A due mesi dall’inizio della guerra

image_pdfimage_print

La guerra divide. Divide, ovviamente, gli Stati belligeranti e i loro alleati, ma anche l’opinione pubblica, le forze politiche, le persone. Non potrebbe essere altrimenti. È sempre stato così (basti pensare, per quanto riguarda il nostro Paese, alla prima guerra mondiale) ed è così oggi. A quasi due mesi dall’invasione russa dell’Ucraina si è consolidata, anche in Italia, la linea di faglia di questa divisione: una spaccatura profonda che separa visioni del mondo, rompe antiche affinità politiche (e personali), ridisegna la nostra geografia politica. Di questo si deve ragionare: per l’oggi e per il domani.

L’invasione dell’Ucraina è un crimine internazionale. Sotto ogni profilo. Va, dunque, condannata senza se e senza ma. La condanna peraltro è, da sola, insufficiente. Serve, beninteso, a tacitare le non immacolate coscienze di chi fino a ieri ha sostenuto e/o legittimato Putin (ricevendo in cambio riconoscimenti e, talora, denaro) e cerca ora di rifarsi una verginità impartendo, in compiacenti salotti televisivi, lezioni di politica e di coerenza. Ed è un provvidenziale diversivo per chi – tra questi il Governo del nostro Paese – ha continuato fino al 2021, nonostante l’embargo in atto, a fornire alla Russia armi leggere e pesanti per milioni di euro. Ma certo non basta per chi ha a cuore il presente e il futuro degli ucraini e della comunità internazionale e cerca, per questo, di non lasciarsi fuorviare dalla retorica, dalla demagogia e da interessi politici contingenti. Due mesi di guerra, del resto, alcune cose le hanno insegnate.

La realtà della guerra è nelle immagini proposte incessantemente dalle varie testate televisive: decine, centinaia, migliaia di morti; corpi dilaniati, bruciati, torturati, stuprati, abbandonati ai bordi delle strade o sepolti in fosse comuni; vecchi, donne, bambini in fuga o ammassati in precari rifugi sotterranei; atrocità; scuole e ospedali bombardati; città distrutte. Orrore. E ancora orrore. Giustamente i media denunciano i crimini di questa guerra ma, ipocritamente, li descrivono come un di più. Non è così. I crimini di cui vediamo ogni giorno le immagini sono coessenziali alla guerra. Più esattamente, sono la guerra. Da sempre e senza eccezioni (oggi più di ieri per la maggior capacità distruttiva delle armi disponibili). Non esistono guerre combattute lealmente da eserciti rispettosi di regole predeterminate di correttezza e, soprattutto, delle persone, dei loro diritti, della loro umanità. La guerra è un massacro. Il resto, i distinguo, sono parole inutili. In questo orrore la divisione non è, come dicono all’unisono i media e la politica, tra chi sta con l’Ucraina e gli (improbabili) sostenitori di Putin ma tra chi vuole la guerra (o quanto meno la accetta) e chi non è disposto ad accettarla. A fronte di questa affermazione molti si stracciano le vesti, invocano principi e valori irrinunciabili e criminalizzano i disfattisti, gli inetti e i traditori che non si adeguano. Come in ogni guerra. Ma parliamo di questa.

Nel nostro Paese (e in tutto l’occidente) l’establishment non ha dubbi. La guerra deve continuare e il Governo ucraino va rifornito di armi sempre più sofisticate perché, come diceva l’“uomo che sa” dell’omonima canzone di Bob Dylan all’epoca della guerra in Vietnam, «alla nuova frontiera c’è un nemico mortal, che i più sacri valori potrebbe annientar». Lo sostengono – affiancate dai media – pressoché tutte le forze politiche; e i nazionalisti e le destre sono superati, nella foga bellicista, dal Partito democratico. Ma lo sostengono anche molti intellettuali di sinistra che danno manforte alla retorica bellica invocando il diritto di resistere del popolo ucraino (e richiamando a rinforzo la nostra resistenza), sostenendo che non ci sono alternative alla guerra e aggiungendo che solo un successo delle forze ucraine può propiziare la pace. Affermazioni tanto suggestive quanto infondate, su cui occorre soffermarsi. 

1.

