Strage di Brandizzo – Non chiamatele morti bianche

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Brandizzo

La tragedia di Brandizzo ripropone nella forma più brutale e cruenta, lo scandalo delle morti sul lavoro. E ancora una volta ci troviamo impotenti a ripetere le stesse frasi di deprecazione e di lutto che avremmo dovuto pronunciare ogni giorno, perché in realtà la serialità della strage non si è mai interrotta, implacabile come la cadenza di una macabra catena di montaggio è andata allineando le vittime quotidianamente, con una media di quasi tre al giorno (quest’anno sono già 450), un ritmo che supera il migliaio all’anno (sono stati 1080 nel 2022, il 16,5% in più rispetto al 2021…). Ci si potrebbe illudere che la dimensione della tragedia della scorsa notte, in qualche misura paragonabile all’analoga strage, ancora una volta torinese, della ThyssenKrupp, produca un soprassalto di coscienza e di attenzione. Che quel binomio tra lavoro e morte – tra l’attività indispensabile per vivere e la cancellazione brutale di quella vita stessa -, appaia una buona volta, nella coscienza pubblica, intollerabile. Ma sappiamo che non è così. Sappiamo per esperienza, per averlo misurato ogni volta, che la carica di emozioni comunicata da telegiornali e portali web, con il concentrato di particolari sensazionalistici, di dettagli obitoriali, di frammenti biografici rastrellati di corsa nei circuiti redazionali, è destinata a bruciarsi in fretta. Nel tempo istantaneo di una notizia, appunto. Poi tutto torna come prima. Come dice il proverbio, chi muore tace e chi vive (esclusi i congiunti più stretti) si da pace (soprattutto chi, decisore pubblico, in pace non dovrebbe sentirsi). Il lavoro, in particolare il lavoro manuale, quello più pericoloso e nocivo, torna ad essere un campo di battaglia avvolto dalla nebbia.

C’è, sulla questione della mortalità sul lavoro, una sorta di anestesia dei sentimenti, di rassegnata passività anche da parte di chi, per antica militanza, radici famigliari o impegno politico, al lavoro e alla sua centralità ha da sempre guardato, e oggi misura l’impraticabilità del terreno politico come campo di forze praticabile per un tema caldo, da “cose ultime”, come questo. Per certi versi, più della riflessione politica, o anche sindacale, è stata la letteratura a misurarsi con la drammaticità della situazione. L’unica, in fondo, a sfidare l’argomento per ogni altro tabù, della vita e della morte nell’epoca del declino industriale. In un paio di decenni si sono moltiplicate le voci, e le opere, su un tema che in passato non aveva mobilitato più di tanto gli scrittori. Penso a un testo forte, nella denuncia e nello scavo sulle cause, come Lavorare uccide di Marco Rovelli, il quale scava dentro a quel groviglio di appalti, subappalti, sub-forniture – che un ruolo non marginale deve aver giocato anche sulle morti di Brandizzo -, imprese personali e micro-imprese, svelandone l’impasto di carne e sangue che sta sotto la pratica di sfruttamento seriale. E lo fa intrecciando lo sguardo “di sistema” al racconto in soggettiva, restituendoci quello che le statistiche dell’Inail e dell’Istat non ci daranno mai, la sofferenza dei corpi messi al lavoro e gettati allo sbaraglio (si legga il passaggio sulla morte di Joubert, operaio migrante precipitato dal ponteggio, il quale “si scuote, sta per morire ma c’è una vita che si rifiuta alla morte con tutte le sue forze. Daniele e il compagno non riescono a tenerlo, tanta è la scossa della vita che recalcitra all’estremo. Joubert è aperto nel viso, e sputa sangue, e il torace è come scoppiato: ma non si riesce a tenerlo disteso a terra, bisogna legarlo, perché quando sputa i fiotti di sangue vuole rialzarsi, mettersi seduto”).

Oppure si prenda La fabbrica del panico, di Stefano Valente, dove la morte operaia è narrata in chiave lirica, nell’intimità del rapporto padre-figlio, attraverso la lunga agonia del genitore operaio della Breda Fucine di Sesto San Giovanni vittima dell’amianto, con la descrizione di quel corpo, un tempo vigorosa forza-lavoro che si rimpicciolisce e dissecca, come in fondo l’energia di quella classe che aveva rivendicato il potere di “dirigere tutto”, e si ritira in silenzio (“Mio padre avanza in mutande e maglietta, il plaid, che non riesce a scaldarlo, sulle spalle. E trema, dal freddo, dalla fatica. Le gambe piegate, la pelle, cascante, che ballonzola sulle ossa non più ricoperte da uno strato di carne e muscoli. […] Dei settanta e passa chili di mio padre ne sono rimasti una quarantina. […] È sfibrato. La sua stanchezza è immensa, fuori di misura. Il corpo, troppo piccolo in confronto alla testa, è ormai sul punto di frantumarsi”).

