Segnali di vita a sinistra?

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Franco Battiato li chiamerebbe “segnali di vita”. Non si colgono solo nelle case e nei cortili, ma anche nelle pubbliche piazze. Buona notizia, si direbbe. È il fatto che parte di questo paese torni a mobilitarsi e che di queste mobilitazioni la sinistra parlamentare non se ne vergogni, ma anzi provi a esserci. Certo, dopo anni d’incomunicabilità, se le cose stanno davvero così non possiamo che riconoscerle e accoglierle con piacere: la politica sta cercando di rompere i gradi di separazione che nel corso del tempo hanno costruito uno steccato tra essa e la società organizzata. Gradi di separazione – la cui origine si può far risalire addirittura a Genova 2001 – che hanno portato anche da noi all’emergere di una democrazia della diffidenza, in cui il rapporto tra i rappresentati e i loro presunti rappresentanti si è deteriorato reciprocamente. Da un lato la diffidenza dei partiti che si sono trasformati in oligarchie e con snobismo hanno pensato al popolo come qualcosa da cui difendersi o, nel migliore dei casi, da correggere ed emendare. Dall’altro lato quella dei movimenti sociali, i quali hanno fatto del loro disincanto un principio antipolitico, smettendola non solo di collaborare ma persino di sperare che vi possa essere una costruzione credibile della rappresentanza.

So bene che, per citare quel gran saggio di Trapattoni, non bisogna dire gatto fin quando non è nel sacco. E, come si vedrà tra un attimo, non mancano elementi di scetticismo che è necessario segnalare. Ma personalmente mi sono stancato di scrivere con l’attitudine d’un decostruttore che spesso corteggia il cinismo: se la sinistra ci manca come ci manca l’aria, forse ci si può accontentare anche di una semplice bombola d’ossigeno, per cominciare. Eppure le cose non sono così semplici e non possiamo per l’ennesima volta urlare che “la sinistra sta tornando”, come pure ci piacerebbe fare. Perché questi tenui segnali di vita si possono facilmente adombrare col fumo dei pretesti contingenti. Ne cito tre. Il fatto che alcuni partiti stiano approfittando dell’opportunità che proviene da ciò che più di tutto li ha fatti disperare, cioè esser finiti all’opposizione dopo un ampio decennio in cui hanno giustificato qualunque macelleria sociale stando al governo. E ancora: la necessità di colmare il vuoto culturale e politico dei partiti appoggiandosi così a ciò che si muove al di fuori di loro. Infine, il pretesto più ovvio: tra otto mesi scarsi arrivano delle elezioni che, nella prospettiva tutta interna ai partiti, saranno determinanti non tanto per l’Europa quanto per regolare i conti interni alle correnti perennemente impegnate dalle loro guerre intestine.

Tutte argomentazioni inoppugnabili ma per così dire troppo contingenti. Che la politica “si ricordi” dei conflitti sociali per utilizzarli a proprio vantaggio è cosa antica quanto la politica e i conflitti sociali. Ci sono piuttosto dei motivi più profondi e meno umorali su cui val la pena riflettere. Sono motivi che si possono osservare con uno sguardo che a me pare sempre più necessario e che definirei come capace di restituire non solo una cronaca, ma una vera e propria “storia del tempo presente”. Anche la sinistra politica si è fatta per decenni incantare da stati di eccezioni e ripetuti inizi. Come se l’emergere di un nuovo leader segnasse ogni volta il punto zero della storia. Ecco, io non credo che la novità della Schlein, l’assertività un po’ virile di Michele Santoro o persino l’appena annunciato ritorno del redivivo Vendola (ritorno che mi fa repentinamente cambiare idea e tornare con orgoglio a vestire i panni del decostruttore cinico, per cui mi limito al silenzio) possano modificare una traiettoria che si spiega e si corregge solo con la pazienza con cui si possono elaborare i processi culturali.

E dunque, dal mio punto di vista questi segnali di vita sono soltanto dei semi, che vanno curati affinché possano attecchire su di un campo da troppo tempo incolto. E questo campo si cura se si affrontano chiaramente due questioni culturali, una di metodo e una di merito.

