Lo strano caso di Marco Tarquinio

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Prima di tentare di decifrare “lo strano caso di Marco Tarquinio” – l’obiettivo di questo articolo – credo sia opportuno esplicitare preventivamente una premessa, per evitare ogni accusa di benaltrismo. Sono perfettamente consapevole che quello attuale è il peggior governo della storia repubblicana, non tanto e non solo per le conseguenze immediate ma per quelle future, che rischiano di sfigurare irreversibilmente la nostra democrazia. Proprio per questo il governo Meloni è anche più pericoloso dei governi berlusconiani, che hanno preparato il terreno per il drammatico raccolto politico che sta per arrivare. Ma ancora oggi mi pare ci siano due modi per tentare di opporsi a questa destra. Il primo – ampiamente sperimentato, largamente maggioritario tra il ceto politico e altrettanto largamente minoritario tra chi la politica la subisce – è quello di chi insiste nel ritenere che questa consapevolezza non solo possa ma addirittura debba esser sufficiente per tenere insieme un’opposizione politica all’altezza. Il secondo – minoritario nei discorsi autoreferenziali dei politici e disperatamente maggioritario tra chi non arriva a fine mese o non sa più che fare per prenotare una visita medica – è quello di chi ritiene che, per opporsi credibilmente a questa destra, sia necessario costruire un fronte che non sia tenuto insieme soltanto dalla minaccia del male maggiore.

Ora, questa premessa non è solo difensiva, ma contiene già il cuore del ragionamento che vorrei proporre, a partire dalla scelta del Pd di candidare alle prossime elezioni europee Marco Tarquinio. Perché a me sembra che, in prossimità delle elezioni e dopo poco più di un anno dalla segreteria di Schlein, molti dentro quel partito sembrano di nuovo in preda a un’impazienza elettorale che si può sintetizzare proprio in questo modo: perché porre delle questioni ideali se dobbiamo soprattutto opporci a una destra così pericolosa? In fondo, non è necessario che un partito abbia un’identità, se esso ha un compito. A maggior ragione se questo compito è addirittura messianico, vista l’entità della minaccia. Per l’ennesima volta, il Pd servirebbe a salvarci dalla tragedia imminente e in nome di questo compito è pronto a (o gli fa comodo?) sacrificare ogni questione identitaria, ogni riferimento culturale. Ecco perché dentro il partito ci devono stare tutti, a condizione di essere antifascisti, come per tanti anni la condizione era di essere antiberlusconiani.

Un modello di partito che conosciamo e che segna il Pd fin dalla sua nascita: un legame negativo (stiamo insieme perché c’è un pericolo più grande che incombe su tutti noi) e una consapevole negazione della necessità di una comune cultura politica. Il partito come fabbrica del consenso, non dell’egemonia, in cui la ricerca del voto è né più né meno che la ricerca del like. Il consenso senza egemonia non solo fa a meno della cultura, ma è soprattutto un modello in cui non è più necessaria alcuna mediazione tra politica e società. Il consenso è una conquista che si fa catturando i voti in base a interessi puramente individuali. La trasformazione della politica in mercato, dei cittadini in consumatori. Lo sappiamo bene, ma conviene rifletterci ancora, perché il punto è precisamente questo. Lo scrivo con estrema chiarezza, forse anche un po’ ruvidamente: il Pd è un partito che continua a non far capire quale vuol essere il suo rapporto con la società e, soprattutto, se è davvero interessato ad averne uno.

Ecco, l’enigma Tarquinio è un ennesimo lapsus politico che rivela questa strutturale debolezza politica del Pd. Il minimo che si possa dire è che sia una candidatura reciprocamente incoerente, viste le posizioni di quel partito sulla guerra (per certi versi macroniane, quindi ancor più belliciste della destra). Ma non è un giudizio, è una constatazione politica che permette di cogliere un principio di trasformazione della forma partito che nel Pd non solo si è sedimentato ma è diventato a quanto pare definitivo. Evidentemente la coerenza tra i rappresentanti e il contenuto da rappresentare non sembra più essere un dato sensibile per la credibilità di un partito. A meno che quest’incoerenza non sia uno strumento tutto interno per spostare le posizioni del Pd verso il pacifismo. Cosa sempre possibile, per carità, ma che non sembra all’ordine del giorno, stante l’evidenza per cui insieme a Tarquinio vengono candidati esponenti dell’estremismo bellicista e filoisraeliano. Come si faccia a tenere insieme Tarquinio e Quartapelle è davvero un mistero politico irrisolvibile.

Ora, si tratta non semplicemente di segnalare l’incoerenza ma anche di provare a decifrarla, per quanto possibile. Se una prima ragione – quella di spostare il partito verso posizioni pacifiste – è da scartare perché sarebbe troppo bello per essere vero (ma soprattutto perché non corrisponde agli umori che prevalgono dentro quel partito), allora dobbiamo cercare altre ragioni. Due in particolare.

