Questo primo maggio

«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo». Comincia così la Costituzione italiana nata dalla vittoria della Resistenza partigiana contro il nazi-fascismo. È stata varata 75 anni fa, e il 1° maggio i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil saranno a Potenza per ricordarne il valore e l’attualità, il legame indissolubile tra la libertà, la democrazia, la partecipazione civile e il diritto a un lavoro dignitoso che garantisca l’eguaglianza dei cittadini. Sogni, si potrebbe dire con un po’ di pessimismo, alla luce dello scempio dei diritti sociali praticato dal primo Governo di destra-destra della “repubblica fondata sul lavoro” che accelera tutti i processi di svalorizzazione e precarizzazione della condizione lavorativa avviati da qualche decennio da governi di tutti i colori. Solo per fare un esempio, a picconare lo Statuto dei diritti dei lavoratori aveva provato Berlusconi senza riuscirci, mentre andò meglio (cioè peggio per la democrazia) a Renzi che smantellò l’art. 18 sui licenziamenti individuali. Ora, con Giorgia Meloni al governo si procede nella cancellazione di altre tutele e ammortizzatori sociali.

Il 1° maggio, festa dei lavoratori, si riunirà il consiglio dei ministri per varare un decretone che si prefigura come un colpo di grazia ai diritti strappati in decenni di lotte sindacali e sopravvissuti al fuoco dei cecchini. Si annuncia il ripristino degli odiosi voucher, i buoni lavoro che il “decreto dignità” aveva ridimensionato e si allargano le maglie della precarietà aumentando casualità di utilizzo e rinnovabilità del lavoro a termine, riducendo la possibilità di stabilizzare il lavoro attraverso contratti a tempo indeterminato. A questo scopo, tra i soggetti certificatori della liberalizzazione del precariato vengono messi in campo anche i consulenti del lavoro, strutture padronali guidati dalla ministra del lavoro, prima direttamente poi delegati a suo marito. Senza dimenticare la cancellazione del reddito di cittadinanza, insieme al decreto dignità fiore all’occhiello del Movimento 5 Stelle. E taglio della spesa sociale: nuove accettate all’istruzione e alla sanità pubblica, mentre aumenta al 2% la spesa in armamenti: altro che ripudiare la guerra com’è scritto in Costituzione. Persino i fondi destinati all’autosufficienza vengono ridotti. I padroni si lamentano perché non trovano lavoratori disposti ad accettare salari da fame ma fanno profitti e extraprofitti che il Governo si guarda bene dal tassare in modo adeguato.

Protestano senza esagerare le opposizioni e i sindacati annunciando tre manifestazioni nel mese di maggio, a Bologna, Milano e Napoli. Per ora, però, niente sciopero generale: Cgil e Uil non sono riuscite a coinvolgere la Cisl, sempre più pronta a trovare improbabili aspetti positivi nelle manovre del Governo e a una concertazione negata però dall’esecutivo stesso, disposto al massimo a convocare le organizzazioni sindacali solo dopo aver fatto le sue scelte. Neanche in preparazione del decretone del 1° maggio sono stati convocati i sindacati semplicemente perché non sono come li vorrebbe Giorgia Meloni: cioè corporativi, e al tempo stesso proboscide del Governo per rabbonire i lavoratori e convincerli a ingoiare i peggiori rospi di una politica economica e sociale classista. Ma sarebbe troppo semplice scaricare ogni colpa sulla Cisl se il mondo del lavoro non incrocia le braccia contro il governo: l’Italia non è la Francia, il clima nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, negli ospedali, negli scaffali della logistica, nelle ruote dei riders, è pesante, la destra procede per la sua strada senza trovare ostacoli e resistenze nelle opposizioni politiche inadeguate, divise, contraddittorie, smemorate persino, lontane dal mondo del lavoro quando non complici delle peggiori culture liberiste. Perché uno sciopero abbia senso deve riuscire e sortire risultati concreti. Un conto è scioperare per il contratto, per il salario e l’orario, per la sicurezza, contro la precarietà e un altro conto è scioperare contro il Governo se non si intravede la minima possibilità di dargli una spallata. La crisi della rappresentanza non riguarda più soltanto i partiti. I sindacati non possono illudersi di uscire indenni dallo sfarinamento della democrazia di cui l’egemonia della destra è la conseguenza e l’acceleratore. Se Cgil, Cisl e Uil ancora mantengono una credibilità è perché sono costrette a rapportarsi quotidianamente con la materialità della condizione lavorativa, con la perdita di salario e di futuro, con una rabbia sociale che, in assenza di interlocutori e prospettive, rischia di rinchiudersi in cieco rancore.

Il segretario della Cgil Maurizio Landini ribadisce le richieste inevase del mondo del lavoro: rinnovo dei contratti e aumento dei salari a partire da quelli pubblici, riduzione degli orari, legge sulla rappresentanza sindacale per finirla con i contratti pirata firmati da sigle di comodo ma con valore erga omnes, taglio di cinque punti del cuneo fiscale e non di due o tre solo per l’anno in corso, intervento strutturale sulle pensioni. Ma da questo orecchio Meloni non ci sente e non intende prendere in considerazione il salario minimo per legge né modificare una situazione fiscale intollerabile: a fronte di un’inflazione pesante da profitti ed extraprofitti, il lavoro dipendente è tassato del 40%, la rendita immobiliare del 21%, quella finanziaria del 20 e il lavoro autonomo del 15%. Le diseguaglianze crescono. In compenso, come pensa il Governo di affrontare il crollo delle nascite che compromette le pensioni future? Con i sostegni alla famiglia. Ma se l’Italia è uno dei paesi europei con il più basso tasso di occupazione femminile, ciò dipende dalla riduzione del welfare, dai tagli sulla salute e l’istruzione, dalla mancanza di asili, dai mancati investimenti per l’autosufficienza. È su questo fronte che bisognerebbe intervenire con scelte strutturali e non con una tantum e contentini. E come si concilia la lotta alla denatalità con la politica di respingimento dell’immigrazione, se persino le istituzioni governative testimoniano che un aumento degli immigrati regolarizzati potrebbe far crescere il prodotto interno lordo?

Lunedì prossimo non sarà un 1° maggio di festa. E per trasformarlo in un 1° maggio di lotta bisognerà lavorare sodo.

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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One Comment on “Questo primo maggio”

  1. Anni di “sospensione” dei conflitti hanno ridotto il sindacato ad un soggetto autoreferenziale che chiede solo di essere riconosciuto dalle istituzioni “sedendo al tavolo”. Per fortuna ci sono i CAF che svolgono un servizio, altrimenti ci si domanderebbe inutilmente “Dov’è il sindacato?”.
    Dalla teoria del “governo amico” (Prodi?) in poi CGIL, CISL, UIL hanno sostituito la contrattazione con la concertazione. Poi “il senso di responsabilità” (sic!) verso i governi liberisti appoggiati dal PD hanno fermato il brontolio inattivo del sindacato ora, divisi, si fanno solo parole e si invita la Melone per farsi notare.
    Se riprendere le lotte, organizzare gli scioperi e mobilitare le lavoratrici e i lavoratori è così difficile e faticoso è, in buona parte, responsabilità del sindacato. Bisogna saperlo, se ne prenda atto e si agisca di conseguenza.

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