaggiati senza una bussola a interrogar le stelle, o come chi teme che gli stia per piombare in testa un ordigno e non sa dove scappare… Sembrano lì un po’ per caso, non per una cerimonia solenne quanto piuttosto per un qualche evento fortuito, un naufragio per esempio, un improvviso allarme… Sono i cosiddetti Grandi, mai così clamorosamente piccoli davanti all’occhio impietoso delle telecamere e al disordine del mondo che dovrebbero governare.

Nessuno di loro è in realtà saldamente in sella nel proprio Paese, anzi. Non lo è il più “Grande” di tutti, il Presidente americano arrivato a una sfida elettorale che ricorda quella dell’Ok Corral in condizioni improbe (è l’unico del gruppo che nella foto tiene lo sguardo fisso ad altezza d’uomo, forse distratto, forse semplicemente chiuso nella propria disperazione). Non lo è il giapponese Fumio Kishida, col suo Liberal Democratic Party travolto da uno scandalo sui fondi neri e appesantito da un tasso di gradimento vicino al 14%, il più basso di sempre. Un po’ come il canadese Justin Trudeau (If you think Biden has troubles, just look at Trudeau, intitolava alla vigilia del summit l’autorevole sito “Politico”), precipitato, lui che anni fa aveva fatto registrare il record di consenso, a livelli infimi e superato nei sondaggi di quasi 20 punti dal concorrente conservatore populista Pierre Poilievre. Per l’inglese Rishi Sunak poi, quello che nello scenario kitch di Borgo Egnatia si è esibito nel siparietto semi-comico con “Giorgia”, il destino che si prospetta per il 4 luglio, giorno delle elezioni, è un cappotto di proporzione storica, con il Labour al 37% nei sondaggi, il revenant Farage al 19% e i suoi Tories solo terzi al 18% (i tabloid londinesi parlano di Starmageddon, e della necessità di modificare i banchi parlamentari per ospitare la strabordante marea di deputati laburisti in arrivo). Per non parlare degli europei, le due figure di complemento, Claude Michel e Ursula von der Leyen (già scadute), e soprattutto i due ex dioscuri Macron e Scholz, ancora intontiti dallo tzunami elettorale che si è riversato nelle urne, tanto bastonati da far sembrare l’italiana Meloni, che pure ha lasciato sul terreno più di mezzo milione di voti rispetto alle politiche del ’22, un’amazzone galoppante… Tocca soprattutto a loro – a questa “leadership paralizzata dell’Occidente” come li chiama Domenico Quirico – , oggi, dare un volto e un corpo, per lo meno sul tempo istantaneo della cronaca, alla crisi che in realtà è sistemica e collettiva, al senso di vuoto che si dilata nel cuore del nostro mondo. E a rendere grottesca quell’agenda che prevede roboanti politiche di guerra, ampollosi inni a una democrazia che sta tagliando l’erba sotto i piedi a questo stormo di anatre zoppe, ipocrite auto-attribuzioni di virtù e di bontà da parte di chi, sempre meno legittimato, pretende di decidere la vita e la morte di centinaia di migliaia di persone, giocando con i loro corpi come se fossero soldatini di piombo, nonché la sorte del pianeta, come se l’olocausto nucleare fosse l’esito di un videogioco e non un’opzione concreta e imminente.

Occidente

L’abbiamo anticipato nella prima puntata di questa riflessione sulla recente consultazione elettorale europea, e lo ripetiamo: il voto colpisce con violenza il baricentro dell’Unione europea, quell’asse franco-tedesco che da tutti era stato presentato come l’architrave dell’equilibrio continentale, e che ha funzionato finora da garante dello schieramento dell’Europa come para-belligerante nella guerra alla Russia e al suo dispotico padrone. Potremmo dire che ne esce destabilizzata l’”Europa della guerra”, ma che nella sua caduta l’Europa della guerra rischia di trascinare con sé anche l’ “Europa della democrazia”, perché quel voto destabilizzante è gonfio di scorie nere. Analizziamolo nei suoi particolari, a cominciare dalla Francia di Macron, il capo di stato più dissennato in una compagnia che comunque non scherza quanto a irresponsabilità, con la sua folle insistenza sulla possibilità di impegnare direttamente le sue truppe sul terreno in Ucraina. E quello più duramente colpito dall’emorragia del 9 giugno.

