Il programma del PD: correre a rilento

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Alcuni dilemmi angosciosi stanno per finire. È questione di ore e sapremo definitivamente quale sarà la casella di Fratoianni e dove sarà paracadutato Casini, se il ministro degli esteri che tutto il mondo ci invidia avrà un collegio sicuro, se Luca Lotti sarà davvero sacrificato sull’altare della riduzione dei parlamentari e del piccolo infortunio occorsogli frequentando Ferri e Palamara, se gli elettori della tranquilla Biella rivivranno l’incubo dei banchi a rotelle e della candidatura dell’ex ministra Azzolina o ne saranno infine esentati, se Monica Cirinnà correrà per palazzo Madama o si dovrà consolare nella villa di Capalbio (da presidiare anche per evitare nuovi scherzi di pessimo gusto). Dopo notti insonni, tormentate da queste drammatiche incertezze, tireremo dunque un sospiro di sollievo grazie alla prossima scadenza del termine per la presentazione delle liste e potremo concentrarci sui ‒ non meno angosciosi – programmi.

Ometto di parlare di quello della destra, orribile, ma del tutto coerente con le premesse e la storia di leader come Meloni, Salvini e Berlusconi. Preferisco fermarmi su quello di chi si propone come oppositore della destra, cioè del PD, presentato in questi giorni in forma di manifesti e di schede che hanno suscitato, come ovvio, l’entusiasmo di Repubblica ma anche, ed era meno scontato, il benevolo interesse de il manifesto (https://ilmanifesto.it/su-lavoro-e-poverta-il-pd-prova-a-voltare-pagina).

I manifesti sono reperibili in rete in vari formati e hanno buona grafica, bei colori, slogan accattivanti: “Parità salariale tra donne e uomini. Stesso lavoro, stesse retribuzioni”; “Più medici di famiglia. Piano assunzioni per stare vicino a chi ha bisogno di cura”; “Il lavoro è dignità. Salario minimo, lotta alla precarietà e al lavoro nero”; “Affitti più bassi per i giovani. Contributo di 2000€ l’anno per studenti e lavoratori under 35”; “La casa è un diritto. 500.000 nuovi alloggi a canone concordato in 10 anni”; “Un mese di stipendio in più. Giù le tasse sul lavoro, su i salari”; “Mai più finti stage. Nel mercato del lavoro solo apprendistato retribuito”; “I bambini sono tutti uguali. Scuola dell’infanzia obbligatoria e gratuita”; “Prima l’ambiente. Per la salute, per l’economia, per i nostri figli”; “Chi studia in Italia è italiano. Ius scholae per i bambini che vanno a scuola con i nostri figli”; “Avanti sui diritti civili. Senza paura, per una società di persone libere”; “Italia rinnovabile. Zero burocrazia per aziende green, più lavoro, bollette più basse”. Arduo non essere d’accordo, nonostante il tono berlusconian-renziano del “mese di stipendio in più” e l’elusiva banalità del “prima l’ambiente” (che piace a tutti e, scritto così, non impegna nessuno). Ma, superati i luccichii degli slogan, vengono le schede programmatiche (ben 44). Ed è peggio di quanto ci si poteva aspettare anche nella peggiore delle ipotesi: per quel che è scritto, per quel che manca, per l’impostazione complessiva e per le ricadute sull’intero sistema politico. Ci sarà tempo e modo per esaminare i singoli punti (anche quelli sui diritti, in cui si ripetono buone proposte su cui si è, fino a ieri, accuratamente evitato lo scontro parlamentare…). Qui mi limito a due considerazioni generali.

Primo. Che il Pd sia un partito centrista e conservatore non lo si scopre oggi (e sfugge solo a Fratoianni e ai Verdi, abbagliati dal miraggio di qualche posto al sole) ma quel che oggi emerge è la sua idiosincrasia ad ogni forma di autocritica, anche a fronte di fatti conclamati. Un esempio per tutti, tratto dall’incipit del programma. Gli italiani – lo rilevano tutti gli istituti di ricerca – vivono povertà senza uguali negli ultimi decenni; i salari, in termini di potere d’acquisto, diminuiscono, in controtendenza rispetto al resto d’Europa; la disoccupazione reale non conosce riduzioni; la precarietà del lavoro sta diventando la regola e così il taglio dei diritti dei lavoratori; l’inflazione ha raggiunto il 7,9 per cento. Tutto ciò non per un destino cinico e baro ma per scelte politiche risalenti consolidatesi nell’ultimo decennio, nel quale il Partito democratico è stato quasi sempre al Governo, direttamente o come socio di rilievo. Razionalità vorrebbe che le immancabili promesse di un futuro radioso fossero accompagnate da qualche spiegazione delle ragioni della deriva in atto e da un minimo di revisione critica delle politiche che l’hanno provocata. E, invece, fin dalla prima pagina del programma, il Pd proclama il proprio «orgoglio» per quello «che si è fatto quando si è avuto la responsabilità di governare». Tutto, dunque, all’insegna del continuismo più acritico. E lo stesso accade, in maniera più o meno esplicita, per tutti i punti qualificanti del programma: dalla scuola alla sanità, dalla politica internazionale all’ambiente (per la cui tutela si aggiunge la perla dei “rigassificatori a termine”: sic!) fino alla legge elettorale (lasciata colpevolmente immutata nella legislatura che si sta chiudendo). Per non parlare delle riforme istituzionali, dove, al presidenzialismo e all’autonomia differenziata propugnate dalla destra, si risponde senza neppur citare la sciagurata forzatura del 2001 sul titolo V e rivendicando una sostanziale continuità con la riforma renziana bocciata dal referendum del 2016 («per affrontare al meglio i problemi e le sfide del nostro tempo […] e per andare, senza paura e con spirito aperto, oltre quel 40% del Paese che ha dato fiducia alla nostra proposta di riforma costituzionale»).

Secondo. Si scrive “Forza tranquilla del cambiamento” e si legge “garanzia dello status quo”. Nulla di male, ovviamente, ad essere conservatori e ad aborrire il cambiamento (pur evocato nell’autopresentazione che ricorda gag dedicate al “correre a rilento”). Ma quel che non funziona, politicamente parlando, è l’ambiguità e l’ipocrisia. Per non perdere gli elettori di sinistra “per tradizione”, il PD continua ad evocare, nei manifesti e negli slogan, una vocazione progressista di cui non v’è traccia almeno da un paio di decenni, facendo promesse sganciate dai fatti. Ma ciò ha effetti devastanti non solo sulle sorti del partito (che è essenzialmente affar suo) bensì anche sul sistema politico, ché la perdita di credibilità di una parte si trasferisce rapidamente al tutto. L’ambiguità e le promesse sganciate dalla realtà sono state in questi anni e sono oggi la causa principale della disaffezione dalla politica. I fatti hanno la testa dura e fino a che le modalità della politica saranno queste i cittadini continueranno a pensare che gli interventi per contrastare la siccità serviranno a mantenere agibili i campi da golf frequentati dal premier, che le grandi opere saranno utili esclusivamente a chi le costruisce, che il lavoro resterà un lusso per pochi, che le risorse per la sanità arricchiranno ulteriormente il privato e via seguitando. E continuerà la fuga nel populismo o la fuga tout court. Non certo a torto.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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