Se il femminicidio è un tabù linguistico

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Quest’anno abbiamo forse assistito alla nascita di un nuovo genere letterario, quello delle omelie dei funerali in diretta televisiva. La loro analisi linguistica potrebbe diventare un nuovo genere di critica letterario-sociologica, visto che ci racconta cose molto interessanti riguardo alla cultura che le produce e poi addirittura le diffonde in forma integrale a mezzo stampa. Ad esempio, qualche mese fa, ai funerali di Stato di Silvio Berlusconi abbiamo assistito al trionfo dell’anfibologia, figura retorica dell’ambiguità, utilizzata in modo così sapiente che c’è chi ha potuto interpretare l’omelia come una celebrazione del defunto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/06/19/unomelia-fuori-luogo/) e chi, al contrario, come una severa reprimenda.

Invece nei giorni scorsi, ai funerali di Giulia Cecchettin, ha prevalso nettamente l’eufemismo, «che consiste nel sostituire, per scrupolo morale, per riguardi sociali o altro, l’espressione propria e usuale con altra di significato attenuato» (Enciclopedia Treccani).

Infatti, non solo la parola “femminicidio” non è mai stata pronunciata, ma neppure la più generica “omicidio” e i suoi sinonimi. Al loro posto una serie di giri di parole, talvolta almeno connotati negativamente («l’immane tragedia», «negazione della vita»), anche se a volte smorzati dall’uso della metafora («il tronco ferito e spezzato della nostra umanità», che tra l’altro si allontana dal caso singolo, generalizzando attraverso quel “nostra”). Invece nella frase «il volto di Giulia è stato sottratto alla nostra vista», l’eufemismo non è solo nella scelta del verbo “sottrarre”, ma anche nella forma passiva, che permette di eludere l’esplicitazione del soggetto che ha compiuto quest’azione. Quasi altrettanto spesso, inoltre, viene addirittura scelto un termine neutro, che potrebbe essere riferito tanto a un evento negativo quanto a uno positivo: «quello che abbiamo appreso»; «la conclusione di questa storia»; «quanto abbiamo visto». Infine, solo una volta compare l’espressione più semplice e diretta, «la morte di Giulia», che però, priva di un aggettivo che ne connoti la natura violenta, è anch’essa un’espressione eufemistica, che viene ulteriormente annacquata dal suo inserimento in un insieme più ampio e indifferenziato (comprendendo anche gli uomini come vittime, fra l’altro): «di fronte alla morte di Giulia ma anche a quella di tante donne, bambini e uomini sopraffatti dalla violenza e dalle guerre».

Anche l’espressione “violenza sulle donne” è un tabù, ma quello che stupisce è che lo è anche la parola “donna”, che, oltre all’esempio appena citato, appare solo due volte e, per l’appunto, mai da sola, ma sempre in coppia con la parola “uomo”: «una società e un mondo migliori, che abbiano al centro il rispetto della persona (donna o uomo che sia)»; «insegnaci, Signore, la pace tra generi, tra maschio e femmina, tra uomo e donna». Quest’ultima frase mette bene in luce come questo abbinamento uomo-donna sia finalizzato a leggere in modo eufemistico la violenza come semplice contrasto, la cui responsabilità, quindi, implicitamente ricade su entrambi gli attori in gioco. Al posto della parola “donna”, poi, altrove viene usata l’espressione “i più deboli”, che da una parte riprende lo stereotipo del sesso debole, e dall’altra, ancora una volta, annacqua il concetto, utilizzando una categoria più ampia: «le piazze, le aule universitarie, i palazzi, le nostre case possono certo diventare quei luoghi dove poter difendere i diritti dei più deboli». Sulla stessa linea, l’uso del neutro “persona”, già visto anche in un precedente esempio: «acquisire strumenti che nobilitano la vita delle persone, soprattutto delle più deboli e fragili»; «quei contesti sociali e quelle reti in cui le persone siano valorizzate in quanto soggetti».

Senza addentrarsi nei contenuti dell’omelia, anche solo le scelte lessicali rivelano quindi una ostinata e capillare volontà minimizzante, di fronte alla quale mi viene in mente una sola osservazione. È una citazione tratta dalla Passione di santa Giustina, la santa titolare della basilica padovana dove questo funerale si è svolto. Nel racconto agiografico Giustina è una ragazza giovanissima, pugnalata al petto per aver osato affermare la sua volontà contro quella di un uomo, l’imperatore romano Massimiano. Nella sua Passione sta scritto, riprendendo un passo evangelico: «Se voi tacerete, le pietre grideranno». In questa occasione, di fronte all’eufemismo che è, di fatto, una forma di silenzio, per chi ha saputo ascoltare ha invece parlato non una pietra ma un tela: l’enorme pala di Paolo Veronese che si trova presso l’altare della basilica, e che raffigura proprio, in tutta la sua scandalosa ingiustizia, la morte violenta della giovane e innocente Giustina.

Nella homepage, Paolo Veronese, Martirio di Santa Giustina, 1575, Abbazia di S. Giustina, Padova

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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2 Comments on “Se il femminicidio è un tabù linguistico”

  1. Grazie, Francesca Marcellan! bravissima e acuta l’analisi dei linguaggi delle omelie, e straordinaria la ripresa esemplare della storia di Santa Giustina, nella narrazione e nel dipinto del Veronese.
    Vincenzo Cottinelli

  2. mi complimento per la finezza dell’analisi, nonchè lo sguardo prospettico che si nutre a mio avviso di una matura consapevolezza femminista. Di questo ha bisogno il nostro paese per quella cultura della dignità delle donne e della reciprocità tra uomini e donne. Paola Cavallari, fondatrice dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (OIVD).

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