Difendere l’università dal potere, non dagli studenti

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La campagna politica e di stampa contro l’università pubblica italiana merita una riflessione, e una risposta, articolate.

Anche al netto della propaganda e della malafede di non pochi politici e giornalisti, ciò che colpisce è la pressoché universale ignoranza circa la natura stessa dell’università. Intendiamoci, la colpa di questa eclissi è in gran parte dei professori stessi, che si sono piegati ad accettare la condizione tanto lucidamente descritta da Filippomaria Pontani sul Fatto quotidiano del 5 aprile scorso: l’università ha così spesso e così tanto rinunciato a difendere la propria libertà, che quando oggi timidamente la rivendica quasi nessuno capisce di cosa si stia parlando. Prendiamo il caso della Scuola Normale di Pisa, che è stata per giorni crocifissa da editoriali dei più grandi giornali italiani, e dal coro pressoché unanime della politica e addirittura dall’associazione dei suoi (begli) amici, perché avrebbe “chiuso i rapporti con Israele” (così un titolo di Repubblica». Ebbene, nessuno di coloro che hanno commentato in questo senso sembra aver letto ciò che stava commentando: la mozione del Senato accademico della Scuola, che non chiudeva nessun rapporto ma chiedeva al Maeci di «rivalutare», alla luce dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra, il bando «per la raccolta di progetti congiunti di ricerca per l’anno 2024, sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele». Dov’è dunque la chiusura di rapporti con le università israeliane? Non c’è la chiusura, perché si chiede al nostro Ministero degli Esteri di rivalutare un certo protocollo: e non ci sono nemmeno le università. Perché, e questo è il punto cruciale, qua non si tratta di convenzioni e accordi tra liberi atenei, ma tra due governi: quello Meloni e quello Nethanyau. E in un momento in cui il Consiglio per i diritti umani dell’Onu chiede che Israele sia condannato per crimini di guerra a Gaza, come sarebbe possibile collaborare acriticamente non con le libere università di quel Paese, ma proprio con il governo responsabile di quei crimini? Come condannare l’Università di Torino che a quel bando ha deciso di non aderire?

Qui occorre chiarire un nodo cruciale: il rapporto tra università e poteri pubblici in Italia.

Nel dopoguerra si pensò di introdurre per i professori universitari un giuramento di fedeltà costituzionale: ma, memori di quello imposto dal fascismo nel 1931, si scelse poi di evitare perfino l’obbligo morale di aderire alla Costituzione. L’università doveva essere sciolta da ogni ortodossia: quasi l’avamposto di una comunità semplicemente umana. Non è un obiettivo facile, e in tutto il mondo le università sono costrette a negoziare e a difendere ogni giorno la propria libertà: rispetto ai governi, o al mercato. Il discrimine è la possibilità di dissentire rispetto a chi esercita il potere: come ha detto Martin Luther King, «la libertà accademica è una realtà oggi perché Socrate praticava la disobbedienza civile». Nel codice etico del mio ateneo è scritto che «tutte le componenti dell’Università […] sono tenute a salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia della comunità accademica dal potere politico e da quello giudiziario, da quello religioso e da quello militare, dagli enti locali, dagli interessi economici, dai governi e dai corpi diplomatici stranieri». Certo, se un marziano visitasse oggi le università italiane potrebbe apprezzare in modo molto discontinuo – usiamo un eufemismo – la loro reale indipendenza. Eppure, in ogni dipartimento troverebbe almeno qualche docente che la pratica fino in fondo: formando persone libere, malgrado il sistema.

È vero nella nostra (corrotta e periclitante) democrazia, lo è anche in Turchia, Cina, Arabia Saudita, Egitto e in tanti altri paesi in cui minoranze e dissidenti sono perseguitati e uccisi, e in cui le università sono, in misura variabile, controllate dai governi o addirittura attive nell’attuarne le peggiori politiche: eppure nessuno, per fortuna, propone di boicottarle. Proprio in quelle comunità accademiche, infatti, resiste un residuo dissenso: connaturato all’insubordinazione intellettuale che spinge alla ricerca, cioè alla revisione della verità stabilita. È una contraddizione ben nota: oggi sono le università dell’Iran a guidare la ribellione al regime, e sappiamo (dalla parte opposta) come le opulente università degli Stati Uniti possano al contempo nutrire la più servile fedeltà all’apparato militare e industriale, ma anche alimentare la più feroce critica al loro Paese.

