L’eterna bufala del Ponte sullo Stretto

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In un mondo dominato dal virtuale è la fantasia (o più spesso il delirio) a orientare la realtà, e non viceversa. Quando anni fa, negli Stati Uniti, si sparse la voce, del tutto immotivata che la notte di Halloween qualcuno dava ai bambini dolcetti avvelenati, alcuni coscienziosi americani pensarono bene di adeguare la realtà a questa stupida balla e cominciarono a farlo per davvero. Sperano forse in questo effetto i fan del Ponte sullo Stretto: a forza di annunciare l’inizio dei lavori, con tanto di data per la posa della prima pietra, qualcosa dovrà pure accadere, no? Dagli anni ’90 al 2026 (ultima previsione), secondo loro, quasi ogni anno avrebbe dovuto vedere il battesimo del Ponte. Così, da mezzo secolo ci tocca assistere al ritorno ciclico di questa bufala senza che peraltro accada nulla: non solo non partono i lavori, ma nemmeno si arriva mai a un plausibile progetto esecutivo. Nel florilegio di non meno di 20 fantasiosi gradi di progettazione proposti sinora, infatti, di quello esecutivo non c’è mai stata traccia.

Il punto è che, a differenza della storiella di Halloween, quella del Ponte non è così facile da prendere sul serio. Gli attuali animatori del – molto presunto – “rilancio” del progetto omettono infatti un passaggio fondamentale, che fu decisivo nel 2013 per la sua cancellazione ufficiale dalla lista di opere strategiche: l’annullamento di tutti i contratti allora in essere e addirittura la messa in liquidazione della società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A. Lo stesso Coordinatore tecnico-scientifico del progetto, prof. Remo Calzona, aveva ammesso che, a fronte delle numerosissime edizioni di un progetto infinito, la sua versione esecutiva, quella cruciale per dimostrare la reale fattibilità dell’opera, non era mai stata redatta perché avrebbe provato l’esatto contrario della fattibilità, ovvero che il Ponte non si può fare.

Non è che sia difficile, problematico, complicato, arduo o pieno di incognite: è semplicemente impossibile. Il progetto è giudicato “allo stato non realizzabile” – dalla massima autorità tecnica competente, non da un gruppuscolo di ostinati luddisti – sia nell’ultima versione con campata unica di 3,3 chilometri, sia nella versione con i piloni nello Stretto (che oggi qualcuno vorrebbe riproporre), bocciata anni prima proprio dai luminari coinvolti all’uopo dalla Società e dal Ministero, che avevano stabilito l’impossibilità di poggiare il manufatto su pile “nel mare” proprio per le condizioni sismo-tettoniche e meteo-climatiche dello Stretto. Non parliamo poi delle soluzioni in tunnel, subalveo o sotterranea, definitivamente bocciate già da lustri. E sempre dai progettisti, non da tecnici critici né da parsimoniosi ragionieri.

Il perché di tutto ciò è semplice: a oggi non esistono ancora materiali che assicurino le prestazioni tecnologiche necessarie per costruirlo. Questo problema insormontabile, ovviamente, non è mai menzionato da politici e decisori pubblici locali e nazionali; che probabilmente, non avendo alcuna voglia né alcuna capacità di fare i conti con i reali bisogni e le vere prospettive di Calabria, Sicilia e Mezzogiorno, ripiegano su un’imitazione ancor più esilarante di Cetto La Qualunque, e coprono la propria insipienza continuando a urlare a squarciagola “facciamo il Ponte”.

Facciamo il Ponte”: sono tre parole, semplici, chiare e vistose anche per chi guarda distrattamente i media. Quante di più ne servirebbero per prospettare il recupero dell’armatura eco-paesaggistica, la riqualificazione socio-spaziale, la patrimonializzazione proattiva di un territorio impareggiabile per ecologia, storia, cultura e – soprattutto – bellezza? Peccato che le tre paroline magiche funzionino soltanto con chi (e per chi) di quel territorio (e del territorio in generale) non sa nulla. Non funzionano, per esempio, con chi vive in Calabria e Sicilia. Dove invece prevale ormai l’insofferenza, insieme a una certa umana comprensione e sopportazione, per una politica che continua a contorcersi e a balbettare parole senza senso per tentare di sopravvivere, ingannando chi invece dovrebbe servire.

La stessa stupefacente insistenza di questa politica sul ritornello pontista, che la fa assomigliare più a un disco rotto che a un’arena deliberativa, rappresenta un’autodenuncia della sua ignoranza e incapacità. In un recente convegno, in cui parlavamo di valori “intangibili” del territorio dello Stretto, abbiamo ricevuto l’entusiastico plauso di uno tra i più brillanti esponenti della politica locale, convinto che l’allusione fosse all’“aria fresca e pulita” della nostra bella terra. È questa la “politica” che si affida a fantasie morbose e continua a ignorare il problema capitale della non costruibilità; per non parlare delle gravissime negatività territoriali, ambientali, economiche, sociali, trasportistiche emerse in decenni di studi sul progetto.

