Fascismo 2.0: la crudeltà come metodo di governo

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Non ricordo nemmeno più quante cose mi sono accadute nei miei ultimi 18 mesi. Quante cose ho vissuto. Se mi volto a osservarli, mi pare davvero un’eternità. Un’eternità riempita di vita. Mi sono goduto mio figlio, ho incontrato il dolore e sono stato curato (più o meno) in qualche stanza di un ospedale pubblico, ho condiviso con colleghi progetti lavorativi dentro cui ho cercato di riconoscere le mie passioni, come tutti. Come quasi tutti. Se mi dovessero chiedere cosa ho fatto nei miei ultimi 18 mesi non risponderei semplicemente che sono stato vivo, ma racconterei ciò di cui ho vissuto. Ecco, anche rischiando la retorica, quando ci riferiamo alla minaccia della Meloni – lanciata in videomessaggio universale – di sequestrare nei campi di detenzione i migranti mediterranei per 18 mesi dobbiamo innanzitutto uscire dall’assuefazione cognitiva cui siamo ormai precipitati. Quella forma di alienazione del nostro sentire per cui tutto ciò che è argomento di discussione politica ha lo stesso grado di irrealtà delle fiction televisive. Politica spettacolo, la chiamano. E se ascolto i protagonisti degli infiniti talk show politico-televisivi, sembra infatti che parlino di vite fittizie, non di carne e ossa.

Proviamo a immaginarli, 18 mesi. E vedremo che non riusciremo a immaginarli senza la vita di cui sono stati riempiti. Un fermo immagine di esseri umani ridotti alla nuda vita, come direbbero i filosofi veri (che l’universo concentrazionario lo sanno denunciare con rigore solo quando limita la loro beata vita salottiera per via della pandemia, non quando riguarda quelli che nei nostri salotti non vedremo mai). Un fermo immagine che però non dura un solo istante, ma un tempo infinito. Per buona parte dei commentatori e anche, temo, per i politici di governo quel fermo immagine è nient’altro che un contrattempo, più o meno come i buffering che interrompono gli streaming delle nostre serie tv o delle nostre partite, di ciò che riempie e anestetizza le nostre coscienze complici di una persecuzione. Ancor meglio: è contemporaneamente un’emergenza e un contrattempo. Il governo si affanna a chiamarla emergenza perché non è in grado – anche grazie a un’Europa che somiglia a una maledetta trappola neoliberista più che a una speranza di civiltà – di scrivere uno straccio di finanziaria decente e ha bisogno di spostare l’attenzione dalle mille emergenze che dovrebbe ma non vuole affrontare. E subito i protagonisti dello spettacolo autoreferenziale che chiamiamo “opinione pubblica” si affannano a seguire le priorità dettate dal governo. Niente più salario minimo, niente più lo scandalo di una trattativa con l’Europa affinché le spese militari di sostegno all’Ucraina non siano conteggiate nel patto di stabilità (non le spese della sanità, dell’istruzione, della prevenzione ambientale, della lotta alla povertà ecc.), niente più sulla marcia indietro rispetto alla misura quasi simbolica nei confronti delle Banche. Funziona così e ormai dovremmo saperlo: quando ci sono delle emergenze davvero insostenibili, è allora che è preferibile cambiare il centro della percezione pubblica. Meloni ordina, l’opinione pubblica esegue frettolosamente. E se tutto questo comporta dei contrattempi che riguardano la vita concreta di esseri umani, va bene lo stesso. Quei contrattempi non sono altro che vite da sacrificare sull’altare dell’irresponsabilità delle classi dirigenti.

Quando si parla di libertà personale ci riferiamo precisamente alla libertà di ciascuno di dare forma alla propria vita. L’annuncio della Meloni non solo è incostituzionale e disumano, ma ci permette di comprendere la centralità di una categoria che dovrebbe preoccupare soprattutto i tanti antifascisti riluttanti che abitano questo Paese: la crudeltà delle politiche del governo (ci ritornerò alla fine). Che cosa resta di una persona quando le è impedito di dare forma alla propria vita per 18 mesi? Che non ha nulla da raccontare quando deve raccontare di sé. Per noi persone normali e che viviamo una vita borghese, anche se non accettiamo che ce lo dicano, non è facile empatizzare con questa condizione. Comprenderla fino in fondo. A meno di non essere finiti in carcere (ma figuriamoci, siamo così borghesi che ci vergogniamo persino di prendere una multa per eccesso di velocità), non ne facciamo esperienza e la nostra capacità di immaginazione è già condizionata dall’esercizio della nostra libertà personale (se immaginiamo cose è solo perché siamo liberi di poterle fare). Se non quando finiamo disgraziatamente ricoverati in un ospedale. Chi c’è stato, sa cosa significa non poter muoversi liberamente, non poter decidere dei propri orari, non avere nulla da poter fare. Essere nuda vita sottoposta all’arbitro di autorità superiori. Un giorno in ospedale e noi borghesi siamo prossimi a impazzire, perché ci hanno privati della libertà di dare forma alla nostra vita.

Se non siamo in grado di immaginarli 18 mesi così, non saremo in grado di capire la responsabilità che la storia ci sta consegnando e che noi stiamo sottovalutando. 18 mesi senza che vi sia nessuna malattia che lo giustifichi. Senza che vi sia nessun reato, se non quello di essere migranti mediterranei. Non tutti i migranti sono uguali, infatti. Nell’ultimo anno sono giunti in Italia quasi 200mila profughi ucraini e – fortunatamente – abbiamo predisposto per loro un piano di accoglienza diffusa (fallimentare, ma questo è un altro discorso) e persino un contributo di solidarietà. Nello stesso tempo sono arrivati circa 120mila migranti mediterranei e li perseguitiamo perché “ci stanno invadendo”. Anzi, come scrive l’ineffabile Prodi, che sembra accanirsi nel fare danni, la migrazione “è come una guerra”, senza accorgersi di ripetere il tic della sinistra smarrita degli ultimi trent’anni: fare il cane da guardia che con la scusa di opporsi alle politiche della destra le fornisce gli argomenti migliori. No, la migrazione non è una guerra, è il tentativo disperato di sottrarsi alle tante guerre anche economiche che attraversano questa disgraziata epoca di regressione che stiamo vivendo e che sono spesso causate dal neocolonialismo economico dell’Occidente.