Penso dunque sia un grave errore boicottare le università di Israele: come lo è stato interrompere le relazioni con quelle russe, o con quelle palestinesi. Le università israeliane sostengono l’invasione criminale di Gaza, e contribuiscono a tenere in piedi un sistema che Amnesty definisce, con solide ragioni, di apartheid? Quelle russe hanno espresso nei loro vertici pieno sostegno alla guerra di Putin? Quelle palestinesi hanno sostenuto la linea di Hamas? Sì, è accaduto anche tutto questo. Ma queste stesse università sono comunità plurali, la cui parte migliore lotta costantemente per affrancarsi dai rispettivi governi, rivendicando libertà per il pensiero critico. Il 17 ottobre scorso, i rettori di 9 università israeliane si sono rifiutati di sottostare a una direttiva del Consiglio Superiore per l’Educazione che chiedeva di denunciare ogni complicità intellettuale con Hamas: «Non intendiamo rispettare direttive che possono creare un’atmosfera di maccartismo e di denuncia reciproca nei campus». Lo hanno scritto mentre piangevano, tra i loro stessi studenti, vittime del pogrom di Hamas.

Va tutto bene, dunque, nelle università di Israele? Naturalmente no, ed è vitale protestare con vigore contro ogni processo alle opinioni: lo ha fatto, per esempio, Judith Butler, con una splendida lettera in difesa della collega Nadera Shalhoub-Kevorkian, che per aver chiesto il cessate il fuoco a Gaza e aver parlato di genocidio è stata minacciata di licenziamento dalla Hebrew University of Jerusalem. Così, mentre decideva di non troncare le relazioni con gli atenei russi, il mio ateneo diffuse una nota durissima contro i rettori russi schierati con Putin. Essere in relazione non vuol dire tacere: anzi. I ricercatori hanno il diritto (anzi il dovere) di criticare le ricerche e i corsi tesi a legittimare collateralismi al potere, ben documentati nelle università israeliane: come l’archeologia coloniale anti-palestinese, o l’uso della filosofia del male minore per giustificare l’uccisione dei civili. Ma le università non si possono ridurre né ai governi dei loro paesi, né ai loro stessi governi accademici. Sono comunità plurali, per definizione aperte e perfino ribelli, se fedeli alla loro missione: rompere le relazioni tra comunità di ricercatori e studenti di paesi diversi, significherebbe uccidere proprio l’ultima speranza di costruire argomenti comuni per ribellarci alla follia omicida di governi che conducono il mondo al disastro.

Tutt’altra cosa sono i rapporti tra università e governi. Per questo trovo profondamente sbagliato l’appello rivolto al nostro ministro degli Esteri Tajani dall’Associazione degli Accademici e Scienziati di origine italiana in Israele, che chiede la realizzazione di una fondazione partecipata dagli stati italiano e israeliano che finanzi progetti scientifici, «in tutte le discipline, non solo scientifiche ma anche umanistiche, perché è noto che la maggior parte dei boicottatori contro l’Accademia Israeliana provengono da Facoltà Umanistiche, pertanto, mai come in questo momento, sarebbe vitale la creazione di tale Fondazione». Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione se gli studiosi italiani in Russia avessero chiesto al nostro governo di creare, con quello di Putin, una simile fondazione per aggirare il boicottaggio delle università russe.

Le università sono, fin dal Medioevo, il luogo in cui si coltiva un internazionalismo, un pensiero critico e un dissenso sistematico che sono il miglior antidoto ai nazionalismi e alle guerre: per questo ogni tentativo di far passare la ricerca attraverso accordi tra governi smentisce e nega quella libertà accademica che è la vera ragione per non boicottare le università. La richiesta degli studiosi italiani in Israele ha poi una motivazione che non è degna di chi dovrebbe coltivare il pensiero critico: «il boicottaggio come l’anti-israelismo sono figli di un antisemitismo che si sta risvegliando anche in Italia». Questo è un giudizio non solo sommario e fattualmente sbagliato, ma anche disonesto sul piano intellettuale. Ripeto: sono contrario a ogni boicottaggio accademico, ma se una università italiana liberamente decidesse di annullare ogni suo accordo con università israeliane (o russe, o cinesi, o turche, o… americane) farebbe una scelta legittima, che nessuno potrebbe accusare di razzismo. E questo vale, deve valere, anche per Israele.

Questo uso estensivo, improprio e strumentale della categoria dell’antisemitismo (un uso che le stesse università hanno purtroppo implicitamente condiviso, quando la Conferenza dei rettori fece propria l’inaccettabile definizione di antisemitismo dell’IHRA, che considera antisemita perfino chi dica che in Israele si pratica una forma di apartheid: il che è un dato di fatto) mira ad impedire un dibattito libero, ed è irresponsabile perché rischia di banalizzare il vero antisemitismo, che esiste ed è assai pericoloso. L’università fa il suo mestiere quando alimenta dubbi, distingue, discute, argomenta: non quando maledice, o interdice. E soprattutto non quando obbedisce ai governi, o peggio quando ne diventa un docile strumento. Diciamo di voler difendere ad ogni costo i valori occidentali: una università davvero libera (anche e soprattutto dal governo del proprio Paese) è uno di essi.

