L’Italia sospesa tra una destra brutale e un morto che cammina

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Stamattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor. Anzi, due se proprio vogliamo dir tutta la verità. E forse è opportuno dirla, questa verità che per pudore o per timore da un po’ di mesi cerco di trattenere nella bocca. Ma andiamo con ordine.

Il primo invasore che ho trovato stamattina, leggendo le prime pagine dei giornali, ha un nome e un cognome e, per certi versi, chiarisce molto su quali siano le reali minacce che i governi di destra stanno tenacemente – e in ogni parte del mondo – concretizzando. Si chiama Elon Musk e lo conosciamo tutti. E lo dichiaro pubblicamente: è lui il mio avversario ed è in lui che si incarna la verità sulla destra internazionale che viene, che è già giunta tra noi. Perché incarna un conservatorismo che non ha nulla di tradizionale: è un uomo che crede nella famiglia come un bene di consumo, che non escluderei in futuro possa immaginare persino di concepire figli con un’IA come partner (lui si divertirebbe, mi sa. Io mi annoierei, ma sono dotato di scarsa fantasia). Così, solo per realizzare anche questo suo desiderio di mercificare il mondo. Tutti quelli che lo ammirano e molti di quelli che lo disprezzano convengono nel riconoscergli d’essere un “visionario”. E ogni volta io penso a Kant e ai sogni di un visionario che aveva in uggia. Ai suoi tempi era visionario chi credeva in un mondo fantastico ma senza fondamento. Chi credeva nelle idee metafisiche, in Dio, nell’anima. Chi è il visionario oggi? Colui che crede – fortissimamente crede – che non vi sia altro mondo che non sia quello in cui tutto è merce e tutte le relazioni sono mercificate. Anche questo un mondo fantastico e, fino a prova contraria, senza fondamento. La sua fantasia non ha a che fare con l’anima, ma con l’idea che tutto – persino ciò che sta negli spazi siderali – possa essere trasformato in bene di consumo e possa essere occasione di profitto. Questo sogno glaciale è l’unico che dà diritto a esser riconosciuto come un visionario in questo tempo disgraziato (nel senso letterale del termine: che ha scelto di non credere più alle sciocchezze della grazia per credere soltanto alla fantasia onnivora e feticista del denaro che trasforma tutto in occasione per se stesso), che giustifica il paradiso degli ultra-capitalisti e legittima l’inferno dei viventi, di quelli così presi dal salvare qualche residuo di tempo non oppresso da non avere più né sogni né fantasie. Se lo meritano, questi poveretti a cui nessuno concede nemmeno il tempo di fantasticare.

Provo per Musk lo stesso ammirato disprezzo che provava Schmitt per i propri nemici. Perché non perde tempo a fingere di essere ciò che non è. Il suo conservatorismo è brutale nella sua essenzialità: si tratta di conservare il mondo così com’è, nei suoi privilegi e nelle sue subalternità. Non ha tempo per la tradizione, ma solo per l’ulteriore arricchimento dei ricchi e la irreparabile discesa agli inferi dei poveri. La povertà è tornata una colpa – d’improvviso duecento anni di modernità sono stati cancellati – e al riccone tocca sorvegliare i colpevoli ai confini del suo paese (ma poi non era il suo paese, il confine dove Musk è volato qualche tempo fa a favore di telecamera per capire come fermare i poveri. O forse il suo paese è ormai l’unico paese che ha sovranità su questo mondo, il mondo dei ricchi e il suo confine dove attendono coloro che potranno attraversarlo solo se servono, se accettano d’essere ciò che sono, servi di questo mondo).

Lui è il mio avversario perché non è ipocrita come i nostri politici che ci costringerebbero a stare dentro relazioni sociali che loro per primi non si sognerebbero mai di coltivare. E che la buttano sempre in caciara con la complicità degli altri che ci cascano. E al 18 dicembre invece di inchiodarli sulla finanziaria drammatica che sta per arrivare, preferiscono discutere su Chiara Ferragni. Il politico italiano è così, questo è l’unica maschera che gli tocca per recitare: si costerna, s’indigna, s’impegna. Su Chiara Ferragni. Il 18 dicembre di un anno che si chiude con una finanziaria che si occupa di togliere quel po’ di protezione lasciata in elemosina ai poveri sempre più poveri e ad accelerare la morte della sanità pubblica, per limitarci a due esempi. Musk non serve a unire quel pazzo di Milei con la Meloni. Serve piuttosto – con la sua ostentata indifferenza verso ogni facciata borghese per predicarci l’essenza economica del mondo che verrà, dell’oppressione che verrà – a smascherare la Meloni per scoprire che dietro la sua faccia così tanto italiana c’è la selvaggia ed elementare ferocia di Milei. «La prosperità è in vista»: così ha commentato Musk il risultato delle elezioni argentine. Dal suo punto di vista ha ragione. La prosperità è in vista per i già prosperi. Ma questo è ciò che attende non solo gli argentini, ma anche gli italiani. Tutti uniti da Musk, anche se in Italia abbiamo una destra ipocrita, che nasconde dietro la sua caciara quotidiana la faccia cattiva di Milei e di Musk. Non è la Meloni il mio avversario. Semplicemente perché la Meloni non esiste, è solo un trucco per occultare Musk e la sua prosperità e il suo schiavismo. Un trucco per nascondere la violenza economica che domina e definisce i nostri rapporti sociali, mentre i nostri talk show politici parlano e parlano e parlano di tutt’altro e tutt’altro e tutt’altro.