Innanzitutto la candidatura di Tarquinio è l’ennesimo esempio di un partito che continua a autocomprendersi come partito di tutto e di tutti, secondo un modello americano per cui un partito è un contenitore e i suoi contenuti sono del tutto contingenti e dipendono dalla forza dei gruppi in un dato contesto storico. Se il partito democratico originale negli Stati Uniti può tener insieme Sanders e i dem più conservatori dei repubblicani, perché il Pd italiano non può tenere insieme Guerini e Schlein, De Luca e Bersani, Tarquinio e Quartapelle? Di più: non sarebbe proprio questa capacità di indifferenziazione (piuttosto che quella di scegliere da che parte stare e che differenza rappresentare) il compito cruciale di un partito senza identità (torniamo così alla premessa)? Che altro ci sarebbe da fare, in un contesto così difficile e con una minaccia così grave, se non tenere insieme indistintamente tutti coloro che ci stanno? Il Pd è da tempo ormai l’unico vero partito della nazione: che soffoca il conflitto dentro una mediazione puramente formale. Tarquinio e Quartapelle devono stare insieme, perché c’è solo un compito da rispettare e non un’identità a cui mantenersi fedeli. Ma in questo modo il Pd finisce per smentire ancora una volta il luogo comune secondo cui sarebbe l’unico vero partito tradizionale rimasto in piedi. Un partito tradizionale si fondava invece sulla necessità della mediazione tra rappresentanti e rappresentati, tra politica e società. Poteva avere un sacco di difetti, ma non quello di voler neutralizzare le differenziazioni e i conflitti sociali attraverso la sussunzione nell’ordine del potere (cioè dando a portatori di interessi contrapposti la stessa possibilità di essere eletti).

La seconda ragione è connessa proprio a questo smarrimento della funzione mediatrice del partito politico. Mi permetto una citazione un po’ complessa ma assai utile: «tutto il popolo è potenzialmente un’élite, il popolo in democrazia deve arrivare alla formazione basilare di una coscienza politica collettiva. Però esso, come massa informe, non può agire sul piano politico, occorre che sia organizzato. Il partito è nato da questo bisogno iniziale». Sono parole di Luigi Sturzo e non per caso. Quest’idea di partito non è affatto un’eredità esclusiva del partito comunista, ma anche del cattolicesimo democratico. Una fiducia nel popolo e una consapevolezza che il compito di un partito non è disprezzarlo ma organizzarlo. Compito denso di inculturazione: si tratta infatti di dotare tutti di una coscienza politica collettiva, di rappresentare parti di società che si trovano unite da una comune appartenenza politica.

La candidatura di Tarquinio serve a questo? A organizzare la coscienza collettiva di un popolo? A me pare semplicemente serva a consumarla, nel senso che la società diventa un insieme indistinto di consumatori – e ciascuno vale uno, poco importa come la pensi se la ragion d’essere è il consenso e non l’egemonia, è l’indistinzione e non la parte – e la politica diventa semplicemente una vetrina, dove esporre uno accanto all’altro i vestiti eleganti di Armani e i vestiti casual da due soldi, Tarquinio e Quartapelle. Un vero outlet della politica, si direbbe. C’è tutto, ma tutto è evidentemente finto. La società non va più rappresentata, va sedotta. Il popolo è solo un insieme di voti, non una potenziale coscienza politica collettiva. Tutto quello che c’è, c’è perché si può comprare, non perché ci si possa riconoscere. Di certo un pacifista potrà anche votare Tarquinio, ma non s’illuderà – a meno di una patologica capacità di raccontarsela che è peraltro ancora molto diffusa, soprattutto nelle generazioni che hanno attraversato il novecento – che il Pd sia il partito che rappresenta il pacifismo.

Qualcuno dirà legittimamente che è il tratto della politica tutta, non solo del Pd. Certamente è così. Forse è il destino di tutti i partiti quello di trasformarsi in vetrine. Ma mi domando se questo destino non comporti l’estinzione della sinistra e se dunque per un partito di centro-sinistra (cioè erede di Sturzo, mica per forza di Gramsci) adeguarsi non voglia dire auto-estinguersi. Insomma, lo strano caso di Marco Tarquinio non rappresenta certo uno scandalo. Ma un enigma, forse sì. La cui decifrazione non concerne solo l’immediato, ma soprattutto il futuro del centro-sinistra. O meglio: la persistente incapacità del Pd di volerlo davvero costruire, un futuro all’altezza della sfida che avanza.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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3 Comments on “Lo strano caso di Marco Tarquinio”

  1. Articolo lucido che centra il cuore del problema: PD chi sei? Personalmente ho capito cosa non è: un partito dalla parte del popolo. Per quanto riguarda la “candidatura reciprocamente incoerente” di Tarquinio direi che non è un’incoerenza alla pari. Alla fine il PD sta facendo il suo mestiere, quello di reclutare buoni “pompieri” per spegnere l’incendio della destra destra. Come è stato magistralmente detto il Pd sta allestendo la vetrina mettendo “uno accanto all’altro i vestiti eleganti di Armani e i vestiti casual…”. Perciò trovo molto più problematica l’incoerenza di Tarquinio. A meno che non si senta, lui si, investito della messianica missione di spostare il PD verso il pacifismo. Auguri!
    Infine mi permetto di accostare alla prima parte della citazione di Luigi Sturzo “…, il popolo in democrazia deve arrivare alla formazione basilare di una coscienza politica collettiva” la seguente di don Milani: occorre “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani … che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”. Questo credo che intendesse Sturzo come “coscienza politica collettiva”. Fino a quando ogni singolo individuo non si sentirà l’unico responsabile di tutto non avremo vera partecipazione politica. E’ questo il compito più grande , “denso di inculturazione”, a cui deve adempiere un partito che si definisce democratico… non quello di allestire vetrine!

  2. Le Europee hanno le preferenze, quindi è molto utile e importante che ci siano candidati di diverse culture e posizioni politiche. Quelle pacifiste del candidato indipendente Tarquinio sono molto lontane da quelle di alcuni esponenti della minoranza, ma vicine a quelle della segreteria (su Gaza, del tutto coincidenti)

  3. La candidatura di Tarquino arriva in una fase di attacco senza precedenti alla legge sull’aborto che viene considerato dal personaggio in questione “un omicidio”…

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