E poi c’è Renzi…

E poi c’è Renzi. Il premierato della Meloni? No, grazie. Troppo poco. Alle preoccupazioni per le sorti della democrazia italiana, l’ex aspirante riformatore, affossato dal voto popolare nel 2016, risponde da par suo: attaccando da destra.

Rieccoci, dunque, alle prese con una proposta di revisione costituzionale renziana: quella – tante volte evocata nel dibattito pubblico – del “sindaco d’Italia”. Una proposta che già nel nome utilizzato per propagandarla rivela l’inadeguatezza di chi, evidentemente, non è in grado di apprezzare le lampanti peculiarità che distinguono un Comune dallo Stato. A iniziare dalla rappresentanza della sovranità popolare, che solo nello Stato, non anche nei comuni, si esprime attraverso l’esercizio del potere legislativo. Eppure, come se fosse essenzialmente una questione di scala nella gestione del potere, ecco il cuore del disegno renziano: prendere a modello e trasfondere nella forma di governo statale le regole, ampiamente lesive del pluralismo democratico, sin dal 1993 impiegate nei comuni.

È un fatto: ciò che è derivato dalla revisione in senso iper-presidenzialista della forma di governo comunale è stata la scomparsa di ogni dinamica politica all’interno delle nostre città. La sola cosa che conta è scegliere, una volta ogni cinque anni, il sindaco, dopodiché è il nulla. A nulla rilevano le opposizioni in consiglio comunale, annichilite dal premio di maggioranza che premia le forze politiche collegate al sindaco eletto direttamente dai cittadini. A nulla rilevano le forze politiche di maggioranza, costrette ad adeguarsi ai voleri del primo cittadino sotto la minaccia – anche solo ventilata – delle sue dimissioni, che comporterebbero, in automatico, anche lo scioglimento del consiglio comunale. A nulla rileva persino la giunta, né in quanto organo collegiale, né in quanto aggregazione di singoli assessori, essendo questi ultimi nominati (e potenzialmente sempre revocabili) dal sindaco. Insomma: quello vigente nei comuni, e che Renzi vorrebbe ripetere nello Stato, è un sistema in cui a un enorme potere – quello dell’“unto” dall’elezione popolare – non corrisponde alcun contropotere. Un’autocrazia elettiva che è la negazione stessa del costituzionalismo, frutto dell’ossessione per l’incoronazione del capo e per la chiusura di ogni spazio di confronto politico tra un’elezione e l’altra.

Nel merito, il disegno renziano prevede, anzitutto, che il presidente del Consiglio dei ministri sia eletto a suffragio universale e diretto dai cittadini, contestualmente all’elezione delle Camere, e che, una volta eletto, nomini (ed eventualmente revochi) i ministri che andranno a comporre il governo (nuovo art. 92 Costituzione). Effettuato il giuramento nelle mani del Capo dello Stato – il cui ruolo è, dunque, ridotto a quello di un notaio certificatore, venendo meno ogni suo ruolo nella nascita dell’esecutivo –, il governo si presenta, entro i successivi dieci giorni, alle Camere «per illustrare le linee programmatiche»: il che vale a escludere altresì l’ipotesi del voto parlamentare di fiducia iniziale (che risulterebbe, in effetti, ridondante rispetto alla previsione dell’elezione diretta). L’investitura popolare ricevuta dal premier eletto si riverbera, quindi, sulla disciplina di funzionamento dell’esecutivo, regolata da norme che espressamente qualificano il presidente del Consiglio «organo di vertice del Governo» e gli assegnano i compiti di dirigerne la politica e di mantenerne l’unità politica e amministrativa, grazie ai poteri di indirizzo e coordinamento dell’attività dei ministri che saranno determinati dalla legge (nuovo art. 95, commi 1 e 3, Costituzione).