Ma non basta questo invasore. C’è n’è un altro che stamattina si concede alla luce delle telecamere. Ha un nome, certo. Si chiama Partito democratico. Convocati dalla Schlein, veniamo così a sapere che il suo Pantheon ospita Prodi, Gentiloni, Letta. Qualcuno evoca addirittura Renzi, con nostalgia. Che roba politicamente trionfante, questa nostalgia. Niente, hanno resistito un anno all’opposizione per giungere alla fine a capire che l’unica linea politica che li tiene insieme è la nostalgia per i bei tempi andati in cui si governava infliggendoci tutte le riforme che hanno spianato la strada a Musk e a quel suo barbatrucco di Meloni. Che il Partito democratico sopravvive non se rompe col suo passato e con i suoi errori, ma se li celebra con orgoglio. Qualunque cosa possano dire Prodi, Gentiloni e Letta – e capita pure a loro di dir cose giuste, del resto un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno – immagino le masse dei disperati, dei poveri, di coloro che hanno finito con l’odiare la sinistra avere un moto di rabbia. Per il fatto stesso che la dicano loro, quella cosa giusta è già sbagliata. Lo confesso, di fronte a tutto ciò ho quasi nostalgia dell’antipolitica. Di quella cosa dannosa che provava però a urlare la rabbia, a organizzarla. Al suo posto abbiamo solo questo educato ritorno della politica impolitica, tutta presa dalla bava alla bocca del potere e disinteressata alla società e alle sue trasformazioni possibili. In tanti – e anche io tra questi – hanno sospeso il giudizio sperando in una resurrezione, affidando alla Schlein un compito che appartiene alla cristologia. Era decisamente troppo e la colpa è nostra, non sua.

Due invasori ho trovato stamattina. Uno aveva la faccia infernale della destra vera, quella che sta egemonizzando il mondo con la bruta essenza economica che domina i nostri rapporti sociali, e che in Italia viene così spesso dissimulata. L’altro la faccia consumata di un progetto che è morto e che continua a credersi vivo. Ma nessuna resurrezione è possibile, in questo mondo. Questa è la verità. Il Partito democratico è morto, il volto che gli resta è ormai solo quello di un invasore.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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One Comment on “L’Italia sospesa tra una destra brutale e un morto che cammina”

  1. Grazie per questo articolo reso con prosa forbita e godibile. I fatti purtroppo smentiscono la considerazione di fondo, ossia: “Né il Partito democratico, né la sinistra democratica diranno alla gente: «Vedete, il vostro problema è che negli anni Settanta siamo stati tra i fautori di un processo di finanziarizzazione dell’economia e di svuotamento del sistema produttivo. Per questo il vostro salario e il vostro reddito ristagnano da trent’anni, mentre la ricchezza prodotta rimane nelle tasche di pochi. Tutto questo è il frutto delle nostre politiche».” [Noam Chomsky]
    Ancora: “Negli Stati Uniti vi e’ un partito unico, il partito del business. E’ suddiviso in due fazioni denominate Repubblicani e Democratici i quali, pur con narrazioni alquanto diverse, perseguono solo gli interessi delle elite finanziarie ed imprenditoriali.”
    “Se una società ruota attorno al potere esercitato dalla ricchezza privata, è inevitabile che ne assorba i valori, ossia l’avidità e il desiderio di ottenere il massimo guadagno personale a spese degli altri. Ora, se a fondarsi su quel principio è una società globale, allora essa punta dritto verso la distruzione di massa».
    Tutti i politici oggi imposti nelle liste blindate da far approvare alle elezioni farlocche perseguono solo gli interessi dei potentati economici.

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