Non ci interessa vincere la guerra, vogliamo vincere la pace

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Sabato 5 novembre si è consumato un evento straordinario. A Roma si è manifestato un popolo mai visto. Non sono solo i numeri dell’affluenza, che pure è stata altissima, ma è la qualità della partecipazione che non si era mai vista. È crollato il muro delle generazioni, tantissimi giovani e giovanissimi si sono ritrovati in perfetta sintonia con i più anziani; esperienze di vita e culture differenti si sono fuse abbattendo ogni steccato preesistente, uniti da un sentimento esistenziale di “ripudio” della guerra, delle sue logiche, del suo linguaggio necrofilo.

Alla base di questa convocazione c’è stata la mobilitazione di oltre 600 associazioni ed enti vari, che esprimono aspirazioni, esigenze e culture che attraversano tutto lo spettro della società italiana. È un intero popolo che si è mobilitato alzando un grido di pace, un popolo che va molto al di là del numero di coloro che hanno testimoniato questo grido con il loro corpi. Corpi di pace, come li ha chiamati il direttore dell’Avvenire, ma anche corpi rappresentativi di quella maggioranza silenziata, contraria alla guerra, che emerge solo nei sondaggi perché cancellata dal pensiero unico, dalla narrazione dominante nei media e nella politica, che punta esclusivamente ad “arruolare” l’opinione pubblica nel conflitto. Il manifesto di convocazione esprimeva delle parole d’ordine-obiettivi non equivocabili: cessate il fuoco subito, negoziato per la pace, messa al bando di tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre. Parole che sono state condivise e incarnate da una piazza appassionata di giovani “malati di pace”, per dirla con don Ciotti. È chiaro che il messaggio che viene dalla piazza del 5 novembre è in aperta collisione con l’indirizzo politico sin qui praticato dai governi nazionali dell’Unione Europea sotto la spinta della NATO. La presenza di Enrico Letta e di pochi altri che hanno espresso obiettivi divergenti da quelli della piattaforma, contrabbandandoli per impegno pacifista, esprime un estremo tentativo di depotenziare l’impatto critico della mobilitazione per la pace e, nello stesso tempo, fa emergere la preoccupazione che la protesta sfugga di mano costringendo i decisori politici a confrontarsi con domande concrete che non vogliono sentire.

Nell’intervista pubblicata il giorno dopo da Avvenire Letta dichiara di essere molto contento di essere andato alla manifestazione e contento di com’è andata «perché è stata una grande manifestazione con parole giuste». Alla domanda su che farà il PD se il Governo varerà un nuovo decreto per l’invio delle armi, Letta risponde: «Il nostro atteggiamento sarà in linea con quello che abbiamo fatto dal 24 febbraio in poi […] noi siamo un partito europeo che sta nella maggioranza che sta nella Commissione europea, e quindi le scelte che faremo saranno in linea con quelle dell’Europa». Questo tipo di comunicazione politica, che tende a nascondere le scelte concrete dietro un velo di banalità, è frutto di una tradizione che viene da lontano. Già nel 1999, quando si scatenò l’aggressione “umanitaria” della NATO contro la Jugoslavia, venne rigorosamente nascosto che l’aereonautica italiana partecipava alle missioni di bombardamento. Magari qualcuno avrebbe arricciato il naso, le solite teste calde avrebbero tirato fuori l’art. 11 della Costituzione per creare imbarazzo al Governo: meglio tacere. Soltanto dopo, a cose fatte, nel 2002 il ministro della difesa dell’epoca, Scognamiglio ci fece sapere in un libro di memorie (La guerra del Kosovo, Rizzoli, 2002) che l’Aereonautica italiana aveva partecipato alle missioni di bombardamento con 50 velivoli sganciando 750 bombe e missili più o meno intelligenti. Al popolo non far sapere… Le questioni internazionali devono essere opportunamente oscurate e le scelte che si compiono in questa sede devono essere nascoste all’opinione pubblica (e al Parlamento) per evitare che qualcuno possa disturbare il manovratore. Queste scelte non devono diventare oggetto di dibattito politico, com’è avvenuto durante l’ultima campagna elettorale dove la guerra che sta dilaniando l’Europa e sconvolgendo la nostra vita e il nostro futuro è scomparsa dai radar della politica. Quando Letta ci comunica che le scelte che faremo (e che farà anche il Governo Meloni) saranno in linea con quelle dell’Europa, omette per pudore di chiarire quali sono queste scelte e cosa comportano.

Per fortuna in Europa non hanno cittadinanza le reticenze e le ipocrisie che dominano la comunicazione politica in Italia. Solo se leggiamo i documenti europei possiamo capire quali scelte sono state compiute e dove vanno a parare. La risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 6 ottobre è chiarissima e non lascia adito a dubbi di sorta. La scelta è quella di incrementare massicciamente l’assistenza militare «al fine di consentire all’Ucraina di riacquisire il pieno controllo su tutto il suo territorio riconosciuto a livello internazionale». La risoluzione indica anche i sistemi di arma avanzati che devono essere forniti (i carri armati Leopard) e invita gli Stati membri ad attivare immediatamente l’addestramento dei soldati ucraini. In particolare: «invita gli Stati membri esitanti a fornire la loro giusta parte di assistenza militare necessaria per contribuire a una conclusione più rapida della guerra». Naturalmente quest’orientamento è condiviso dalla Commissione e dal Consiglio che si sono espressi in termini simili. Secondo questa linea d’azione, che i partiti politici italiani (salvo i 5 Stelle) condividono senza fiatare, la pace si può raggiungere solo attraverso la guerra e la guerra può finire soltanto quando l’Ucraina avrà riconquistato anche il Donbass e la bandiera dell’Ucraina – come ha detto recentemente Zelensky – sventolerà di nuovo sulla Crimea. Il fatto che la Russia sia una potenza nucleare non può dare adito a dubbi su questa direzione di marcia. Infatti il Parlamento Europeo ha preso in considerazione anche l’opzione nucleare e si è dichiarato per nulla intimorito, invitando «gli Stati membri e i partner internazionali a preparare una risposta rapida e decisa qualora la Russia compia un attacco nucleare contro l’Ucraina».

Questa linea di condotta è una chiara scelta per l’escalation del conflitto e per il rigetto di ogni ipotesi di cessate il fuoco, di trattativa, di mediazione o di conferenza internazionale sul modello di Helsinky. Cioè tutto il contrario di quello che chiedono le varie piazze di pace in Italia e negli altri paesi europei. Se avesse detto di condividere la scelta per l’escalation della guerra che il PD ha sottoscritto al Parlamento Europeo, probabilmente Letta non avrebbe potuto travestirsi da uomo di pace.

Dopo il 5 novembre questo travestimento non sta più in piedi: il Re è nudo. I decisori politici non possono più nascondere la scelta scellerata di alimentare il massacro in corso fino alle sue estreme conseguenze e di scartare ogni via negoziale, non possono più contrabbandare la guerra per pace. La pace viene invocata da tutti, anche da quelli che organizzano le guerre. Lo fece anche Mussolini, il 10 giugno del 1940, promettendo la pace al popolo italiano come frutto della vittoria: «vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo». Ora come allora, siamo in preda a un’allucinante febbre bellica, disposta a sacrificare la vita di centinaia di migliaia di persone sull’altare della “vittoria”. Da Roma il 5 novembre un popolo festante e per nulla rassegnato ha lanciato un messaggio all’Europa e a tutto il mondo: non ci interessa vincere la guerra, vogliamo vincere la pace.

Gli autori

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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