L’ispettore Callaghan a Caivano

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L’annunciato decreto-legge Caivano è un manuale. La rapida storia della sua approvazione, il clima e il contesto politico in cui è maturato costituiscono una didattica esemplare di quella politica legge e ordine contro la quale Loïc Wacquant puntava il dito: le pene e il carcere non servono a combattere il crimine, ma, prendendo il posto delle politiche inclusive di stato sociale, mirano a disciplinare i reietti della società postindustriale, i poveri schiacciati dalla spietatezza di un’economia liberista abbinata alla cultura del merito.

In questo senso, le vicende legislative di questi ultimi giorni fanno davvero lezione. Tra fine luglio e inizio agosto 2023 il Governo annuncia una proposta di modifica del piano nazionale di ripresa e resilienza che prevede il definanziamento degli interventi relativi ai progetti di rigenerazione urbana e ai piani urbani integrati, entrambi finalizzati a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale e alla riqualificazione delle periferie. In tutto, vengono meno 6,5 miliardi di euro prima destinati a quegli scopi. A subire il taglio, secondo stime Anci, sono soprattutto le grandi metropoli, in particolare Napoli e la sua cintura. Al disinvestimento sociale è seguito a ruota (meno di un mese) il dispiegamento dell’armamentario della repressione e del controllo sociale: carcere, polizia, misure di prevenzione. Questa volta, l’ennesimo pacchetto sicurezza è particolarmente arcigno perché a essere toccati sono i minori.

Da quello che si può leggere al momento – sostanzialmente, il testo del comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 49 – il decreto-legge squaderna un ampio ventaglio di misure in tema di controllo sociale e sanzioni penali, di cui basta ricordare le più rilevanti: applicabilità del Daspo urbano (divieto di accesso a determinate aree della città) ai maggiori di 14 anni; ampliamento della durata delle misure di prevenzione (ivi compreso il divieto di rientro dai comuni dai quali si è stati allontanati) e aumento delle sanzioni penali per il caso di violazione di tali misure; innalzamento delle pene sancite per i reati di porto d’armi o oggetti atti ad offendere e di spaccio di stupefacenti nei casi di lieve entità, con conseguente estensione dei casi di arresto in flagranza (non poteva mancare un capitolo di tradizionale guerra alla droga!); introduzione di una nuova tipologia di ammonimento del Questore per minori di età compresa tra 12 e 14 anni; incremento del potere di disporre misure cautelari, anche in carcere, nei confronti di minori con più di 14 anni; previsione di un autonomo delitto – punito fino a due anni di reclusione – incriminante la condotta di quei genitori che non fanno impartire ai figli l’istruzione dell’obbligo. Insomma, c’è quanto basta per ritenere che possa essere innescata, questa volta anche nei confronti dei minori, l’ennesima spirale repressiva e carcerogena.

Lo spettacolo terribile degli ultimi episodi di violenza giovanile – Caivano, Palermo, Napoli – potrebbe fare incorrere nella tentazione di condannare come retorico l’appello a investire in scuola, presidi territoriali educativi, sanitari, servizi sociali, cultura della prevenzione: meglio l’ispettore Callaghan della passione delle belle coscienze per la prevenzione. Basta mettere il naso fuori dal nostro Paese, tuttavia, per accorgersi che è proprio la politica di repressione penale dei minori a essere, allo stesso tempo, crudele e fallimentare. Gli Stati Uniti – inutile dirlo – evidenziano uno dei più alti tassi di detenzione minorile al mondo. Nonostante anche in quel Paese, almeno dal 2005, sia iniziata una seria riflessione sulla peculiarità della giustizia minorile (accompagnata da qualche timida riforma), in molti Stati non c’è un’età minima per subire un arresto e in gran parte del territorio americano possono scattare le manette – nel vero senso della parola, non si tratta di espressione figurata – nei confronti di chi ha almeno 10 anni. Tra il 2013 e il 2018 sono stati arrestati oltre 30.000 bambini sotto i 10 anni e oltre 250.000 tra i 10 e i 12 anni. Difficile da calcolare il numero degli arresti dei minori sopra i 14 anni, molti dei quali destinati a essere processati con le regole degli adulti e a essere imprigionati in carceri per adulti. Una durezza necessaria per eliminare il crimine, risolvere il problema della violenza giovanile e della vivibilità dei centri urbani? Neppure per sogno: negli USA, il tasso di omicidi tra persone in età compresa dai 15 ai 19 anni è aumentato del 91% tra il 2014 e il 2021. Ogni anno 30.000 persone rimangono uccise da armi da fuoco e un terzo della cifra complessiva è rappresentato da giovanissimi, ragazzi con meno di 20 anni, spesso uccisi per mano di altri ragazzi come loro (i dati statistici variano poco se si consultano le rilevazioni del Council on Criminal Justice o le statistiche dell’Uniform Crime Report FBI). Inutile sottolineare, poi, il dramma visibile delle sparatorie all’interno delle scuole, dei campus, delle università.