Il problema, infatti, non sta solo nella infattibilità tecnica del ponte, ma riguarda la sua utilità e la sua funzionalità al modello di sviluppo dell’Area dello Stretto. Una grande area di sostenibilità, oggi più centrale che mai, anche in vista della sempre più urgente “riconversione ecologica”. Piuttosto che chiederci soltanto se sia possibile “fare il Ponte”, perché non ci chiediamo – e non chiediamo a chi lo vuol fare – se e quanto sia necessario farlo? E questo ribaltamento di prospettiva ci porta a concludere che il Ponte è perfettamente inutile: perché tagliare di minuti i tempi di attraversamento dello Stretto, e non di ore i tempi per arrivarci? Perché investire su una tratta sempre meno frequentata da merci e passeggeri? Perché non utilizzare le risorse disponibili per sanare altre e ben più pressanti criticità?

Il Ponte è un annuncio perenne, e questo non per caso né per una strategia comunicativa difettosa, ma perché non potrebbe essere nient’altro, perché è questa la sua vera natura: quella di una storiella da raccontare, di una bandierina da sventolare, in mancanza di meglio, per attirarsi simpatie passeggere. 500 milioni di euro buttati al vento in 50 anni, però, sono decisamente troppi per una storiella, quand’anche fosse ben raccontata e verosimile – e questa non lo è affatto. È vero che la politica è “l’arte del possibile”. Ma in questo caso, dopo quel che si è detto, la decisione di impelagarsi di nuovo nelle “procedure per costruire il Ponte” somiglierebbe piuttosto a un “elogio della pazzia”.

Gli autori

Alberto Ziparo

Alberto Ziparo, ingegnere e urbanista, PhD in Pianificazione territoriale, MS in Economic policy and planning e già borsista Fullbright presso la Northeastern University di Boston, è professore di Pianificazione all’Università di Firenze, Dipartimento di Architettura, dove insegna e svolge attività di ricerca in progettazione urbanistica, pianificazione ambientale e valutazione delle infrastrutture. Membro fin dalla fondazione del LaPEI e del Consiglio direttivo SdT, alle ricerche istituzionali affianca da sempre la collaborazione con movimenti, gruppi e attori sociali su temi quali la pianificazione eco-paesaggistica del territorio, le politiche infrastrutturali e gli impatti delle grandi opere.

Angelo M. Cirasino

Angelo M. Cirasino, filosofo della scienza ed esperto di teorie e pratiche di progettazione condivisa, già communication manager per la Rete del Nuovo Municipio, è oggi borsista di ricerca presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, coordinatore tecnico del Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI) e managing editor della rivista scientifica internazionale Scienze del Territorio, periodico ufficiale della Società dei Territorialisti/e ONLUS (SdT). Collabora da alcuni lustri con istituzioni di ricerca, associazioni di base, comitati e comunità locali in progetti di ricerca/azione per l’inveramento partecipativo della democrazia e l’autogoverno territoriale.

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6 Comments on “L’eterna bufala del Ponte sullo Stretto”

  1. Ho letto velocemente ma mi sembra folle che non sia stato citato il motivo più ovvio per cui il ponte non si può fare : è in zona sismica. Meno male che siete ingegneri..

    1. E leggere prima di usare la tastiera? : “avevano stabilito l’impossibilità di poggiare il manufatto su pile “nel mare” proprio per le condizioni sismo-tettoniche e meteo-climatiche dello Stretto”.

    2. Alberto conosce bene, molto bene il territorio calabro-siculo.
      È che alcune cose sono date per scontate, almeno per il 99% di chi legge.

  2. Condizioni meteoclimatiche e sismotettoniche avrebbero meritato qualche riga di dettagli in più e poi non si dice nulla del fatto che interi paesi siciliani e calabresi non avrebbero più il cielo sopra la testa ma il ponte. Ecosostenibilità??!!?? Infine la non necessità o meglio l’inutilità avrebbe richiesto qualche nota in più sulla viabilità di qua e di là dallo stretto. Comunque ringrazio gli architetti del loro interventi

  3. A chi (giustamente) lamenta una documentazione insufficiente segnalo che le nostre osservazioni estese al progetto sono tutte raccolte in un libro che, nel 2022, ha compiuto esattamente vent’anni, e che è interamente scaricabile dalla pagina http://www.lapei.it/?page_id=1378. Il problema è che, primo, da allora il progetto è rimasto sostanzialmente lo stesso; secondo che, a differenza di chi ciclicamente riesuma il Ponte, a noi non piace ripeterci….

  4. Ai calabresi offrono un sogno lungo tre chilometri e con tempi da fiaba (non occorrerà dirglielo, che è irrealizzabile), con fondi da definire.
    Via via fondi e finanziamenti ad ogni altra regione…
    Qualcuno vorrà ritornare con l’autonomia delle regioni…

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