Tra ideologia di guerra e politiche di potenza

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Con il passare delle settimane, la cortina ideologica stesa sulla guerra in Ucraina in nome del fondamentalismo democratico sempre più va diradandosi.

Alle prime reazioni improntate a sostenere, in base all’art. 51 della Carta dell’Onu, l’autotutela dello Stato vittima dell’attacco armato – sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, invio di equipaggiamenti militari non letali e armamenti difensivi – subito si è affiancata la retorica della guerra in difesa dei «nostri valori». «Putin è terrorizzato dalla democrazia, per questo ha attaccato l’Ucraina»; «se vincerà in Ucraina, le sue prossime vittime saranno Georgia, Moldavia, Paesi Baltici e Finlandia»; «l’orso russo non si accontenterà di Kiev, si fermerà solo a Lisbona»: quante volte abbiamo sentito queste esagerazioni? Sullo sfondo, una banalizzazione evidente: il male assoluto contro il bene assoluto, lo scontro tra tirannia e libertà, la necessità di difendere la fine della Storia sancita dall’avvento universale di democrazia e libero mercato.

Certo, nelle stesse settimane la Spagna riconosceva l’occupazione del Sahara occidentale invaso dal Marocco nel 1975; Israele continuava a reprimere e uccidere i palestinesi nei territori conquistati con l’attacco del 1967; la Turchia e l’Iraq proseguivano nella loro decennale guerra contro l’autodeterminazione del popolo curdo; Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iran rimanevano protagonisti della guerra civile che massacra civili a migliaia nello Yemen; gli Stati Uniti minacciavano di ritorsioni le Isole Salomone per aver sottoscritto un patto di sicurezza con la Cina. Ma vorremo mica paragonare questi infedeli con la pelle scura agli ucraini bianchi, biondi e cristiani? La selezione razziale applicata dai polacchi ai profughi in fuga dall’Ucraina docet. Probabilmente, chi dice «nostri valori» intende riferirsi non ai valori riconosciuti come universali dalla nostra cultura (qualsiasi cosa ciò possa significare), ma ai valori applicabili a noi soltanto.

Come che sia, questa maschera ideologica è oramai caduta, a dimostrazione della sua strumentalità (e, dunque, della sua falsità). Il primo a farsi sfuggire la realtà delle cose è stato Joe Biden durante la sua visita in Polonia di fine marzo, quando ha pubblicamente dichiarato che Putin è un «macellaio» e non può rimanere al potere. Di lì in poi è stata un’escalation, sino all’aperto riconoscimento, per opera del segretario alla Difesa Lloyd Austin, che l’obiettivo degli Stati Uniti non è la difesa dell’Ucraina, ma l’indebolimento strategico della Russia, e che, a tal fine, la guerra potrà durare anni. Concetto poi ribadito dal segretario di Stato Antony Blinken.

Da ultimo (in senso cronologico e gerarchico), a scoprire del tutto il gioco sono stati il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e il primo ministro inglese Boris Johnson. Il primo, ammettendo che l’alleanza atlantica non fa differenza tra armi offensive e difensive, ha aperto la strada all’invio in Ucraina di carri armati, blindati per trasporto truppe, artiglieria a lunga gittata. Il secondo (poi goffamente scimmiottato da Guerini), autorizzando l’impiego di tali armamenti anche per condurre attacchi in profondità nel territorio russo, ha impresso una svolta all’azione militare ucraina, al punto da rendere lecito interrogarsi sulla sua perdurante riconducibilità all’art. 51 della Carta dell’Onu.

Ciò che, però, è realmente rivelatore sono le recenti dichiarazioni di Stoltenberg sulla Cina. «La Cina per la Nato non è un nemico, ma la sua crescita ha implicazioni per la nostra sicurezza e tutto ciò verrà preso in considerazione dal prossimo piano strategico che gli alleati si daranno a Madrid», ha dichiarato lo scorso 28 aprile; aggiungendo: «la Cina non rispetta i nostri valori democratici, investe nella marina e nella tecnologia dei missili ipersonici, si avvicina a noi nell’Artico e in Africa, vuole controllare le infrastrutture tecnologiche come il 5G e ha partnership sempre più stretta con Mosca». Ecco il problema: anziché starsene buona al posto che noi le abbiamo assegnato, la Cina (ma il discorso vale per qualsiasi potenza non allineata all’Occidente) osa avvicinarsi a noi economicamente, tecnologicamente, militarmente. E, così facendo, insidia la posizione di dominio planetario detenuta dagli Usa e dalla Nato. Autodeterminazione dei popoli, concorrenza di mercato, libertà di scegliersi il proprio sistema di governo? Tutte fandonie, buone a imbonire l’opinione pubblica. Al cuore delle relazioni internazionali vi sono, sempre e soltanto, per tutti gli Stati, politiche di potenza. Meglio sottolinearlo: per tutti gli Stati. Non c’è infatti alcun dubbio che, a parti invertite, la Cina, così come qualunque altra potenza, farebbe lo stesso. La Russia, in effetti, già lo sta facendo.

Se, dunque, tanto si fatica a portare al tavolo negoziale Putin e Zelensky (in rappresentanza di Biden) è perché nessuna delle parti in causa è al momento davvero interessata alla fine della guerra. Non la Russia, almeno finché non avrà ottenuto tutto il Donbass e la continuità territoriale con la Crimea (e, forse, con la Transnistria); e nemmeno gli Stati Uniti, almeno finché Putin non sarà così indebolito da rendere ipotizzabile la sua sostituzione con un novello Eltsin. È stato ancora Stoltenberg a palesarlo, il 7 maggio scorso, disconoscendo a nome della Nato l’incauta apertura di Zelenensky a un accordo di pace comportante riconoscimenti territoriali alla Russia. Altro che destino degli ucraini deciso dagli ucraini: per il fronte occidentale, le sorti della guerra si decidono a Washington, non a Kiev. Nel frattempo, che l’Ucraina venga distrutta e che i morti continuino ad accumularsi. Così come, naturalmente, i profitti dell’industria delle armi.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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One Comment on “Tra ideologia di guerra e politiche di potenza”

  1. La cortina ideologica e la campagna comunicativa irreale e quasi ridicola, se non fosse stata tragica. Uno Zelensky, in perenne maglietta verde, a cui è stato concesso di arringare i massimi organi rappresentativi di alcuni dei Paesi più importanti del mondo… Quando mai era successo una cosa del genere? Quando mai era successa una tale concessione di potere a un Paese in guerra, pur se invaso? Sarebbe basato questo, secondo me, a far capire anche ai ” semplici” cittadini che la questione era molto diversa dalle narrazioni colpevoli e interessate ( perchè?) che ci è toccato leggere in questo periodo.

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