Ecco, dobbiamo sapere a cosa andiamo incontro a metterci sulla strada del pugno duro nei confronti dei minori, a invocare l’abbassamento dell’età per l’imputabilità (ora fissata a 14 anni), a buttare al macero le risoluzioni ONU sulla giustizia minorile (le c.d. Regole di Pechino) e sulla prevenzione della delinquenza minorile (c.d. Regole di Riyadh) e a dimenticare anni di pratica di giustizia minorile imperniata sul carattere transitorio della devianza giovanile, sulla necessità di evitare la desocializzazione del carcere, sull’impegno militante per il reinserimento. Con questo decreto, tuttavia, il piano inclinato è stato imboccato.

Rimaniamo per un momento sul terreno delle “lezioni americane”. Negli Usa esiste un reato odioso, che colpisce soltanto i minori e che incrimina l’assenteismo scolastico. La reiterazione delle assenze da scuola, superata una certa soglia, viene contrastata con il carcere. A Los Angeles, nel 2008, oltre 12.000 minorenni sono stati arrestati per aver evaso la scuola (B. Ehrenreich, Is It Now a Crime To Be Poor?, NYT, 9 agosto 2009). Anche in questo caso, nessun risultato apprezzabile, se non in termini di moltiplicazione del disagio e di incremento del ciclo espulsivo (soprattutto delle minoranze). Alle nostre latitudini non siamo arrivati a tanto, ma è inquietante la scelta di incriminare con pene fino a due anni di reclusione i genitori che non mandando i figli a scuola (nel linguaggio tecnico della legge, omettono, senza giusto motivo, di impartirgli o fargli impartire l’istruzione obbligatoria). L’inutilità di tale rigore è palese. Ci si potrebbe soffermare su come anni di abbandono e definanziamento dell’istruzione – negli anni Settanta un quinto del PIL era destinato a scuola, cultura, ricerca; ora siamo a meno di un decimo – abbiano inciso sulla stessa possibilità di “fare scuola”. Si potrebbe mettere in risalto come il tratto di penna del legislatore abbia cancellato anni di riflessione sulla dispersione scolastica e sulle sue cause, sulla relazione educativa, sulla discriminazione nei contesti educativi (dai Disability studies sino all’Index per l’inclusione).

La cosa che colpisce profondamente, però, è che si possa davvero credere che la minaccia del carcere per i genitori possa indurre i figli a non abbandonare la scuola. Chi ha esperienza di scuola in quelli che David Forgacs, in un bel libro, chiamava i “margini d’Italia”, chi conosce il carcere degli adulti e dei minori sa bene che in territori nei quali anche mangiare e curarsi è diventato troppo costoso, la scuola è un miraggio e l’illegalità – con tutto ciò che ne viene, carcere compreso – è l’unico romanzo di formazione concesso, l’unica strada in grado di dare risposte, immediate e sbagliate, ai problemi e ai desideri della vita. Circa un terzo della popolazione delle carceri italiane proviene da Sud e Isole e, in questo segmento, meno di un terzo è dentro per reati di criminalità organizzata. La gente delle periferie geografica ed economica dell’Italia e dell’Europa, dunque, conosce il carcere, è abituata a confrontarsi con tonnellate di anni di carcere che non hanno mai cambiato la realtà loro e delle città in cui vivono. Due anni di reclusione in più per non aver mandato i figli a scuola potrà aumentare la quantità di carcere, ma non la quantità di studenti.

Un’obiezione a questa analisi inesorabile del decreto legge potrebbe essere quella di non fare i conti con il pilastro dedicato ai soldi messi in bilancio per dare risorse alle scuole e agli asili del Sud e delle Isole, alle risorse per fornire di personale amministrativo, tecnico e docente istituti scolastici che oggi sono ridotti a pura immanenza urbanistica ed edilizia. Questo innesto normativo, senza dubbio più apprezzabile, ha due limiti: da un lato, si tratta di intervento non tarato su modelli organizzativi, pedagogici e didattici adeguati ai casi specifici: «non esiste un modello di scuola astratto, ma esiste solo una scuola politica, in cui la relazione educativa si pianta nel tempo in cui vive», ha scritto giustamente Christian Raimo; dall’altro, si tratta di un progetto che, richiedendo un’attuazione basata sulla lunga durata, stride con gli interventi immediati basati esclusivamente su pene e distintivi: a creare un mondo migliore, per ora, sono impropriamente chiamati giudici e questori. A condizione, naturalmente, che non si lascino prendere dalla tenerezza…

Sta qui il difetto di questo ulteriore salto di qualità nelle scelte sicuritarie che, sino ad oggi, hanno accomunato destra e sinistra (il Daspo urbano, ora piegato alla devianza minorile, è stato messo punto dal decreto Minniti del 2017). Sta nell’incapacità di rispondere – con la cultura, la ricerca, la politica – a una domanda che gli studenti americani di Fresno, nel 2003, hanno rivolto a Ruth Wilson Gilmore, docente di geografia ed esponente dell’abolizionismo (R. Kushner, Abolire il carcere, NYT, 18 agosto 2023, reperibile su internazionale.it). Una domanda che, nella sua semplicità, è drammatica ed essenziale: «Perché abbiamo l’impressione di vivere in un posto dove la vita non è preziosa?». Da qui dovrebbe partire l’immaginazione del futuro, disperatamente necessaria per ristrutturare il presente.

In homepage particolare di un’installazione di Botto&Bruno

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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