Il voto dei francesi lo umilia come peggio non poteva accadere. Il Rassemblement National di Marine Le Pen – sotto l’etichetta rassicurante La France Revien e dietro il faccino adolescenziale di Jordan Bardella – non solo lo supera, ma addirittura lo doppia: 7 milioni 765mila voti (il 31,4%) contro gli appena 3 milioni 614mila (14,6%) della sua Besoin d’Europe guidata dall’opaca Valérie Hayer. A guardarla, la mappa interattiva del territorio francese mette paura: una enorme strisciata bruna (il colore con cui sono indicati i comuni dove i lepenisti sono arrivati primi) dal Nord al Midì, dall’atlantico all’Alsazia, solo qua e là, nella Loira Atlantica, nel Calvados e nella Garonna e Gironda qualche puntino rosa (i socialdemocratici di Glucksmann), e un po’ di rosso (Mèlanchon) e di giallo (macroniani) a Parigi e dintorni. I lepenisti sono primi in 457 circoscrizioni, i macroniani solo in 39, battuti anche dall’Extreme gauche arrivata prima in 49 circoscrizioni. Il confronto con l’analoga mappa di 5 anni fa (le Europee del 2019) è impietoso: allora l’immagine era ancora policroma con l’Extreme droite lepenista ben assestata nel nord-est (Somme, Ardenne, Aisne) e nel Midi (Var, Bouches du Rhone, Costa Azzurra) e i Centristes et liberaux di Macron ben visibili all’Ovest (Normandia, Bretagna, Loira), ma anche in Savoia, nei Pirenei, naturalmente nell’Ile de France (dove allora erano arrivati quasi alla pari, 23% il Rassemblement 22% La République en Marche, 5 milioni di voti ciascuno). Ora quelle macchie discroniche sono sparite, come se Marine Le Pen avesse impiegato questi cinque anni per riempire i vuoti, conquistando territori e strati sociali che fino a poco tempo fa sembravano per lei irraggiungibili.

Si è consolidata tra i giovani. Da tempo l’insediamento del Front di Le Pen padre, costituito da anziani nostalgici della grandeur perduta, era un ricordo, ma ora Le Pen figlia, con l’avatar Bardella, è prima nell’elettorato tra i 18 e i 34 anni con il 32% mentre la macroniana Hayer sta a un umiliante 5% (meglio, molto meglio l’Aubry, seconda col 20%). Detto per inciso, Macron può vantare una buona percentuale solo tra gli ultra sessantacinquenni dove pareggia con l’estrema destra 26% a 26% (qui Melenchon non va oltre il 4%). Si è rafforzata anche tra gli operai, dove era già egemone ma ora raggiunge il 52% (l’ha votata un operaio su due), e tra gli impiegati (41%), ma – questa la novità inquietante – sfonda anche tra i “cadres” (18%), tradizionale appannaggio di Macron che ora deve accontentarsi del terzo posto (15%) dietro anche al PS col 16%. Spopola tra i meno scolarizzati (più del 50% tra chi ha un titolo di studio inferiore al bac) e i meno abbienti (41% tra chi “déclare devoir se restreindre pour boucler les fins de mois”), ma incomincia a mietere consensi anche tra le classi sociali più abbienti e tra i laureati.

Nemmeno la tradizionale linea di confine centro-periferia (città-campagna, piccoli comuni-grandi centri urbani) tiene più: i lepenisti tengono saldamente i centri minori (fanno il 41% nei comuni tra 2.000 e 20.000 abitanti, e il 36% in quelli rurali), ma si prendono anche le città di media dimensione (33% tra i 20 e i 100mila abitanti) e sono comunque primi in quelle grandi (30% sopra i 100mila). Persino nell’Île-de-France, da sempre interdetta prima al Front poi al Ressemblement, Bardella riesce ad arrivare primo, sia pure di poco, pochissimo, con oltre 10 punti in meno che nel resto della Francia, ma comunque primo: 18,8% contro 18,6% a La France Insoumise mentre Macron, un tempo quasi padrone di di questo territorio, deve accontentarsi del quarto posto (15,5%) dietro anche ai socialisti di Glucksmann (15,8%). Solo Parigi e poche altre grandissime città come Bordeux, Lyon, Strasbourg, sopra il mezzo milione di abitanti, resistono, ma anche qui Macron riesce a perdere, superato dalle sinistre di Glucksmann e di Melenchon.

