Nelle elezioni di midterm Trump non sfonda ma la democrazia deperisce

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1. C’è ondata rossa e ondata rossa. Questo midterm i repubblicani contavano su un’ondata rossa, pari a quella che nel 1994 aveva portato via al Clinton del 1992 tanto la Camera quanto il Senato, riconducendo – per la prima volta dopo 40 anni ‒ entrambe le camere sotto il controllo repubblicano. Una “rivoluzione repubblicana”, si era detto allora. Anche oggi è possibile che entrambe le camere passino da una maggioranza democratica a una repubblicana. Anzi, che la House of Representatives torni rossa è quasi sicuro, mentre per il Senato occorrerà aspettare i risultati, non tanto dell’Arizona (che sembra essere votata al blu), quanto del Nevada e soprattutto della Georgia, in cui la regola è che se nessuno dei candidati supera il 50% dei consensi si va al ballottaggio fra i primi due. L’eventuale vittoria al Senato, tanto dei repubblicani quanto dei democratici, sarà comunque davvero di misura: uno o due seggi al massimo e nessuno dei due ne avrà guadagnato più di uno. È questo che differenzia l’ondata rossa del 1994 dall’attuale possibile presa di entrambe le camere da parte dei repubblicani. Allora l’ondata era stata davvero tale, con la conquista di ben 8 seggi al Senato e 54 alla House da parte dei repubblicani. Oggi i numeri della vittoria sarebbero comunque assai più contenuti a testimonianza della polarizzazione estrema che caratterizza l’attuale politica statunitense. È, d’altronde, proprio su di essa che i democratici hanno scommesso per evitare lo tsnuami che avrebbe potuto travolgerli.

2. La partigianeria negativa sfruttata dai dem. I modelli statistici dicevano, infatti, che nell’attuale situazione economica, nonché di bassa approvazione per l’operato di Biden da parte degli americani, i democratici avrebbero dovuto perdere 45 seggi alla camera, portando i democratici a 177 seggi e i repubblicani a 258. Ciò che, già sappiamo, non è avvenuto. Eppure quegli stessi modelli statistici nel 2018 avevano predetto con precisione il numero di seggi, ben 41, che Trump avrebbe poi effettivamente perso. Ciò che pare cambiato dall’assalto di Capitol Hill in poi sembra essere il clima di vera guerra politica, che rende oggi gli elettori meno attenti alle politiche effettuate o promesse dai partiti politici e più schierati contro il partito avverso, visto come nemico. Si parla di negative partisanship, partigianeria negativa, che non solo spinge gli americani ad andare a votare in maggior numero, ma anche ad esprimere il proprio voto, non a favore, ma soprattutto contro. Si spiega così perché i democratici, consapevoli della scarsa approvazione popolare per il proprio operato durante i due anni di presidenza Biden (il quale tutto è apparso fuorché, come aveva amato inizialmente dipingersi, il nuovo Franklin Delano Roosevelt che, con le sue politiche di aiuto ai più deboli, aveva inaugurato il periodo della prosperità condivisa negli Stati Uniti), abbiano puntato sulla mera conflittualità politica, esacerbata da Trump e dai candidati trumpisti che negano legittimità alle elezioni presidenziali del 2020: i così detti election deniers. I soldi di questa campagna elettorale, ingenti come non mai (https://www.cnbc.com/2022/11/03/2022-midterm-election-spending-set-to-break-record.html), sono infatti serviti ai democratici a sostenere più che ad attaccare: sono stati usati per aiutare tanto i candidati dem (https://www.nytimes.com/2022/10/25/us/politics/blue-states-midterm-landscape.html), quanto, anche se può sembrare paradossale, i repubblicani più estremisti (https://www.opensecrets.org/news/2022/07/democrats-spend-millions-on-republican-primaries/). Posto, infatti, che la forte polarizzazione politica escludeva la possibilità che un attacco ai candidati repubblicani convincesse gli elettori trumpisti a votare democratico, i soldi sono stati usati, durante le primarie repubblicane, per finanziare i candidati maggiormente election deniers, non votabili, nelle elezioni, da chi non fosse totalmente schierato a favore di Trump. È stata una scelta estremamente rischiosa, per i pericoli che la democrazia statunitense avrebbe potuto correre in caso di vittoria degli election deniers, soprattutto nelle corse governatoriali e di segretario di stato a livello locale, cioè nelle cariche che avrebbero potuto rifiutare la certificazione del voto presidenziale nel 2024 laddove, come nell’ultima tornata, la vittoria di un ipotetico candidato democratico fosse stata di misura. Per questa ragione le corse elettorali dei governatori (e dei segretari di Stato) della Pennsylvania, del Wisconsin, del Michigan e dell’Arizona – tutti Stati in cui nel 2020 Biden ha vinto per una manciata di voti o poco più e in cui correvano repubblicani deniers ‒ sono state particolarmente sotto osservazione. Il rischio preso ha, tuttavia, portato i suoi frutti, giacché in ciascuno di quei casi i democratici hanno prevalso, con grande smacco di Trump. Certo l’azzardo è stato notevole e i risultati statali dovranno ancora dire se i parlamenti locali non smentiranno la sconfitta dei deniers, essendo altrettanto forte il pericolo che siano i parlamenti a negare nel 2024 il via libera agli eventuali grandi elettori democratici, assumendosi il compito di nominarli loro stessi, come Trump avrebbe voluto che facessero nel 2020 (https://www.questionegiustizia.it/articolo/trump-v-biden-il-paradosso-costituzionale-di-una-poltrona-per-tre; https://www.questionegiustizia.it/articolo/l-assalto-a-capitol-hill-nel-prisma-delle-pieghe-del-diritto).