La prima questione è legata al ruolo e alla funzione della rappresentanza politica e dei partiti in particolare. Che nel loro partecipare alle piazze non mi pare stiano riflettendo con la dovuta responsabilità su cosa vogliono essere da grandi. Lo dico più chiaramente: se la convinzione è quella di poter far risorgere la sinistra accettando l’unica forma partito che è rimasta in eredità, non ci sono segnali di vita che ci salveranno da un’ennesima esperienza di morte. Schlein, Santoro, Vendola, per non parlare di Conte: tutti leader – quasi tutti maschi e non proprio giovanissimi – che tengono molto al loro essere tali e che non hanno la minima intenzione di spendersi per progettare e creare un partito la cui forma non sia quella annichilita che ci portiamo dietro come eredità della seconda repubblica. Un partito fatto di un leader, di dirigenti pronti a cambiare idea come cambia il vento e di un’ossessione comunicativa che ha sostituito la costruzione culturale. Mi è capitato in questi giorni di leggere una citazione del 1986, quando la sistemazione neoliberale della politica che adesso è dietro le nostre spalle come un incubo era ancora davanti agli occhi come una speranza. Sono parole di Angelo Bolaffi, ma davvero le avrebbero potute scrivere tutti i grandi demolitori della sinistra, sia politici sia intellettuali: «un partito che governa non ha bisogno di strutture eternamente fisse, di istanze e gerarchie intermedie, non ha bisogno di 6000 cellule, di 12000 sezioni, di comitati di zona, di comitati cittadini, di federazioni. Ha bisogno di comitati elettorali per la raccolta del consenso, ha bisogno di agenzie pubblicitarie per la diffusione dell’immagine e dei messaggi, senza vincoli dottrinari». Un programma di trasformazione della forma del partito che è stato ampiamente attuato. Con un lieve effetto collaterale: la completa scomparsa della sinistra politica. Ecco, nessun partito potrà rappresentare davvero i conflitti sociali se non si assume la sfida di inventare un’altra forma di se stesso. Una forma che diventa sostanza e che non si illude di sostituire la cultura con la comunicazione, l’egemonia col consenso, la politica con la tecnica, l’autorevolezza delle idee con l’autorità di un leader.

Vengo così alla questione di merito. Stare dentro le piazze è un ottimo segno, ma la sinistra politica non può limitarsi a inseguire il lungo elenco di misfatti sociali che ci è dato di vivere né a cercare una sistemazione razionale che attenui le diseguaglianze causate da questi misfatti. Anche qui cerco di essere ancora più chiaro: se un ruolo ha la politica non è quello di scrivere un attuale cahier de doléances, ma di fare una sintesi capace di unire i puntini e di costruire un’altra egemonia. Una politica di sinistra non deve inseguire la storia, deve essere così presuntuosa da andare contro di essa, deve volere la luna. Se ci limitiamo invece ad accorrere dove si apre un fronte, allora sperimenteremo ancora l’impotenza di un elenco che si fa ogni giorno più vasto, più drammatico, più disperato. Sta in questa presunzione il deserto della sinistra contemporanea. I movimenti sociali indicano i conflitti, ma la sintesi non può che essere politica. Ho nominato un termine antico e prezioso, egemonia. Ma c’è sempre un tratto dimenticato dell’egemonia. Essa non si può formare dal nulla, ma si istituisce per contrarietà, contro un’altra egemonia. È questo il punto fondamentale: non c’è costruzione dell’egemonia senza conflitto con ciò che rappresenta l’egemonia del tempo presente. Per questo si tratta di abbandonare quella presunzione per cui si può essere di sinistra senza sollevare conflitti con le idee dominanti.

Ecco, il mio timore più grande è che si stia seguendo una strada incoraggiante – dopo aver camminato all’indietro per decenni – ma impotente. Sta ai partiti di sinistra scegliere se limitarsi alla litania infinita delle occorrenze del cahier de doléances oppure se sfidare innanzitutto se stessi a partire dalla necessità di pensare la contesa per l’egemonia come una lotta o un conflitto. Il che implica, almeno dal mio poco autorevole punto di vista, cercare di intuire quali siano i fronti sociali che permettano di opporre un’universalizzazione nuova a quella dominante. Se dovessi velocemente indicarli, probabilmente ne segnalerei tre.