Il popolo ucraino – si dice – ha il diritto-dovere di resistere all’invasione. È vero. Il diritto di resistenza, seppur spesso contestato da chi oggi lo sostiene con particolare vigore, è l’interfaccia irrinunciabile della dignità e della libertà delle persone e dei popoli: nel proprio paese (a fronte di derive autoritarie) e sul piano internazionale. Il popolo ucraino – come quello palestinese, quello curdo e tanti altri nel mondo – ha il pieno diritto di resistere all’aggressore e non compete a chi è comodamente al riparo dalle bombe dare indicazioni su come deve farlo. Aggiungo che, nonostante la sproporzione delle forze in campo, alcune “guerre di resistenza” hanno visto, alla lunga, affermarsi le loro ragioni. In ogni caso assai spesso esse hanno avuto solidarietà a livello internazionale, appoggio di ampi settori di opinione, sostegni economici di associazioni e movimenti, persino interventi ad adiuvandum di combattenti stranieri (i cosiddetti foreign fighters, che pure, in genere, non hanno goduto, nel nostro Paese, di buona stampa). Che ciò accada oggi con riferimento all’Ucraina è, almeno per me, un fatto positivo. Ma la questione sul tappeto è tutt’altra: non la resistenza ucraina, ma l’intervento della Nato e degli Stati ad essa aderenti con forniture di armi e di consiglieri militari al Governo e all’esercito ucraino e conseguente trasformazione della resistenza di un popolo in conflitto internazionale (combattuto per interposto esercito). Non è la stessa cosa. Lo dimostra – a tacer d’altro – la circostanza che questa trasformazione non si è verificata in nessuna delle “guerre di resistenza” di questo secolo, simili a quella ucraina e tuttavia considerate e gestite dalla comunità internazionale come conflitti regionali circoscritti, inidonei ad innescare interventi diretti di Stati terzi. Per molti motivi: non ultimo il carattere distruttivo della guerra moderna, con moltiplicazione delle sofferenze per le popolazioni civili e rischio immanente del suo degenerare, per scelta o per incidente, in guerra nucleare con effetti devastanti per l’intera umanità. A questa (pur evidente) considerazione alcuni esponenti della sinistra con l’elmetto rispondono evocando la resistenza italiana al nazifascismo e la fornitura di armi ai partigiani da parte delle forze alleate, in particolare anglo-americane. Paragone insostenibile, a riprova della debolezza della tesi: non foss’altro perché, nel nostro paese, la resistenza fu insurrezione di popolo e non confronto tra eserciti e, soprattutto, perché intervenne all’interno di una guerra mondiale in atto sì che la fornitura di armi da parte anglo-americana (talora intervenuta obtorto collo) non fu un sostegno di forze estranee al conflitto ma un’operazione di alcune potenze belligeranti dettata da calcoli di convenienza militare in vista dell’esito di quella guerra.

2.

Ma – si oppone – possiamo, per evitare una guerra di più ampia estensione, voltarci dall’altra parte e accettare in silenzio che l’Ucraina sia distrutta e il suo popolo mandato al macello? È questa la solidarietà internazionale di cui si è tante volte riempita la bocca la sinistra? L’argomento muove da un presupposto sacrosanto (la necessità di non abbandonare il popolo ucraino) per giungere, con evidente salto logico, a una conclusione indimostrata (cioè che l’unico aiuto possibile è quello armato). Se, infatti, la comunità internazionale avesse a cuore la salvaguardia del popolo ucraino ci sarebbero – pur nell’impotenza dell’ONU (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/04/19/il-fallimento-dellonu-e-le-vie-della-pace/) – ben altre strade percorribili, alternative a quella di fornire armi, incrementando così la strage. Strade che sembrano impraticabili e provocatorie sol perché non le si vuole praticare. Ma davvero qualcuno pensa che la guerra e i bombardamenti avrebbero avuto lo stesso corso se i rappresentanti dei paesi che hanno condannato l’invasione russa si fossero riuniti in assemblea permanente (come scudi umani) nelle più grandi città ucraine? o se le sanzioni, invece che indifferenziate e differite di mesi, fossero state mirate e immediate, prima dell’intensificarsi del conflitto? Certo, ciò avrebbe comportato rischi personali significativi e danni economici enormi per i paesi coinvolti, e tuttavia si sarebbe trattato di costi minori dell’intensificarsi della guerra e dei massacri. E, ancora, tutti – le parti in causa e i loro sponsor – sostengono, a parole, la necessità di trattative di pace, ma con l’evidente riserva mentale che l’esito delle stesse deve essere il riconoscimento delle proprie ragioni e l’affermazione delle proprie convenienze politiche, anche a dispetto della realtà e della storia. Così scompare dalla scena il fatto che la divisione del mondo in (nefaste) sfere di influenza è in atto da decenni, che la guerra è iniziata non il 24 febbraio scorso ma otto anni prima e che, in essa, sono intervenuti ben due accordi di pace, sottoscritti a Minsk il 5 settembre 2014 e il 12 febbraio 2015 (quest’ultimo recepito nella risoluzione n. 2202/2015 del Consiglio di sicurezza dell’ONU), poi disattesi da entrambe le parti. La trattativa è la vera alternativa alla guerra e al massacro in atto, ma porre, per essa, condizioni insostenibili significa, semplicemente, non volerla. A ricordarlo non sono incorreggibili cripto-putiniani ma il senatore statunitense Bernie Sanders, già in corsa, con ampio seguito, per la presidenza del suo paese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/03/24/ucraina-la-retorica-bellica-che-mina-le-trattative-di-pace/).

