Trump e la fragilità della democrazia degli Stati Uniti

image_pdfimage_print

Nessuno come Donald Trump è stato capace di mettere in mostra le fragilità strutturali della più antica democrazia costituzionale del mondo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/12/31/la-democrazia-degli-stati-uniti-e-ancora-un-modello/; https://www.questionegiustizia.it/articolo/l-assalto-a-capitol-hill-nel-prisma-delle-pieghe-del-diritto). Ancora oggi, nonostante la sconfitta elettorale del novembre 2020, le istituzioni del paese devono fare i conti con la sua scomoda presenza: quella di un ex presidente che non smette di essere ad un tempo trasgressivo delle regole che il sistema democratico si è dato e ancora capace di trainare il consenso di una consistente fetta dell’elettorato statunitense. Siamo infatti in tempi di primarie, in vista tanto delle cruciali elezioni di mid-term di un terzo del Senato e di tutta la House of Representatives – che presentano il serio rischio di un rovesciamento dello stretto margine accordato ai democratici nel 2020 – quanto delle altrettanto decisive elezioni statali per ruoli importantissimi in prospettiva delle presidenziali del 2024, quali quello di governatore o segretario di stato.

Si tratta di un momento particolarmente delicato, dunque, in cui la decisione di usare il diritto e le sue regole al fine di sanzionare e disciplinare il riottoso ex-presidente va soppesata mille volte per via delle possibili opposte conseguenze cui essa potrebbe dar luogo. Da un canto, infatti, non provare a inchiodare Trump alle sue eventuali responsabilità, soprattutto penali, significherebbe non solo collocarlo al di sopra della legge, a differenza di chiunque altro, ma anche stabilire un pericoloso e irresistibile precedente per tutti i futuri presidenti carenti di senso istituzionale. «Perché non cercare di rimanere al potere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, legale o illegale che sia, se si può contare sull’impunità che deriva dalla posizione che si ricopre?» si potrebbero domandare. Fino ad ora nessun presidente degli Stati Uniti è stato sottoposto a processo penale dopo aver ricoperto la carica. Se ciò è accaduto è però – ed ecco l’altro lato della medaglia – per l’ottima ragione che il presidente Gerald Ford aveva esplicitato nel momento in cui aveva concesso la grazia al suo predecessore Richard Nixon per i reati commessi durante il famoso scandalo Watergate. L’esercizio dell’azione penale contro Nixon – aveva spiegato Ford – avrebbe comportato il serio rischio di suscitare pericolose reazioni emotive nel paese, capaci di esacerbare la polarizzazione politica. Si tratta di un allarme che risuona oggi in maniera particolarmente intensa, dato il caldissimo clima politico creato dalle note accuse di frode elettorale mosse da Trump, fatte proprie dai tanti repubblicani che – sostenuti dall’ex presidente – hanno già vinto le primarie in molti stati di importanza cruciale, così detti Swing States (https://www.nytimes.com/interactive/2022/08/22/us/trump-endorsements.html; https://www.nytimes.com/2022/08/03/us/politics/gop-election-deniers-trump-arizona-michigan.html). Perseguire penalmente Trump presenta il pericolo non solo di farne una vittima agli occhi di una parte della popolazione, contribuendo così al suo possibile successo elettorale. Il rischio è altresì di infiammare gli animi al punto da provocare vere e proprie sommosse popolari, laddove le reazioni alla perquisizione e relativo sequestro dei documenti nella sua residenza di Mar-a-Lago – considerati illegittimi da chi parteggia per l’ex presidente – parrebbero già una spia (https://www.cnn.com/2022/08/12/politics/fbi-threats-maralago-trump-search/index.html). Inoltre, data la convinzione di un uso politico del diritto da parte delle istituzioni che l’ex presidente è riuscito a radicare nei suoi sostenitori (convinzione che certamente egli ha alimentato anche attraverso la nomina di tre giudici alla Corte Suprema che hanno dato l’impressione di comportarsi proprio come politici), l’esercizio di un’azione penale nei suoi confronti getterebbe ulteriore discredito sul sistema giuridico. Esso potrebbe finanche determinare un prossimo presidente poco responsabile – che sia lui o un altro, altrettanto incosciente – ad abusare dello strumento penale per vendicarsi dei rivali politici. L’agone politico, irreversibilmente inasprito, e il piano giuridico si mescolerebbero allora in maniera intollerabile e la democrazia costituzionale più antica del mondo crollerebbe miseramente al livello di un paese in cui la legge del più forte la farebbe da padrone.

È questo il dilemma che oggi si trovano a dover risolvere i vari prosecutors che a livello municipale, di contea o di Stato potrebbero chiedere il rinvio a giudizio di Trump per una pluralità di fatti di reato a lui addebitabili. È, però, soprattutto l’Attorney General Merrick Garland, capo del Dipartimento della Giustizia, a trovarsi di fronte all’arduo compito di bilanciare i pro e i contro di un eventuale esercizio dell’azione penale contro l’ex presidente, tanto per i noti fatti del 6 gennaio 2021 – quando la commissione d’inchiesta della Camera avrà terminato il suo lavoro di indagine e gli sottoporrà i risultati – quanto per i possibili diversi reati commessi in connessione con la sua detenzione in Florida di documenti che non avrebbero dovuto uscire dagli Archivi Nazionali.