Infine, in caso il presidente del Consiglio eletto direttamente muoia, subisca un impedimento permanente o si dimetta (volontariamente o obbligatoriamente a causa dell’approvazione di una mozione di sfiducia proposta dal Parlamento: nuovo art. 94, comma 4, Costituzione), il presidente della Repubblica – di nuovo, con mero ruolo di certificazione notarile – dovrà procedere allo scioglimento anticipato del Parlamento e all’indizione di nuove elezioni (nuovo art. 88 Costituzione). Diverso il caso del voto parlamentare contrario su una questione di fiducia posta dal Governo: in questa eventualità il premier non è tenuto, com’è oggi, a dimettersi, ma può decidere di chiedere la ripetizione della votazione parlamentare a partire dal giorno successivo e solo se anche in questa seconda votazione le Camere confermeranno il loro voto contrario, allora sarà costretto alle dimissioni (nuovo art. 94, comma 4, Costituzione), provocando lo scioglimento anticipato del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni (sempre ai sensi del nuovo art. 88 Costituzione). Ciò che, in definitiva, la proposta renziana esclude è ogni ipotesi di sostituzione del presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini: la sua caduta, comunque motivata, comporta il ritorno alle urne per l’elezione non solo del suo sostituto, ma anche del Parlamento. Esattamente come avviene nei comuni, secondo la regola per cui esecutivo e legislativo aut simul stabunt, aut simul cadent (o insieme staranno, o insieme cadranno).

Inutile negarlo: se questo è l’obiettivo, la proposta di Renzi lo raggiunge assai meglio di quella – pasticciatissima – del Governo. Il presidente del Consiglio viene blindato a Palazzo Chigi e dotato dei poteri decisivi in ordine alla formazione, al funzionamento e alla cessazione del Governo. Il punto è che si tratta di un obiettivo indesiderabile, frutto di una lettura distorta dello stato di salute delle nostre istituzioni costituzionali. Il problema oggi evidentissimo non è la debolezza del Governo, ma del Parlamento. È il principio rappresentativo a essere in crisi, non quello esecutivo. Il Governo è oramai talmente forte da aver acquisito a sé anche il potere legislativo: secondo i dati, la principale fonte del diritto operante oggi in Italia non è la legge, ma il decreto-legge.

In questo, Renzi palesa un’incapacità di lettura della realtà analoga a quella della gran parte dei politici e dei commentatori italiani. Come non capire che rafforzare ulteriormente il Governo, in un sistema partitico plurale, significa irrigidire il sistema, rendendolo incapace di assorbire e gestire la dinamica politica sottostante, che inevitabilmente continuerà a produrre fratture e contrapposizioni? Con il risultato che ogni contrasto tra i partiti non si limiterà a ripercuotersi sul Governo, ma investirà il Parlamento, aumentando, anziché riducendo, l’instabilità complessiva del sistema. Un esito di cui si ha persino la controprova: un meccanismo analogo a quello ipotizzato da Renzi è stato utilizzato in Israele in tre occasioni (nel 1996, nel 1999 e nel 2001), in tutte e tre creando – dato un pluralismo partitico analogo a quello italiano – una situazione in cui il premier eletto non godeva del sostegno della maggioranza dei parlamentari e, dunque, pur investito dal consenso popolare, non poteva nei fatti governare.

Sarebbe il caso di prendere finalmente atto della realtà e comprendere che cercare di dare una risposta giuridica – tramite la modifica della Costituzione – a un problema politico – la crisi dei partiti – è, nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità controproducente. Il problema nasce dai partiti ed è ai partiti che occorre tornare: per rafforzarli e consentire loro di riprendere a operare come strumenti di integrazione sociale. Oggi, al contrario, sono strumenti di disgregazione sociale: e ancor di più lo saranno qualora dovessero divenire realtà le proposte volte al rafforzamento dell’esecutivo.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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One Comment on “E poi c’è Renzi…”

  1. Al solito una lezione di Diritto Costituzionale da custodire nel proprio archivio. Unico neo legare questa splendida lezione al…..nulla regalandogli il palcoscenico. “Parlate pure male di me, purché ne parliate”. L’obblio sarebbe l’unico strumento degno per il ……nulla!

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