La trappola del centrodestra

image_pdfimage_print

Questo è un tentativo d’interpretare gli ultimi sviluppi di questa fase politica. Non ha la presunzione di essere l’unica interpretazione possibile ed è condizionata, come succede sempre, dalle preferenze politiche di chi scrive. Che è molto inquieto per l’avvenire che si annuncia. Il ragionamento è suddiviso in due passaggi. Il primo è una ricognizione degli attori, il secondo è dedicato agli ultimi eventi.

1.

Il primo attore è il centrodestra. È sulla scena dal 1994, dacché il collasso della Dc ha liberato umori che da sempre circolavano nel paese e li ha radunati grazie a un’offerta di rappresentanza a tre punte e mezza: il populismo affaristico berlusconiano, quello razzista della Lega e quello reazionario, di matrice fascista, che è venuto in piena luce con Giorgia Meloni. La mezza punta è il brulichio di reticoli locali, radicati sul territorio, che fanno affari più piccoli, ma sostanziosi, col commercio dei voti. Si spostano da uno dei tre partiti all’altro, secondo convenienza. Gli equilibri entro il trio sono variati nel tempo. Esso ha comunque governato più delle altre parti politiche, con un bilancio a dir poco disastroso: per i ceti popolari, per i ceti produttivi, per i servizi pubblici, per il Mezzogiorno. Il sipario sarebbe dovuto calare per sempre dopo il licenziamento, per imposizione europea, del governo Berlusconi IV. Un impasto di malgoverno e malcostume, viste le vicende giudiziarie che hanno colpito il trio. Eppure, il suo consenso è ancora altissimo. Ha avuto una pausa, per il declino personale di Berlusconi e di Bossi, che ha favorito il dirottamente di una quota di voti verso il Movimento 5 Stelle (M5S) e verso l’astensione, rientrato allorché si sono imposte le leadership di Salvini e Meloni. La spiegazione più attendibile di una così prolungata e caparbia tenuta elettorale è quella che riconosce una profonda inclinazione moderata nelle culture politiche del paese. Gli elettori non scelgono. Votano alla luce di lealtà radicate, che trovano conforto nelle prestazioni di rappresentanza e di governo e che si spezzano solo in circostanze eccezionali. Non c’è niente di male ad essere moderati. Salvo che, scomparsa la DC, il moderatismo è stato sfruttato da tutt’altro personale politico. Entro cui non c’è neanche una scheggia di rispettabilità (solo un po’ di polvere). Di sicuro, non c’è quella componente liberal-moderata disposta a collaborare lealmente con le forze politiche “costituzionali” che qualcuno si ostina a sognare.

Le cose stanno altrimenti dal lato di quello che approssimativamente si può definire lo schieramento “costituzionale”. La divisione è la sua cifra distintiva. Non è un capriccio. Le tre punte e mezza del centrodestra hanno aspirazioni minime, ma comuni: meno regole, meno tasse, meno sindacati, meno ambiente, mano pesante delle forze dell’ordine e accanimento contro i migranti. Ai loro elettori sta bene questo. Entro il centrosinistra le divisioni sono di lunga durata, profonde e ardue da conciliare. Da una parte c’è un segmento pro-market, attento ai ceti medi più moderni e al mondo imprenditoriale, dall’altra un segmento attaccato ai servizi pubblici e alla tutela del mondo del lavoro e dei ceti deboli. È un dilemma comune a tutti gli schieramenti di centrosinistra europei. C’è pure un’appendice ultra-market, che talora si definisce centrista e ha un’idea aziendale del regime democratico. Il massimo denominatore comune sono i diritti di genere e delle minoranze. Non è granché. La prima componente insegue da tempo il sogno di attrarre una quota dell’elettorato di centrodestra, quella liberale, che non esiste. Quando inventò il partito “a vocazione maggioritaria” nel 2008 distrusse tutto il centrosinistra. La seconda componente, che nel 2006 era un po’ al di sotto del 10 per cento di voti, se li è persi, in gran parte nell’astensione. Nonostante la vulgata messa in giro artatamente, non vi sono state consistenti emorragie elettorali verso la destra dell’elettorato popolare. Cipputi votava a sinistra. I suoi figli e nipoti fanno i camerieri, sono pure precari, di norma si astengono, e, in alcune situazioni, non regolarmente, votano a destra, ma, come testimoniano le indagini sui flussi, preferiscono il M5S e l’astensione. La linea divisoria tra le due sinistre è nettissima. Quando appaiono segmenti disponibili al dialogo, risuona l’accusa di populismo. Provvede la componente ultra-market col sostegno dei media. La divisione è forse insuperabile.