I guai legali di Donald Trump spaziano dal piano risarcitorio civile – con addebiti da parte dell’Attorney General di New York nei confronti della sua compagnia per aver ottenuto tagli fiscali e prestiti a seguito di dichiarazioni mendaci – a quello penale – per avere, sempre tramite la stessa società, fornito informazioni false al fine di ottenere prestiti, assicurazioni e agevolazioni fiscali. Il prosecutor di Manhattan (Alvin Bragg), che conduce in quest’ultimo caso le indagini, ha già ottenuto la condanna del CFO della Trump Organization, Allen Weisselberg, patteggiando con lui una pena ridotta (100 giorni di carcere, 2 milioni di dollari per le tasse mancate e l’impegno a non impugnare la sentenza) dietro la sua promessa di testimoniare al processo penale contro la Trump Organization, che si terrà a breve. Sono, però, i procedimenti penali che potrebbero coinvolgere direttamente la persona dell’ex presidente a presentare i veri problemi, tanto per lui ma – come si è detto – in particolare per chi deve decidere se formalizzare o meno le accuse a suo carico e andare a dibattimento. Si tratta, fra l’altro, dell’indagine penale in corso per il tentativo di interferire con i risultati elettorali in Georgia, il cui segretario di Stato – qualche giorno prima del tristemente famoso 6 gennaio – ricevette una telefonata con cui Trump gli diceva di aver bisogno di trovare 11.780 voti. Si tratta, poi, soprattutto dell’inchiesta giudiziaria che Merrick Garland sta conducendo per capire se ci sono sufficienti prove per portare a giudizio Trump in relazione ai reati di spionaggio, di ostruzione di indagini federali o di distruzione di elementi di prova ad esse collegate. È questa l’inchiesta che ha dato luogo al mandato con il quale l’8 di agosto per la prima volta nella storia è stata perquisita la residenza di un ex presidente degli Stati Uniti e che potrebbe essere connessa ai fatti del 6 gennaio 2021, per i quali l’Attorney General – al termine dei lavori della Commissione della Camera – potrebbe formulare a carico di Donald Trump, fra le altre, un’imputazione per ostruzione della procedura ufficiale di voto al Congresso o/e per cospirazione volta a frodare gli Stati Uniti.

In ognuna di queste ipotesi la pena cui l’ex presidente potrebbe andare incontro è una sanzione detentiva di svariati anni se non di decenni (si pensi che solo per la fattispecie di spionaggio la pena massima è di 10 anni per documento e per l’ostruzione di indagini di 20 anni). Mandarlo in prigione non è, tuttavia, impresa facile. Una cosa è, infatti, essere convinti di avere elementi di prova a carico dell’ex-presidente, un’altra di averne abbastanza per soddisfare il criterio probatorio che vuole che esse lo inchiodino alle sue responsabilità “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Anche perché ciascuna delle fattispecie per le quali l’imputazione verrebbe formulata richiede la prova del dolo e spesso anche di un dolo particolarmente qualificato. Il Dipartimento di Giustizia deve, inoltre, essere sicuro di poter controbattere efficacemente le varie cause di non punibilità che un ex presidente può sollevare in giudizio a suo favore, quali per esempio l’executive privilege (ossia la prerogativa concessa al presidente degli Stati Uniti, come capo del potere esecutivo e nell’interesse pubblico, di non rivelare determinate informazioni e comunicazioni intercorse con altri appartenenti dell’esecutivo nel caso vengano richieste dal potere legislativo o dal potere giudiziario), un’eventuale immunità o l’esercizio della libertà di esprimere il proprio pensiero. Merrick Garland (come peraltro ogni prosecutor che deciderà di portare Trump a giudizio) dovrà altresì soppesare adeguatamente l’eventualità che una giuria, pur di fronte alle prove schiaccianti della sua colpevolezza, decida di assolvere l’ex presidente facendo uso della sua prerogativa di jury nullification.

Se, insomma, un’imputazione fosse davvero formulata contro Trump, occorrerà essere certi di andare a segno. Una sconfitta da parte dell’accusa significherebbe, infatti, una vittoria politica per l’ex presidente, il quale appare oggi sulla cresta dell’onda in un agone di primarie in cui ben 8 dei deputati repubblicani che avevano votato per il suo impeachment dopo gli eventi del 6 gennaio 2021 si sono ritirati o sono stati sconfitti da candidati trumpisti. Una vittoria giudiziaria non è però mai prevedibile. È forse per questo che, come scrive l’Economist (19 agosto 2022), i guai giudiziari di Donald Trump più che danneggiarlo sembrano per il momento dargli una grossa mano.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.