Requiem per i diritti

Dalla bozza del disegno di legge di bilancio al genocidio dei palestinesi a Gaza, cosa resta dei diritti?

Dopo la libertà personale a pagamento, appare la salute a pagamento: la libertà personale a un migrante, un richiedente asilo, costa 4.938 euro; la salute per chi non è cittadino, 2.000 euro. E, poi, liste di attesa, “turismo sanitario”, pronto soccorso al collasso ci raccontano dello smantellamento di un servizio sanitario che dovrebbe agire secondo i criteri dell’universalità e dell’uguaglianza: i processi di definanziamento, aziendalizzazione, apertura al privato convenzionato hanno svuotato la sanità pubblica (per tacere della regionalizzazione e dello spettro dell’autonomia differenziata). Invece di invertire la rotta, di dare ai diritti piedi che consentano loro di camminare saldamente sulla terra, si affaccia una concezione censitaria: si afferma esplicitamente, iniziando – ça va sans dire – dagli stranieri, che la salute è un diritto “se si paga”. È una mercificazione dei diritti, in linea con il paradigma dominante del neoliberismo: nuovi spazi per il profitto e riduzioni del terreno dei diritti.

I diritti non sono proclamazioni astratte, ma vivono attraverso la loro concretizzazione; si muovono sul piano dell’effettività; sono incardinati nella materialità dei conflitti storicamente esistenti. La mancata attuazione del diritto è, quindi, particolarmente paradossale per una Costituzione che nel suo cuore (l’articolo 3) prevede di considerare il “fatto” per rimuovere gli ostacoli nella prospettiva di un realismo emancipante. Il diritto che mira a garantire l’eguaglianza è rovesciato nel suo opposto, diviene specchio della diseguaglianza. Non si rimuovono gli ostacoli in un processo di trasformazione sociale ma si cristallizzano, e implementano, le discriminazioni che discendono dalle condizioni sociali ed economiche.

I 2.000 euro per la salute non sono che la punta dell’iceberg di politiche che, da tempo, hanno rinunciato all’emancipazione sociale, sostituendola con la colpevolizzazione, la criminalizzazione e la ghettizzazione (dal daspo urbano alle misure del “decreto Caivano”, per restare agli ultimi anni). Né è un barlume di politica sociale la previsione di bonus per gli asili nido dal secondo figlio, nulla di più che un provvedimento identitario all’insegna del conservatorismo; mentre l’austerità, al più attenuata nel segno di un welfare neoliberale, con soggetto le imprese, sottrae risorse alla democrazia sociale e dimentica la necessità di intervenire contro il riscaldamento climatico. La garanzia dei diritti sociali è surrogata dai bonus, da benefici legati alla velocità del click: pallidi ammortizzatori sociali e non politiche emancipatorie.

E che dire dei diritti di libertà e del pluralismo della democrazia? La repressione chiude lo spazio politico e punisce ogni divergenza dal pensiero unico: dalle manifestazioni per la Palestina vietate alla censura (Moni Ovadia, Patrick Zaki, il premio cancellato di Adania Shibli, il ritiro del visto all’attivista Mariam Abudaqa, l’attacco al segretario Onu Guterres) all’abuso del diritto penale contro chi dissente.

Non solo: sono i diritti umani in sé a soccombere. La tragedia che si sta consumando a Gaza suona un requiem per i diritti, un requiem pervaso di angoscia al pensiero di chi è rinchiuso in una prigione a cielo aperto, senza più nulla, con il rischio continuo di morire e di veder morire. Quando il diritto alla vita, alla salute, all’acqua, al cibo, di un popolo è sacrificato sull’altare di una punizione collettiva, in spregio al nucleo minimo del diritto, il diritto umanitario in tempi di guerra, inderogabile anche durante la violenza bellica, è la fine dell’universalità dei diritti, dell’umano. A Gaza i valichi sigillati chiudono dentro, le politiche migratorie ci restituiscono l’immagine di frontiere che chiudono fuori: in entrambi i casi sono confini che negano diritti e uccidono.

I diritti, perdendo universalità, eguaglianza, inclusività e solidarietà, così come ogni senso di empatia, degradano in privilegi. L’ambiguità dei diritti, veleno e cura, strumento di emancipazione ma anche di dominio, si dissolve: confini e distinzioni ne distruggono il senso emancipante e li riducono a vuota retorica, quando non mezzo per legittimare sopraffazione ed esclusione. Non riconoscere i diritti umani ad alcuni introduce una disumanizzazione che si riverbera su chi nega il riconoscimento, non esiste dignità umana se non sulla base di un reciproco riconoscimento; così come uno Stato che non rispetta i diritti, e il diritto, perde ogni possibilità di definirsi democratico, e la comunità internazionale, che non condanna crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale, da chiunque siano commessi, perde ogni credibilità.

I diritti senza uguaglianza, mercificati, ridotti a vuota retorica, a livello nazionale come internazionale, sono strumenti di potere. Occorre recuperare il loro essere contro il potere, il loro senso egualitario ed emancipatorio, ricordando che non sono graziose concessioni ma nascono – e vivono – nei conflitti.

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: "L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?", Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto", Torino, 2018; "La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto", in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; "Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo", in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; "Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione", in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.

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