 

 

“Le Monde” ha anche prodotto una simulazione in cui, in vista delle legislative, si prova a confrontare, circoscrizione per circoscrizione, i voti presi da Bardella (colore bruno) con la somma di quelli ottenuti da un ipotetico Front populaire (colore viola): si sfiorerebbe il pareggio con 311 circoscrizioni all’Extreme droite e 259 alle gauches. Ai macroniani soltanto 7, cioè praticamente nulla. Comunque vada, monsieur le President rimane un dead man walking.

 

 

 

 

 

Forse persino più pesante la condizione di Olaf Scholz, anche se l’incredibile atarassia di questo Cancelliere di legno che nemmeno quando il fuoco amico gli distrusse quel Nordstrean-2 su cui il suo Paese si era impegnato per miliardi aveva battuto ciglio, l’ha fatto finora tirar dritto come se nulla fosse successo. Alle europee del 9 giugno il suo partito, l’SPD, che alle elezioni del 2021 era arrivato primo proiettandolo al ruolo di Cancelliere, è precipitato al terzo posto, superato dal famigerato AfD, dimezzando i voti sia in valori assoluti (5 milioni e mezzo rispetto ai quasi 12 di allora) che in percentuale (13,9% contro 25,7%). La sua coalizione cosiddetta “semaforo”, rosso-verde-giallo, a causa anche della parallela dissipazione dei Grunen (che hanno addirittura perso un terzo dei loro consensi) ha un deficit rispetto al 2021 di quasi 9 milioni di voti. Si tratta di una delle peggiori débacles sia nella storia del socialismo tedesco che in quella delle compagini governative. Gli estremisti di destra dell’ Afd, all’inverso, hanno accresciuto il loro consenso di circa un terzo, guadagnando sul 2021 quasi 2 milioni di voti (dai 4.695.000 di allora ai 6.324.000 di adesso), con una vera e propria landslide nei distretti dell’est dove si afferma come primo partito ovunque (la sua media nell’ex DDR è del 25%)… ma con un buon successo anche all’Ovest. OccidenteIn Sassonia viaggia su percentuali oscillanti tra i 36% e il 40%, con incrementi intorno ai dieci punti percentuali. In Turingia fa segnare punte del 38% e una media intorno al 35%, con l’eccezione di Erfurt dove prevale sia pur di poco la CDU. In Pomerania si attesta intorno al 33% con la CDU al 21 e l’SPD al 7%… Sono Länder tendenzialmente poveri, dove il reddito pro capite annuo si aggira sui 22.000 euro contro i 29.150 della media nazionale e i quasi 50.000 di distretti come Amburgo e Brema. Ma anche in regioni ricche dell’Ovest come il Baden-Württemberg o la Renania meridionale Afd arriva in numerose circoscrizioni a sfiorare il 20% con incrementi di 7-8 punti percentuali. Anche qui, come in Francia, fa eccezione solo la capitale Berlino, dove i Verdi, pur perdendo 8 punti percentuali, mantengono il primo posto, con Afd al quarto, con l’11,6%.

Incredibilmente alla base dell’ impennata dei consensi per questa destra radicale dalle esplicite simpatie neonazista sta, in buona misura, il voto giovanile, con una svolta di centottanta gradi rispetto al passato anche recente. Ancora alle elezioni del 2019 solo il 5% degli elettori sotto i 24 anni aveva votato per AfD, e uno su tre aveva scelto i Verdi. Questa volta invece il numero dei sostenitori di Afd tra gli under 24 è più che triplicato, arrivando al 16%, mentre quello degli elettori dei verdi è crollato clamorosamente (-23% in questa classe d’età) ridotto a un misero 11%. Cinque anni fa in cima alle preoccupazioni dei giovani tedeschi stava saldamente la questione ecologica col connesso cambiamento climatico, per questo si erano espressi in massa a favore dei Grünen che la ponevano al centro del proprio programma. Ora le minacce all’ambiente non sono cessate, anzi, ma cinque anni di governo nazionale deludente nonostante la partecipazione verde, e il fallimento grottesco del Green Deal europeo li hanno convinti dell’immodificabilità della situazione mentre al vertice delle proprie preoccupazioni è balzata prepotentemente la guerra, minaccia alla sopravvivenza del pianeta più imminente e devastante del clima stesso, all’origine delle crescenti difficoltà economiche della Germania con la rottura verticale della collaborazione economica  consolidata nella lunga fase dell’Ostpolitik (“The majority of 16 to 25-year-olds named “securing peace” as the most important issue” afferma un rapporto della Bertellsmann Foundation).