3. Il gerrymandering. La seconda ragione per la quale, nonostante l’inflazione (la più alta da quarant’anni a questa parte) e il prezzo della benzina alle stelle (è dal 2008 che il carburante non raggiunge negli Stati Uniti le cifre attuali), Biden ha evitato la débacle, che i modelli statistici pur pronosticavano, è legata al modo in cui negli Stati Uniti vengono disegnati i distretti elettorali: il così detto gerrymandering. Si tratta della determinazione dei perimetri dei collegi elettorali, da parte della legislatura in carica, intenzionalmente effettuata per avvantaggiare il proprio partito ai danni di quello avversario. Il nome deriva dalla salamandra –mandering – perché i confini tracciati seguendo una logica strettamente partigiana finiscono spesso per dar luogo a una configurazione dei distretti così tortuosa da farli rassomigliare a quel mitologico animale. Laddove gerry, sta per Gerry Elbridge, il governatore del Massachusetts che per primo, nel 1812, firmò una legge volta a creare un collegio elettorale che includesse la parte della popolazione favorevole al suo partito ed escludesse quella ad esso sfavorevole, al fine di far vincere al proprio raggruppamento politico un seggio senatoriale. Il gerrymandering può essere effettuato sia concentrando in un solo distretto tutti coloro che si pensa voteranno per il partito che si vuole svantaggiare (così detto packing), sia sparpagliando gli stessi su vari distretti in cui la maggioranza si esprimerà presumibilmente per il partito opposto, per modo che il loro voto risulti diluito e in concreto irrilevante (così detto cracking). Benché si tratti di un’ovvia ingannevole mappatura dei collegi e di un modo per alterare il risultato elettorale a favore del partito che ha l’opportunità di realizzare il redistricting, dopo il suo definitivo sdoganamento nel 2019 da parte della Corte suprema, negli Stati Uniti il partisan gerrymandering è consentito (https://micromegaedizioni.net/2021/11/05/stati-uniti-elezioni-distretti-elettorali/). Di esso si avvalgono tanto i democratici quanto i repubblicani per garantirsi seggi elettorali blindati. In questa elezione di midterm per la Camera c’erano, per esempio, 142 distretti blindati per i democratici e 169 per i repubblicani, ma 45 disegnati in modo che i seggi fossero più probabilmente democratici e 39 in modo che fossero più probabilmente repubblicani. I rimanenti 40 seggi erano competitivi, cioè effettivamente lasciati al gioco democratico. Indipendentemente, perciò, dall’approvazione per le politiche messe in campo da Biden e dal suo partito nei due anni passati (guerra in Ucraina compresa, ovviamente, con le relative sanzioni su gas e petrolio) e dalla situazione economica da esse determinata, i democratici potevano contare su un buon numero seggi a prescindere.

4. Conclusioni. È proprio questo il dato che maggiormente sconforta quando si osservano le elezioni statunitensi oggi. Eccessiva polarizzazione politica e manipolazione strategica del voto degli elettori, ottenuta attraverso il gerrymandering, pongono in secondo piano l’attenzione per le questioni importanti, in particolare per i temi legati alla giustizia sociale, di cui il partito democratico si è fatto poco o nessun carico in questi due anni e su cui nessuno ha praticamente speso parola in campagna elettorale. Meglio per tutti giocare su altri piani, quello dell’odio verso il nemico e del rimaneggiamento truffaldino dei collegi. Ché se poi il prossimo congresso repubblicano dovesse mettere in campo misure anti-povero, come legare al lavoro l’assistenza sanitaria gratuita per i meno abbienti ‒ determinando un nuovo e drammatico scivolamento dal welfare al workfare (https://volerelaluna.it/talpa6/2018/09/27/stati-uniti-guai-ai-poveri-eppur-qualcosa-si-muove/) – o, come già promesso (https://www.nytimes.com/2022/11/03/opinion/republican-medicare-social-security.html), alzare l’età pensionabile e l’assistenza sanitaria per gli anziani, quei parlamentari neppure ne dovrebbero rispondere alla prossima tornata elettorale!

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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2 Comments on “Nelle elezioni di midterm Trump non sfonda ma la democrazia deperisce”

  1. Una fotografia desolante della “democrazia” USA e un’analisi approfondita di meccanismi che normalmente l’informazione “alternativa” nonn vede o non conosce. Strano non ci sia nel resoconto un cenno ai brogli, che anche questa volta sembrano esserci.

  2. Mi sembra che l’autrice abbia trascurato totalmente il fatto molto positivo, rilevato anche da Bruno Cartosio su Il Manifesto di domenica scorsa, che un ruolo importante nei buoni risultati dei democratici lo hanno avuto i movimenti dal basso, il Working Families Party. C’è stata un’autentica spinta democratica, non solo giochi a tavolino.

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