Ma forse è opportuno dire che le cose sono anche peggiori. Per certi versi la migrazione è peggio della guerra. O meglio, non la migrazione ma le politiche scellerate che stiamo mettendo in atto e che ogni anno si irrigidiscono sempre più. Perché la guerra è una tragica deformazione della vita, mentre queste politiche persecutorie istituiscono la privazione di ogni forma di vita. E – come la storia ha cercato di insegnare ma noi evidentemente non abbiamo capito nulla – la privazione della vita è la fine della civiltà e la rappresentazione più eloquente della barbarie.

Nelle stesse ore in cui la Meloni ha annunciato la sua svolta persecutoria, è volata da Orban per dire che bisogna «difendere Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà». Proprio così, da non crederci. Una schizofrenia dei discorsi che non ha spiegazione razionale. Difendere Dio e la civiltà nello stesso tempo in cui si nega l’annuncio del dio evangelico («è incompatibile dirsi cristiani e chiudere le porte al diverso… l’incompatibilità è strutturale» scandisce con chiarezza il cardinal Zuppi) e si calpestano le conquiste essenziali della nostra civiltà: dignità umana, habeas corpus, universalismo dei diritti, libertà personali. Gli psicologi sociali lo chiamerebbero “stato di diniego”. Il modo in cui si nega il male che si compie perché non si è in grado di reggerne le conseguenze morali. Una proiezione, un rovesciamento che può appartenere solo alla psicopatologia della politica. Anche questo ci riporta a tempi che credevamo avere superato per sempre, che non vogliamo credere possano tornare. Sono tornati, è questo il tempo.

Tutto ciò che sta accadendo ha per me un solo nome ed è quello già anticipato di crudeltà politica. Una cifra che ormai è comune a buona parte del modo in cui il potere si occupa di coloro che ne subiscono le conseguenze senza poter difendersi in alcun modo (anche perché sono stati completamente abbandonati a se stessi da ogni rappresentanza politica). Non basta togliere il reddito di cittadinanza, bisogna farlo via SMS, da un giorno all’altro e senza organizzare alcuna misura alternativa; non basta difendersi dai migranti mediterranei, bisogna punirli, criminalizzarli, perseguitarli, rinchiuderli in un campo di detenzione per un tempo sempre più esteso. Gli estremi rimedi annunciati dalla Meloni non sono più efficaci, sono solo più crudeli. È questo il punto fondamentale, temo. Penso ai tanti antifascisti riluttanti che conosco. Che mi guardano male ogni volta che evoco il fascismo per il governo Meloni e che mi spiegano ciò che già credo di sapere: che fin quando non c’è una diretta violenza politica ci saranno sempre dei gradi di separazione tra la democrazia e il fascismo, che vi sono varie forme di regimi autoritari che si possono definire in tanti modi: post-democrazia, democrazia illiberale ecc. Una fantasia semantica irrefrenabile grazie alla quale gli antifascisti riluttanti s’inventano infiniti nomi pur di non evocare la parola fascismo.

Quelli che trovano facile indignarsi di fronte al fascismo esplicito di un personaggio come Bandecchi. Troppo facile per non essere sospetto. Uno che minaccia di picchiare i propri avversari politici, che si paga la propria milizia privata. Cose che la Meloni non farebbe mai. Verissimo, non le farebbe mai, e non è detto sia una buona notizia. Non è la violenza politica lo specifico del suo governo, ma la crudeltà. Una sorta di sadismo incondizionato e senza limiti per cui gli effetti delle scelte politiche non restano all’interno dei principi laicamente sacri della democrazia che ho ricordato sopra, ma li contestano, li vanificano, accanendosi contro ogni simulacro di dignità umana e di esercizio della libertà personale. Una politica la cui crudeltà si rivela nella tentazione della privazione delle forme stesse di vita, non semplicemente della sua deformazione. Esseri umani a cui non si rende più possibile essere tali. Esseri umani fino a un attimo prima di scendere dalle barche sgarrupate dove sono stati trascinati dalla disperazione e da quelli che la Meloni stessa definisce – con ipocrita pietà – “trafficanti di esseri umani”. Basta un passo sulla terraferma e quegli stessi esseri umani diventano delinquenti da sequestrare, senza processi, senza reati, senza colpe, senza appello, senza difesa possibile. Per il solo fatto di venire da una parte precisa del mondo, di appartenere a una classe precisa di quel mondo, per cui invece che un aereo sono costretti a elemosinare una nave. Se non è razzismo questo, che altro lo è? E tutto questo, apprendiamo adesso, per 18 mesi. Un’eternità, che pure non basterà se noi non troviamo il modo per fermarli.

Mi rivolgo dunque ai miei amici antifascisti riluttanti: siete certi che la violenza politica sia peggio della crudeltà? E che la nostra coscienza ne esca pulita se combattiamo i “trafficanti di esseri umani” accettando di essere complici di “sequestratori di esseri umani”? Non credo più che a giudicarci sarà la nostra coscienza (sempre sollecita a trovare alibi e assolverci). Temo, a questo punto, che a giudicarci sarà la storia.

In homepage donne nel centro di detenzione per immigrati di Ponte Galeria (Roma)

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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