OccidenteSu questo terreno la posizione radicalmente bellicista dello stato maggiore Grüne ha evidentemente allontanato quello strato sociale – reso fra l’altro più ampio dall’estensione per la prima volta del diritto di voto anche ai sedicenni – che più di ogni altro pagherebbe il precipitare dell’impegno militare in Ucraina e non solo. Su queste paure ha fatto leva la propaganda di uomini come Maximillian Krah, l’esponente dell’Afd sassone capolista alle elezioni europee, fautore di un nazionalismo etnico xenofobo e islamofobico, che tuttavia si è schierato su posizioni frontalmente opposte alla politica bellicista governativa, al sostegno economico e militare all’Ucraina e alle sanzioni alla Russia. Mentre l’altro sassone all’onor della cronaca, il ministro della difesa Boris Pistorius dell’SPD, si impegna con convinzione a dilatare il bilancio militare per il riarmo della Germana (un tesoretto di 72 miliardi), dichiarando pubblicamente la sua volontà di “ottenere un esercito forte e pronto eventualmente a combattere contro la Russia nei prossimi anni”. Mentre la leader dei Grünen e Ministra degli esteri Annalena Baerbock si assume la guida della svolta epocale da una Germania votata alla pace a una preparata alla guerra (“Basta con la politica degli assegni… dobbiamo organizzare la nostra sicurezza contro la Russia di Putin, non con essa”). Lui, il capofila di un partito ultranazionalista, intriso di nostalgie neonaziste, indirizza ai giovani, su Tik Tok, messaggi apparentemente pacifisti: “La guerra in Ucraina non è la tua guerra. Zelenskyj non è il tuo presidente. Ma ciò ti sta facendo perdere soldi e correre il rischio che la Germania venga trascinata in questa guerra. In quel caso dovrai andare a combattere sul fronte orientale dove hanno perso la vita i fratelli e i cugini di tuo nonno…”. E ne riscuote, abbondantemente, il consenso, in un mondo, questo sì, davvero “alla rovescia”.

Confermato, d’altra parte, e anzi rafforzato, il consenso di AfD tra gli operai, dove è incontrastato primo partito col 34% dei voti, 10 punti in più sulla CDU, il triplo addirittura della SPD, al punto di essersi conquistato l’etichetta di Arbeiterpartei (Die AfD ist deutschlands neue Arbeiterpartei titolava qualche giorno fa un noto sito tedesco), “Partito operaio”, che un tempo spettava di diritto alla socialdemocrazia ma che tra le due guerre mondiali fu anche la qualifica del partito nazional-socialista (NSDAP si chiamava, cioè Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), il che suona lugubre, oggi. Allo stesso modo – e anche questa è una conferma – viene ancora una volta mostrato come faccia il pieno tra gli strati sociali con un tenore di vita inferiore (Lebensstandard niedrig) dove ottiene il 33% dei voti contro il 18% della CDU (che invece è prima tra i benestanti, col 31%) e l’11% dell’SPD.

E’ questo, intessuto di un’infinità di numeri apparentemente freddi e neutri, sicuramente noiosi, lo scenario in realtà incandescente su cui leggere la trama tetra dell’”inutile spettacolo di Borgo Egnatia” (non è una malignità mia, è il titolo dell’editoriale del direttore della Stampa del 16 giugno). Quello che spiega il senso di vanità e di tronfia vuotezza che ha colto qualsiasi spettatore non narcotizzato dall’oppio mediatico. Perché quell’adunanza di anatre zoppe stonate, di dottor Stranamore in licenza premio, a cavalcioni delle bombe che evocano e che minacciano di scoppiargli tra le cosce, aveva sotto i piedi il vortice che le elezioni europee avevano generato al centro del Continente che dovrebbe costituire un punto d’equilibrio e che invece rischia di diventare un campo di battaglia. Un buco nero dell’indecisione e dell’impotenza mascherata dietro una cortina di chiacchiere futili, di racconti auto-edificanti.