Con le varianti del caso, simili divisioni sono comuni a tutta l’Europa. Il made in Italy è il M5S. Evitiamo per favore la grossolana e fuorviante etichetta di populismo. Mancano le pulsioni xenofobe, reazionarie e sovraniste. È pura manifestazione di antipolitica, che ha sopraffatto l’originaria ispirazione ecologista. Il M5S ha fatto della moralità della politica la sua insegna, l’ha esasperata in moralismo e l’ha tradotto in un delirante fondamentalismo democratico, culminato in una disastrosa tecnica di reclutamento del personale politico.

2.

Variano i rapporti di forza, variano le combinazioni, ma questo è il cast della politica italiana, più o meno da quindici anni. Non mancano ovviamente gli attori extrapolitici: i grandi potentati economico-finanziari, i grandi gruppi d’interesse e anche il grande partito dei media e dei loro padroni (GPM). Anche costoro hanno determinato gli ultimi eventi, iniziati con la caduta del governo Conte II. Perché mai è caduto? La spiegazione fondamentale è stata l’inadeguatezza. La ripartenza post-pandemia e il PNRR erano operazioni troppo delicate per farle gestire a un premier dilettante e a una maggioranza risicata. È più che fondato però il sospetto che la vera ragione fosse l’operazione PNRR: è un’operazione colossale, su cui i potentati che contano volevano un controllo diretto e fidato. A tirare i fili della manovra sono stati l’appendice ultra-market e il GPM.

Da mesi risuonava la retorica dello sforzo nazionale da condividere da tutte le forze politiche e della personalità di grande competenza e autorevolezza che avrebbe dovuto guidarlo. L’appendice ultra-market e il GPM hanno sponsorizzato l’inclusione del centrodestra, dopotutto non indispensabile, e hanno messo all’angolo PD e M5S. Vietato il ricorso anticipato alle urne, per il centrodestra è stata una festa: è stato invitato in pompa magna alla spartizione della torta del PNRR. Il governo che ne è nato è di difficile definizione. Politico perché i governi sono tutti politici, in quando prendono decisioni che danno ad alcuni e tolgono ad altri; guidato però da un tecnico, acclamato dai partiti, con una componente significativa di tecnici, quasi tutti graditi a questo o a quel partito. Forse di unità nazionale. Tranne uno, c’erano tutti i partiti. In cima a tutto, la personalità di grande spicco era Mario Draghi, il quale per chiarire da subito come intendesse il suo compito, ha nominato come suo consulente Francesco Giavazzi e, andando avanti, non ha risparmiato in dosi di europeismo e di atlantismo.

È stata una trappola tesa anzitutto al M5S. Spodestato della premiership, volevano buttarlo definitivamente fuori strada. Costituito il nuovo esecutivo, il PD aveva manifestato l’intendimento di collaborare col M5S in sede elettorale. Non è la sinistra radicale. Ha solo difeso strenuamente una misura di welfare condivisa da tutte le democrazie avanzate: il reddito di cittadinanza. Contro quest’ultimo, contro il movimento e contro Conte è stata condotta una campagna mediatica e politica greve e martellante. Il Pd non li ha aiutati, perché si è scelto la parte del partito di Draghi, né c’era da aspettarsi che li aiutasse Draghi, che non ha mai nascosto la sua insofferenza. Il martellamento, e la maggior attenzione prestata dal governo alle richieste della destra, hanno fatto saltare i nervi ai grillini. Giuseppe Conte era impegnato in un arduo compito di ridisegno: da movimento caoticamente antipolitico a formazione esplicitamente pro-welfare. La definizione è grossolana e invitiamo perciò chi sia interessato ad approfondire a leggere la Carta dei valori redatta da Conte. In pochi l’hanno letta, ma tra questi c’è chi ha capito bene in che direzione Conte voleva andare e ha accentuato la campagna di demonizzazione. Figurarsi quando ha osato sollevare qualche dubbio sulle armi all’Ucraina. Conte non è un professionista. Saltati i nervi ai suoi compagni di partito, ha provato a inseguirli. Finché non sono saltati i nervi anche a lui. Ha rovesciato il banco e ha avuto tutti contro. Se ha sbagliato, ce l’hanno costretto.