BrandizzoE poi c’è Lavoro da morire. pubblicato nel 2009 da Einaudi con 11 pezzi brevi di autori diversi, da Murgia a Bajani, a Avoledo. Tra loro c’è un breve saggio di Antonio Pascale, il quale prende spunto da una domanda che ci impegna tanto più oggi – intendo oggi 30 agosto 2023, il giorno di Brandizzo – perché lì, sulla falsariga di Susan Sontag, ci si pone il problema di come ci si debba comportare davanti al dolore degli altri. Al cospetto delle immagini di una tragedia come era stata allora quella della ThyssenKrupp (consumatasi pochi mesi prima), o appunto come è quella sui binari di Brandizzo. E la risposta, valida ieri come adesso, è che mentre tutto sommato si è elaborato un linguaggio adeguato per narrare l’evento dando accesso alla dimensione del luttuoso (pur con tutto il suo armamentario retorico: il dolore, le frasi fatte, i commenti macabri), al contrario ci mancano gli strumenti per gestire il “dopo”, assicurare vicinanza ai feriti, consolare i sopravvissuti, prendere provvedimenti per evitarne il ripetersi. “Noi siamo un Paese che ama rimuovere – vi si legge -. … Per un po’ di tempo non si parla d’altro, tutti i nostri politici dicono parole di cordoglio e fanno promesse… Poi invece il tema scompare del tutto e solo di tanto in tanto qualcuno ricorda, ma ormai è una voce in affanno, c’è un altro problema più grosso e più emotivo. Siamo un popolo che preferisce il sentimentalismo al sentimento, la dichiarazione morbosa di intenti all’analisi del problema. E questo è il risultato”.

Per resistere a tutto questo bisognerebbe, questa è la formula di Pascale, che dà il titolo al suo contributo, «trasformare il trauma personale in dolore collettivo», offrire assistenza un’assistenza sociale, politica, culturale, ma anche linguistico-narrativa che accompagni questo passaggio e permetta di elaborare il lutto, unitamente a «una rigorosa opera di prevenzione». Operazione che in altri tempi, quando esisteva una comunità “operaia” – una soggettività collettiva politica e sociale aggregata, a proteggere l’individuo con la propria empatia – era stata possibile, ma che ora, nelle poca dell’individualizzazione radicale, e della solitudine sociale, appare terribilmente ardua.

Una cosa però si potrebbe fare. Non per emendarci dai nostri vizi atavici, che sono terribilmente coriacei, ma almeno per dare una ripulita al nostro modo di stare di fronte a tutto ciò, partendo da una cosa che almeno controlliamo come il linguaggio. Quantomeno, per favore, smettiamola di usare, parlando della strage del lavoro, l’espressione “morti bianche”. Carlo Soricelli, straordinaria figura di operaio poeta, ha scritto una profondissima poesia, anche questa composta in occasione della strage della Thyssen, intitolata appunto Morti bianche, la quale recita: “Ma non è il bianco dell’innocenza/ non è il bianco della purezza/ non è il bianco candido di una nevicata in montagna/ E’il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli/ che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto/ occhi spalancati dal terrore … E’ un bianco che copre le nostre coscienze/ e il corpo martoriato di un lavoratore/ …Bianco ipocrita che copre sangue rosso/ e il nero sporco di una democrazia per pochi”.

Strofe quanto mai necessarie, che nello strappare un velo d’ipocrisia, rendono giustizia a una realtà troppo spesso negata. Perché l’espressione morte bianca evoca l’immagine di un esodo incruento, di una morte senza spargimento di sangue, in qualche misura una morte “senza autore” come le morti per assideramento (l’espressione nacque appunto per descrivere in guerra i morti congelati uccisi dal freddo e non dal “nemico”). E invece queste sono morti spaventosamente sanguinose, con corpi dilaniati, bruciati, schiacciati. E con responsabilità spesso taciute, inconfessate e inconfessabili, quasi mai seguite da sanzioni adeguate (nessuna tragedia, né quella della Thyssen, né quella dell’Eternit, né quelle, seriali, dell’Ilva di Taranto hanno visto i rispettivi processi concludersi con condanne men che simboliche).

Forse dovremmo definirle “crimini di pace”, come è stato suggerito. Morti che, per il loro numero, e per alcuni aspetti della catena di cause che le hanno provocate, sono simili a quelle dei conflitti bellici. Per i numeri: Carlo Soricelli, che dopo la pensione da metalmeccanico si è dedicato alla cura di un sito web – l’ “Osservatorio nazionale di Bologna” il quale, unico in Italia, monitora tutti i morti sul lavoro dal 1° gennaio 2008  registrandi i morti per giorno, mese e anno della tragedia, per identità, età, professione, nazionalità – calcola che da allora le vittime sfiorino le 20.000. E per le modalità: la CGIL piemontese, a commento della strage di Brandizzo, denuncia la pratica sempre più diffusa del subappalto, che disperde in catene eterogenee di subfornitura responsabilità e gradi di attenzione. In contesti organizzativi di quel tipo l’”errore di comunicazione”, su cui s’indaga in questo caso, è sempre in agguato. E poi ci sono i tempi sempre più stretti nella giostra delle committenze, che finiscono per coinvolgere lo stesso lavoratore nella sequenza di eventi che lo può distruggere, a cui si aggiunge il ricorso a tecnologie più attente al sistema delle cose che non agli uomini (i dispositivi di sicurezza delle Ferrovie, apprendiamo oggi, rilevano i movimenti dei treni ma non la presenza di persone sul loro percorso). Come in guerra, anche qui non si trova un unico responsabile ma un insieme sistemico di concause il cui esito finisce per essere letale. Eliminarne, o quantomeno ridurne, i crimini implicherebbe l’assunzione preliminare del valore della vita come prioritario, su orgoglio nazionale o profitto aziendale, vittoria di un esercito o successo di un’impresa.

 

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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One Comment on “Strage di Brandizzo – Non chiamatele morti bianche”

  1. Il punto di vista e l’indagine istituzionale nega e nasconde la vera causa delle morti sul lavoro : un sistema sociale dove l’uomo, la sua salute e sicurezza è all’ultimo posto, una variabile indipendente.

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