Il primo è la disputa sulla violenza del patriarcato. Anche in questo caso bisogna evitare di leggere il presente con gli occhiali della cronaca e indossare quelli della storia del tempo presente. È evidente che questa disputa può essere normalizzata, se la violenza del patriarcato viene dissociata dalla sua pianificazione e sistemazione ideologica che definiamo capitalismo contemporaneo. Di nuovo, mi pare che la cifra culturalmente discriminante sia capire se una lotta sta creando conflitto o sta creando un unanimismo sospetto. Sentire esponenti del Partito democratico rivendicare con orgoglio il fatto che “su queste battaglie non c’è differenza tra sinistra e destra” mi sembra esattamente l’evidenza di questa normalizzazione in atto. Qualcuno mi dirà: “è sgradevole marcare la differenza anche in queste occasioni”. Io risponderei come ho già scritto: sarà anche sgradevole, ma è necessario (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/22/femminicidi-qualche-riflessione-scomoda-ma-necessaria/). Non c’è egemonia senza conflitto con l’egemonia presente. E se non si ostenta il conflitto, si rinuncia all’egemonia e si rimane placidi sorveglianti della razionalità politica dominante.

Il secondo fronte è quello della guerra e della pace. Anche qui però non è sufficiente l’evocazione strategica della pace contro l’ordine mondiale fondato sulla guerra. Non si può fare della pace un’occasione di egemonia se non si costruisce un epos della pace. Non si può essere per la pace disprezzando i pacifisti e la nonviolenza. Perché la guerra armata attecchisce in un mondo che è sedotto dall’epos della guerra, una guerra simbolica, interiore, sociale, economica, di genere. La guerra non è solo la guerra, è la forma del mondo. Proprio perché l’epos della guerra è così radicale, è molto più semplice proporre progetti che si fondino non sull’epos della pace, ma sul richiamo a una pace come reazione strategica a quelle guerre su cui siamo in disaccordo, in continuità del resto con buona parte della storia della sinistra. Si ritorna di nuovo alla divergenza tra consenso ed egemonia. Nel breve termine, questi progetti potranno ottenere un po’ di consenso, ma non produrranno egemonia.

Il terzo fronte è la riforma fiscale e in genere le riforme economiche. Come è noto è quello su cui si preferisce tacere, perché non si deve disturbare il buon senso dell’egemonia attuale. Che al limite permette variazioni per attenuare le diseguaglianze, non molto di più. E infatti i partiti di sinistra scelgono il silenzio quando devono rivendicare pubblicamente provvedimenti che siano sostanziali. Ne cito soltanto due: una ragionevole patrimoniale e un deciso investimento che vada nella direzione di internalizzare e pubblicizzare servizi, ridimensionando sostanzialmente la predazione dei privati e non limitandosi dunque a una battaglia difensiva. Perché è più facile tornare nelle piazze piuttosto che pretendere a favore di telecamere la patrimoniale? Esattamente per il motivo per cui bisognerebbe fare il contrario: perché quest’ultima pretesa produrrebbe un conflitto, mettendo in discussione ciò che non si può più mettere in discussione.

Insomma, buone notizie. Ma la sinistra politica deve finalmente scegliere a cosa tiene: alla normalizzazione o al conflitto? Vuole sfidare la storia o vuole semplicemente approfittarne e, ancora una volta, affidarsi esclusivamente alla propria volontà di governare?

Post scriptum. Non escludo che vi siano altri argomenti che possano aggiungersi o sostituire i tre che ho citato. Si tratta però di mantenere saldi tre criteri formali. Il primo è che siano temi che toccano direttamente la sensibilità delle persone, oltre che la loro esistenza concreta. È per questo che ho omesso sia l’autonomia differenziata sia la riforma costituzionale: non perché non siano altrettanto dirimenti e non abbiano conseguenze irreversibili sulla vita quotidiana, ma perché si presentano come cose da specialisti e non riescono probabilmente a intercettare facilmente la vita sensibile. Il secondo criterio è la solita autorelativizzazione. Ognuno è legittimamente portato a ritenere che la propria sfera d’interesse sia alla fine dei conti quella più rilevante per tutti. In realtà andrebbe condotta un’analisi mettendo tra parentesi proprio le cose che ci interessano individualmente. L’egemonia è universalizzazione di un particolare, non del nostro particolare. Il terzo è che l’elenco si può allargare, ma non troppo. Altrimenti non è più un tentativo di sintesi, ma di nuovo un interminabile cahier de doléances.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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