Se qualcosa oggi minaccia questa università, in Italia, non sono certo le manifestazioni degli studenti e delle studentesse. La minaccia è nel madornale sottofinanziamento del sistema universitario da parte dello Stato. È nella mancanza di un sostanziale diritto allo studio in termini di alloggi e servizi. È nella minaccia mortale che l’autonomia differenziata rappresenta per la libertà dell’università sancita dalla Costituzione. È nella costante intromissione di una politica che interviene sulle idee e sulle parole dei docenti chiedendo dimissioni, o censure. È nell’uso dei manganelli da parte della polizia anche dentro i campus, contro studenti e docenti inermi. È nell’interferenza inaudita di ambasciate di Stati esteri che contattano direttamente i rettori con richieste e moniti. È nella crescita abnorme delle università telematiche, macchine di profitto capaci di assicurarsi l’indulgenza della politica verso l’applicazione di controlli e valutazioni ai quali sono invece sottoposti gli atenei pubblici: con la conseguenza che Pegaso sta superando la Sapienza per iscritti, diventando il primo ateneo d’Europa, in un ben triste primato italiano.

Non vedo, invece, alcuna emergenza nelle manifestazioni per Gaza che in queste settimane attraversano le nostre comunità accademiche. Le studentesse e gli studenti dicono, anzi gridano, cose che si possono condividere o meno. Personalmente condivido fino in fondo la richiesta di ‘smilitarizzare’ le università italiane. In conferenza dei rettori votai contro la collaborazione con MedOr (la fondazione di Leonardo presieduta da Marco Minniti), e credo che nessun rettore dovrebbe sedere nel suo consiglio scientifico. Nell’aula magna della mia università abbiamo scritto una frase di Virginia Woolf: «E poi, cosa si dovrà insegnare nell’università nuova? Certo non l’arte di dominare sugli altri […] di uccidere […] ma l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri». E il nostro Codice Etico dice che «nessuna ricerca di chi lavora e studia all’Università e nessun posto di insegnamento possono essere finanziati da imprese o fondazioni legate alla produzione e vendita di armi». Ma il punto non è essere d’accordo o meno con ciò che dicono le studentesse e gli studenti: è permettere loro di dirlo.

I governi delle università devono avere l’intelligenza di costruire più spazi di libertà, in modo che a nessuno (con l’eccezione, imposta dalla Costituzione, di chi si professi fascista) venga negato il diritto di parlare, ma anzi tutti possano farlo: esemplare, in questo senso, il Senato accademico aperto voluto dal rettore di Pisa Riccardo Zucchi, che in otto ore ha dato tribuna e ascolto alle più diverse opinioni su Gaza e Israele. Prendiamo il caso di Maurizio Molinari, contestato alla Federico II di Napoli. Quando le studentesse e gli studenti provano (sbagliando) a togliere la parola a personaggi mediatici invitati nelle università (secondo una prassi sulla quale dovremmo interrogarci), come si fa a non vedere che una generazione senza voce sta contestando chi, invece, può parlare ovunque? Perché è in fondo questo che chiedono: poter parlare, essere ascoltati. Dovremmo preoccuparci se non lo facessero, di fronte all’enormità del massacro di Gaza e alle complicità ipocrite dell’Occidente. Semmai, dovremmo interrogarci sui limiti della capacità di argomentare che vengono dolorosamente a galla in questa ondata di proteste: ma qui siamo noi professori a doverci battere il petto, per aver supinamente accettato un modello universitario assai più dedito a formare un disciplinato “capitale umano”, che non ad alimentare un solido e attrezzato pensiero critico.

Le università devono rimanere luoghi in cui si garantisce a tutti e a tutte la massima libertà di parola. E bisogna resistere al rischio (o al disegno) per cui la creazione a tavolino di una emergenza sia pretesto e legittimazione di qualunque forma di irregimentazione poliziesca, o di controllo politico. Perché è dall’alto, e non già dal basso, che sono sempre arrivate, in ogni paese, le vere e più concrete minacce alla libertà delle università: la quale è uno dei termometri più sensibili della libertà tutta di un Paese. Di fronte alla repressione giudiziaria delle proteste studentesche della metà degli anni sessanta, quell’uomo misurato e mite che era Alessandro Galante Garrone scrisse: «Cerchiamo un po’ tutti di non inaridire, alla fonte, la sincerità dei nostri giovani, di rispettarne la dignità, di non indurli a una opportunistica cautela, di cui hanno già fin troppi esempi intorno a sé. Lasciamoli dire, senza veli, quello che pensano. Le manette, le museruole, le vessazioni grandi o piccole (come un tempo i biglietti della confessione) non possono che fare del male». Parole sagge: ancora oggi perfetto manifesto di una università veramente libera.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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