Chi intacca la memoria dell’Olocausto?

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La ricorrenza del Giorno della Memoria proprio nel frangente in cui l’esercito israeliano compie un inaudito e criminale massacro della popolazione civile di Gaza rende complicato, ma proprio per questo particolarmente necessario, essere rigorosi nel mantenere distinti i piani degli accadimenti e delle relative valutazioni. Ne è dimostrazione, a contrario, la conferenza stampa congiunta della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Noemi Di Segni, e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sul tema delle iniziative per il Giorno della Memoria patrocinate dalla Presidenza del Consiglio, per almeno tre motivi.

Il primo motivo è legato alla risposta formulata da Mantovano alla domanda se il fascismo possa essere definito «male assoluto». In linea con la postura oramai consolidata degli esponenti di Fratelli d’Italia, il sottosegretario ha eluso la domanda (una domanda «sporca», secondo il presidente del Senato, Ignazio La Russa, cui era stato chiesto se, dopo aver visitato a Milano il luogo da cui partivano i treni per Auschwitz, si sentisse almeno un po’ antifascista). «Non c’è da fare una classifica: ogni totalitarismo merita condanna»: queste le parole di Mantovano, in concreto poi rivolte contro le persecuzioni religiose in Corea del Nord e in Nicaragua, con omissione di qualsivoglia riferimento, anche indiretto, al fascismo. C’è da dire che Meloni e i suoi sul punto sono chiari: non sono antifascisti, non ritengono il fascismo un male assoluto, difendono simboli fascisti (e nazisti) come il saluto romano, rivendicano la propria discendenza da repubblichini criminali come Giorgio Almirante. E, in effetti, ci sarebbe da stupirsi del contrario, vista la fiamma che continua a scaldare il loro cuore. Ciò che stride e genera sorpresa è il ritrovare al loro fianco esponenti di spicco dell’ebraismo italiano, come la presidente Ucei Noemi Di Segni o, in più d’una circostanza, la senatrice a vita Liliana Segre. Difficile comprenderne il motivo. Perché figure tanto autorevoli dell’ebraismo si prestano in modo così supino allo sdoganamento di una forza politica che mantiene un’ostentata ambiguità – a dir poco – nei confronti del fascismo?

Il secondo motivo è legato alla denuncia dello svilimento della memoria della Shoah di cui, secondo la condivisibile posizione della presidente Di Segni, si macchia chi paragona lo sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti alla condotta dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi: un vero e proprio abuso storico, che svilisce quanto avvenuto ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio. L’orrore assoluto per le violenze antisemite del nazifascismo deve, in effetti, essere parte dell’identità politica di ogni cittadino democratico e nessun atto compiuto da Israele, per quanto criminale, può valere a benché minima giustificazione dell’Olocausto. Lo sterminio nazista di milioni di esseri umani per ciò che erano – non per ciò che dicevano o facevano, e che avrebbero potuto smettere di dire o fare – e in modo così mostruosamente sistematico e razionale è qualcosa che si può ritenere non aver pari nella storia dell’umanità. Chi transige su questo si allinea, volente o nolente, a chi rifiuta di vedere nel nazifascismo il male assoluto. Se così è, ne segue che altrettanto svilente della memoria della Shoah, e dunque inaccettabile perché rivolta a negarne l’unicità, è la posizione di chi paragona ai nazisti i palestinesi che si battono per la liberazione dei territori occupati da Israele nel 1967 (il che non significa che non debbano essere condannati i crimini commessi dai palestinesi, come quelli efferati del 7 ottobre scorso) e, soprattutto, chi bolla di antisemitismo qualsiasi critica sia rivolta a Israele. Tutte le volte che qualcuno a fini propagandistici dice «il mio nemico è il nuovo Hitler!» – Erdogan nei confronti di Natanyahu, così come Netanyahu nei confronti di Sinwar –, ebbene: quel qualcuno sta intaccando la memoria dei campi di sterminio. Colpisce, dunque, che, commentando i tragici avvenimenti di Gaza, proprio la presidente Noemi Di Segni abbia in novembre dichiarato: «per sconfiggere Hitler, Berlino è stata rasa al suolo, non si può dire a Israele “non fate troppo i cattivi”». Sarebbe davvero tragico doverne dedurre che tra chi nega l’unicità della Shoah vi sia anche l’attuale guida dell’ebraismo italiano.

Il terzo motivo è legato alla pretesa della presidente Noemi Di Segni di fare della memoria dell’Olocausto un’esclusiva ebraica, come emerge dalla stigmatizzazione dell’impiego da parte di alcuni studenti palestinesi della seguente frase di Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». La reazione della presidente Ucei – «Lasciate Primo Levi alla nostra memoria. Abbiate la dignità di manifestare il vostro pensiero senza offendere la memoria dei sopravvissuti e cercatevi citazioni altrove» – lascia, quantomeno, perplessi. Una cosa, infatti, è ritenere – come sopra argomentato – che l’accostamento, anche solo evocativo, del nazismo a Israele sia un abuso inaccettabile; tutt’altra è ritenere, come sembra fare la presidente Di Segni, che Primo Levi sia esclusiva proprietà della memoria ebraica. Primo Levi è tra coloro che più a fondo hanno riflettuto su come la natura umana abbia potuto corrompersi al punto da produrre gli orrori del nazismo. L’unicità della Shoah non ne esclude la ripetibilità. La preoccupazione di Primo Levi è proprio che l’orrore possa ritornare, anche in forza della consapevolezza che il male, nella sua banalità denunciata da Hannah Arendt, si annida potenzialmente in noi tutti. Scrive Primo Levi: «È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto». «Dappertutto», ammonisce Primo Levi: ecco perché la sua riflessione non può essere considerata esclusiva di nessuno e perché pretendere di farlo significa travisarne in radice il messaggio.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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2 Comments on “Chi intacca la memoria dell’Olocausto?”

  1. Un articolo meditato e calibrato, questo di Francesco Pallante, dove l’ ultimo aggettivo non fa riferimento a equilibrismi , ma ad una analisi rigorosa come è nel suo stile. E’ arduo muoversi nella semplificazione emozionale del discorso su Gaza e Israele e il prendere parte per una per spesso signfica accusare l ‘altra. Invece, ci dimostra Pallante, è doveroso, anche se faticoso, districare i nodi.
    Una cosa è apparsa nell’ articolo e nella sentenza dell’ Aja : la rottura del nesso imperituro tra Shoah e attuali responsabilià di Israele, tali da sospettare che questo Stato possa essere autore di un genocidio.
    Un dei tanti libri di Edward Said è intitolato : ” Il vicolo cieco di Israele”. Per quel che mi riguarda, spero che sia un titolo profetico.

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