A Bruxelles, nelle sale ovattate dei Palazzi, ci si auto-rassicura raccontandosi la favola bella della riconferma della vecchia maggioranza, un po’ ammaccata ma che ancora tiene. E l’aritmetica delle formule e dei formalismi sembrerebbe confermarlo. In fondo basterebbero 361 voti per raggiungere la maggioranza sui 720 seggi, e PPE, socialisti e liberali di Renew Europe (la cosiddetta “maggioranza Ursula”) ne hanno 406. Non resta che accordarsi sul marchingegno a incastro delle poltrone, e il gioco è fatto. Ma non è così. Quos Deus perdere vult, dementat prius, dicevano gli antichi. Ovvero, “il Dio acceca coloro che vuol rovinare”, li priva del senno, del lume della ragione, impedisce loro di vedere. E che cosa non vedono gli apprendisti stregoni che affollano i summit come quello or ora concluso e quelli in corso nella capitale dell’Unione? Non vedono che il voto appena concluso non ha spostato solo di qualche unità, in più o in meno, gli schieramenti parlamentari ma ha rivelato una mutazione profonda, antropologica, politica, culturale di dimensioni estreme. Interi strati tettonici si sono spostati. L’Europa, come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, dopo che il bradisismo elettorale ne ha svuotato politicamente il baricentro franco-tedesco, non esiste più. La grande potenza culturale che era, al servizio dell’equilibrio generale, si è decomposta, non ha più una cultura condivisa, non ha neppure più il concetto di cultura. Non sa cosa sia, a cosa serva, come servirsene per difendere la sopravvivenza comune. E con la rarefazione dell’Europa, l’Occidente stesso che dell’Europa era figlio, si è smarrito. Credendosi ancora centro si scopre periferia. Uso ancora le parole dell’editoriale della Stampa: “Sono lontani i tempi in cui i vincitori della guerra avevano messo a disposizione delle generazioni future la Nato, la UE, i Tribunali internazionali dei diritti, camere di confronto e di compensazione pensate per evitare un nuovo precipizio. Infrastrutture smontate pezzo a pezzo sull’altare ridicolo del revanscismo nazionalista. La nostra civiltà declina, accompagnata, da Parigi a Berlino, dal raglio di una destra destra radicale con vocazione nichilista”…

Le guerre, le guerre grandi, enormi, che bruciano anime e corpi, hanno la prerogativa di portare alla superficie processi profondi ma fino ad allora invisibili. Così la Prima guerra mondiale, la Grande Guerra, che ha segnato la fine degli imperi continentali, Zar, Kaiser, Sovrani fino al ’14 tronfi nelle loro carrozze scortate da lancieri a cavallo con le spade sguainate, spazzati via dalle autoblinde e dalle mitragliatrici. Così è stato per la Seconda guerra mondiale, e il tramonto degli imperi coloniali, la fine dell’egemonia inglese e il passaggio di testimone con quella americana. Così è ora, con questa guerra solo apparentemente periferica e locale, in realtà globale, tra i fumi della quale l’Occidente scopre, smarrito, la propria solitudine. Ormai irrimediabilmente parte, da quel Tutto che si era illuso di essere. Luogo del tramonto dopo aver pensato di poter riprodurre all’infinito le proprie aurore. Con i suoi estenuati governanti a disegnare a parole strategie che si perdono nell’aria, stanchi reduci di un dominio che fu. Ancora pesanti, molto pesanti, perché quei sette costituiscono pur sempre il 43% del Pil globale pur rappresentando appena il 10% della popolazione del pianeta. Pericolosi, molto pericolosi perché ancora in grado con i loro armamenti di distruggere molte volte il mondo. Ma privi di visione, e incerti sui propri valori che quotidianamente tradiscono. E’ così che in questo “non-più” che non vuole trapassare e “non-ancora” che stenta a manifestarsi, il rischio si fa estremo. E la pratica della Ragione, mentre in troppi perdono la testa, diventa un dovere

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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One Comment on “Europa/Occidente Il canto stonato delle anatre zoppe”

  1. Nessun commento, solo rigraziamenti a Marco Revelli per queste due analisi, così complete, così analitiche, così definitive nei giudizi politici. Grazie anche per lo sdegno che le attraversa : rapprenta -credo- la maggior parte dei cittadini.

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