Ma è stato al tempo stesso preso in trappola pure il PD. Che se avesse abbandonato la prospettiva di un accordo con i M5S, si sarebbe presumibilmente rivolto all’appendice centrista, che, anche se conta poco quanto a voti, avrebbe alzato il prezzo. Il PD ha d’altra parte indossato i panni del partito draghiano par excellence. È un vezzo delle sinistre pro market. Le destre diventano sempre più bieche, la regressione non risparmia quelle più moderate, e loro fanno il partito della nazione e delle buone maniere democratiche. Nascondono così il loro vuoto programmatico e la loro modesta iniziativa politica. È esemplare la penosa figura del ministro Orlando. Aveva nominato un prestigioso comitato di esperti affinché valutasse il reddito di cittadinanza. Hanno fatto serissime proposte. Non c’è stato nemmeno il tempo di ascoltarli.

L’altra trappola è stata tesa a Draghi. Tanti i mandanti. Lo si è sovraccaricato di aspettative. Lui ci ha messo la faccia e la sua autorevolezza internazionale e si è ritrovato con un pugno di mosche. Che nutrisse l’ambizione di succedere a Mattarella l’ha ammesso lui stesso. Con la scusa che era indispensabile alla guida dell’esecutivo, gli hanno vietato di diventarlo. L’hanno tartassato di pretese. Alla fine, anche a lui sono saltati i nervi e allora gli hanno sfilato la guida dell’esecutivo. Si deve contentare degli affari correnti.

Chi ha teso una trappola a tutti gli altri sono state le tre punte del centrodestra. Non sappiamo se l’abbiano congegnata in partenza, ma gli è riuscita alla grande: due punte dentro la maggioranza, a scalpitare quanto basta e a spartirsi la torta, la terza a fare solitaria e feconda opposizione. In voti la Lega pagherà un costo alto. Ma gli interessi tutelati dal ministro Giorgetti sono stati ben compensati. Il PNRR ha una forte impronta nordista. Aspettavano l’incidente. Quand’è arrivato, ne hanno colto il frutto: le elezioni anticipate. Berlusconi, cui qualche illuso guardava speranzoso, è rimasto dov’era. Quale che sia il suo share di voti, potrà sempre accreditarsi come mediatore con il PPE e con Bruxelles e risolvere qualche grana giudiziaria personale. D’altra parte, qualcuno s’illudeva che il governo Draghi avrebbe cambiato gli orientamenti elettorali del paese? Certo non hanno avuto nemmeno il buon senso di rivedere la legge elettorale.

Pagheranno il conto, come da copione, i lavoratori, i risparmiatori, i servizi pubblici, i giovani, una parte del ceto imprenditoriale, il Mezzogiorno, le classi popolari. A queste ultime si darà la colpa di alimentare il populismo. C’è un modo per difendersi dal successo imminente delle destre? Un campo larghissimo richiederebbe un sovrappiù di generosità, d’intelligenza politica e di fede democratica. Un accordo del PD con l’appendice centrista vale poco. Un’intesa PD-M5S sarebbe più vantaggiosa, ma è sabotata da molte parti. Non contiamo sul soccorso europeo. Converrà allora che i cittadini si attrezzino per difendere loro il regime democratico.

Gli autori

Alfio Mastropaolo

Alfio Mastropaolo, politologo, è professore emerito di Scienza Politica nell'Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica” (Bollati Boringhieri, 2005), “Il parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee” (con L. Verzichelli, Laterza, 2006) e “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un'invenzione imperfetta” (Bollati Boringhieri, 2011).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “La trappola del centrodestra”

  1. Condivisibile l’analisi politica. Un po’ sottovalutata l’azione di Draghi a proposito della guerra in Ucraina e dello appiattimento del governo italiano alla politica della NATO di chiara impronta filo americana e che ha contribuito anche a rendere più conflittuale il rapporto fra primo ministro e movimento 5 stelle.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.