3.

C’è, in ultimo, chi ammette che la guerra è una tragedia, ma ne sottolinea la necessità (e, con essa, l’obbligo di fornire armi al Governo ucraino) per evitare una tragedia peggiore, legata alle mire espansionistiche di Putin e della Russia. Se tali mire, e i connessi rischi di un conflitto nucleare, siano arginati o incrementati dall’ulteriore armamento dell’esercito ucraino e dalla conseguente escalation del conflitto non lo sa in realtà nessuno, perché non ci sono sfere di cristallo e perché gli argomenti a sostegno dell’una e dell’altra tesi sono nulla più che ipotesi. Meglio, dunque, guardare alla realtà attuale e alla situazione che si è venuta a determinare dal 25 febbraio. Primo. In due mesi i morti e le distruzioni sono aumentati a dismisura e oggi – tutti lo ammettono – le possibilità di un cessate il fuoco e di una soluzione pacifica del conflitto sono di gran lunga inferiori a un mese fa. Secondo. Dopo anni di centralità, almeno a parole, della pace, la guerra e il riarmo sono diventati, in tutto il mondo, parole d’ordine. Certo, la produzione e la vendita di armi non si sono mai interrotte (vedi, per tutti, https://volerelaluna.it/materiali/2022/03/21/accendere-le-fiamme-ovvero-la-corsa-agli-armamenti-dellue/ e https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/02/01/lucraina-gli-stati-uniti-e-lindustria-bellica/) ma oggi esse sono finanche rivendicate, sono diventate una priorità politica, coinvolgono paesi (come la Germania) in precedenza disarmati. E, intorno, cresce una cultura che legittima la guerra, sbeffeggiando – con tratti da interventismo futurista – chiunque prova ad opporvisi, a cominciare dal papa di Roma. Inutile aggiungere che le armi non vengono costruite per essere esibite in mostre o in iniziative di pace… Terzo. Crescono ovunque i nazionalismi e la retorica patriottarda: basta sentire un telegiornale o leggere un qualunque quotidiano. Comunque finisca questa guerra, essa porterà con sé rancori, odî, egoismi campanilistici, diffidenze che avveleneranno i rapporti tra gli Stati, tra i popoli, tra le persone (come si vede nell’ostracismo riservato agli artisti, ai docenti, agli studenti russi, solo perché russi e indipendentemente dalle loro idee e dalla loro cultura). Quarto. In questo contesto, l’isolamento e la criminalizzazione di chi dissente dal pensiero dominante (che pretende di farsi unico) sono tangibili, accompagnati – secondo la più classica tradizione dei periodi di guerra – dal vittimismo della maggioranza, che, non paga di disporre di tutti i media e di tutti gli organi di informazione, lamenta l’esistenza di voci dissonanti. Tanto basta per concludere che la guerra ha già prodotto danni irreversibili e che sarebbe tempo di fermarsi, almeno per ridurne gli effetti.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Guarda gli altri post di: