Un global flop, da Roma a Glasgow

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Capita raramente di assistere a una sequenza di eventi globali così incalzanti da costringere i Governi a metterci la faccia, per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica mobilitata per le strade, e non solo alle ragioni talora oscure della geopolitica. Impegnati senza soluzione di continuità tra il summit conclusivo del G20 e la storica COP26 in corso a Glasgow, i leader della comunità internazionale, in un certo senso, non hanno scampo. 

Al summit di Roma, evento conclusivo della presidenza italiana del G20, i capi di Stato e di governo sono arrivati stremati dalle assenze annunciate di Russia e Cina e dalle profonde divisioni interne, e fino all’ultimo sono stati imbrigliati nel negoziato, per atterrare con difficoltà sul terreno comune di una dichiarazione finale dopo mesi di impegni vacui e una retorica sempre più lontana dalla realtà. Dal canto suo, la diplomazia italiana era pronta a inventarsi qualunque escamotage pur di dare l’impressione di aver lasciato un segno di successo diplomatico sul fronte della lotta alla pandemia e del cambiamento climatico. Francamente non è successo, nonostante il giudizio della stampa nostrana che ha raccontato il G20 come un’inversione di tendenza nella storia del multilateralismo, il ritorno simbolico sulla scena di un know-how tutto italiano in grado di convincere e raccordare posizioni molto divergenti. Arroccata sulla propaganda di pompose epocali decisioni, la stampa italiana, ben diversamente da quella straniera, ha operato un autentico travisamento della realtà, un travisamento privo di sensatezza perché induce al contrappunto di un’opinione pubblica sempre più cinica, disillusa di trovare risposte nell’autismo della politica. 

Gli appuntamenti del G20 e della COP26 segnano del resto solo una prima fase di settimane incandescenti e decisive per la definizione degli scenari futuri del mondo, dopo due anni di pandemia. La partita si gioca su più tavoli, distinti ma dialoganti tra loro, perché se c’è una cosa che Covid-19 ha insegnato al mondo è l’interconnessione non solo tra le persone e i popoli, ma anche tra i loro problemi.

All’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) non si sono mai interrotti i negoziati per cercare una ostica mediazione sulla proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS Waiver) che India e Sudafrica hanno presentato un anno fa per liberare l’accesso alla conoscenza farmaceutica e ampliare la capacità di produzione dei rimedi contro Covid-19, vaccini e non solo; in vista della dodicesima conferenza ministeriale di fine novembre, la persistente reticenza europea a questa proposta mette a dura prova il multilateralismo commerciale a Ginevra. Pure all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) c’è una certa fibrillazione da quando si sono accesi i motori della diplomazia internazionale sulla proposta di un trattato pandemico, sospinto dall’Unione Europea, con l’intento di stabilire regole vincolanti per rispondere alle pandemie del futuro. Il trattato pandemico sarà oggetto di una sessione speciale della Assemblea dell’ OMS a fine di novembre, sempre a Ginevra. Si tratta di percorsi diplomatici concomitanti e ad alta intensità: analisti molto accreditati ritengono infatti che gli slanci della UE a favore del trattato pandemico all’ OMS siano una mossa diversiva rispetto alla moratoria temporanea della proprietà intellettuale che Bruxelles continua ostinatamente a bloccare.

Finanza, clima, salute: su questi temi, il consesso del G20 era improrogabilmente chiamato a dare un forte segnale, anche perché racchiude l’80% delle emissioni di CO2. La speranza era che, nella interazione tra pochi governi, si potessero recidere, con visioni aderenti alla realtà e finanziamenti vincolanti, i nodi gordiani che dall’inizio della crisi pandemica mettono a dura prova il multilateralismo. Impreparato ad affrontare l’arrivo del virus, e oggi incapace di trovare una convergenza efficace almeno sul terreno dell’emergenza sanitaria e climatica, le due facce dello stesso fallimento di modello economico. Sebbene evocato a più riprese negli interventi della Nuvola, il coraggio di un orizzonte basato su regole globali intese al perseguimento dell’interesse pubblico e in grado di rilanciare la funzione dello Stato sulle sfrenate ragioni dell’economia neoliberista, non si è visto. Non c’è. Il G20 ha coinvolto regine, principi e privati per ragionare sull’urgenza delle soluzioni. 

Si è vista invece molta mistificazione. Sul clima, Draghi ha riconosciuto apertamente la sfiducia tra paesi emergenti e industrializzati sul terreno della responsabilità del riscaldamento globale, e ha speso parole forti sulla necessità di rispondere ai rischi del futuro, di ingaggiare leadership collettiva, di adattare tecnologie e stili di vita al «nuovo mondo da costruire, se vogliamo che sia la gratitudine, e non il risentimento, a segnare la risposta delle nuove generazioni». Ma la dichiarazione finale del summit di Roma, che pure consolida l’accettazione dei risultati scientifici dell’IPCC per contenere il riscaldamento climatico entro 1,5 gradi centigradi, riproduce la consueta incapacità dei vertici ufficiali di tradurre in impegni misurabili la radicalità delle scelte climatiche che questo tempo impone, per la salute del pianeta e della popolazione mondiale. Il testo del G20 non fissa una data per il conseguimento dell’obiettivo da parte dei più impattanti emettitori di gas clima-alteranti. Consente anzi ai governi che detengono l’80% del PIL mondiale e la più grande responsabilità per la devastazione del pianeta di conseguire il traguardo in base alle loro intenzioni, interessi e possibilità. Come se bastassero piccole modifiche incrementali a impedire il crollo del complesso ecosistema planetario, visibilmente assediato da eventi che segnano punti di non ritorno tali da rendere questo mondo inabitabile per milioni di persone già oggi, come ha ricordato nel suo intervento a Glasgow la straordinaria prima ministra delle Barbados in apertura dei lavori. Senza obblighi vincolanti, e senza una rotta temporale cogente all’altezza della emergenza planetaria, il G20 ha consegnato alla COP26 di Glasgow declamazioni vuote di credibilità, orientate ancora una volta alle ragioni della economia globalizzata piuttosto che a un improrogabile nuovo pensiero sul modello di sviluppo ecologico. E infatti i governi del G20 proseguono, con le loro imprese a briglie sciolte, l’opera di erosione della biodiversità, l’incremento della deforestazione globale, gli accordi di libero commercio che favoriscono l’avanzare della catastrofe.

Il capitalismo fossile va dritto per la sua strada, ha fatto notare Mariana Mazzucato su The Guardian: un incredibile 56% dei fondi per la ripresa post-pandemica dei paesi del G20 è destinato alle aziende che estraggono combustibili fossili. E l’industria finanziaria (HSBC, Deutsche Bank, Credit Agricole, per citare i big più noti) dal canto suo, mentre firma ad aprile impegni per azzerare le emissioni entro il 2050, sotto le spoglie della Glasgow Financial Alliance for Net Zero, continua oggi a investire nelle pipeline che sventrano le terre dei popoli indigeni, in un complesso sistema che tiene insieme multinazionali delle energie fossili, enti di gestione di investimenti privati, fondi pensione e istituzioni finanziarie internazionali.

I miliardi di alberi da piantare promessi nella dichiarazione del G20 di Roma non saranno la foglia di fico con cui barattare il futuro delle nuove generazioni. La fiducia intergenerazionale non è merce che si acquista a buon mercato, vista l’onda di mobilitazione popolare. È una tragedia che i leader del G20 non riescano a capire il messaggio radicale che viene dalle strade – a Roma prima e in questi giorni in Scozia: percorsi che vanno popolandosi del senso di rivolta di chi non ha più nulla da perdere, perciò chiede, anzi esige un nuovo paradigma. Il rapido superamento del capitalismo finanziario che genera patogenesi tanto visibili: «la crisi climatica è una crisi della salute globale», ha dichiarato il Dr Tedros, direttore generale dell’OMS, alla conferenza su clima e salute, in questi giorni a Glasgow. 

Ma neppure sul fronte sanitario si sono registrati progressi. La crisi sanitaria persiste – SARS-CoV-2 insidia la Russia e i Paesi dell’Europa, non più solo orientale – e persiste anche l’apartheid dei vaccini. Anzi, si aggrava. La responsabile scientifica dell’OMS, Soumya Swaminathan, ha spiegato come il numero delle terze dosi somministrate (circa un milione al giorno) sia tre volte superiore alle prime dosi di vaccino iniettate nei paesi a basso reddito (circa 330.000 dosi al giorno). Su questa ingiustizia mondiale, la dichiarazione del G20 mantiene il difetto di fabbrica di rilanciare impegni già assunti e mai materializzati.

Il vertice di Roma ha ribadito l’obiettivo sancito dai ministri della salute del G20 a settembre di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro la fine del 2021 e il 70% di immunizzazione entro la metà del 2022. Per come stanno le cose, con solo il 9% delle donazioni promesse dal G7 erogate – ammesso e non concesso che siano le donazioni la soluzione – e con solo 435 milioni di dosi di vaccini distribuiti da COVAX a 144 Paesi (al 2 novembre), la dichiarazione ha tutti i risvolti della presa in giro. Eppure, al punto 5 della dichiarazione conclusiva, il G20 si ostina a rilanciare iniziative internazionali in coma come COVAX, ovvero altre iniziative specifiche nate nel 2021 sulla scia della pandemia, tutte ispirate a un approccio puramente farmacologico delle soluzioni contro la pandemia, anche quando il testo parla di One Health, la salute che abbraccia persone, animali e ambiente. Ma nella esuberante frantumazione di soluzioni proposte, il G20 rinuncia a denominare la sola misura politica internazionale in discussione all’OMC che, se attuata con tempestività, avrebbe permesso la produzione di 8 miliardi di vaccini con una ripartizione regionale delle capacità produttive,  entro la fine del 2021. Lo dice uno studio pubblicato da Public Citizen e dall’Imperial College di Londra la scorsa estate. Sulla proposta di India e Sudafrica, membri del G20, la presidenza italiana ha scelto un silenzio tombale, da sindrome di rimozione. 

Ancora, non possiamo tacere sul compromesso raggiunto dal G20 in materia di nuove regole fiscali per le multinazionali, la cosiddetta global corporate tax che dovrebbe attaccare la patologica corsa al ribasso del sistema economico globale sui costi di produzione, costi del lavoro, ambientali e fiscali, al fine di massimizzare i profitti. Questa corsa al ribasso è una forza impressionante del sistema della globalizzazione. In particolare, sul fronte fiscale, essa genera una concorrenza distruttiva tra amministrazioni dei singoli Stati, i quali offrono opportunità di trattamenti fiscali di favore pur di attirare entro i propri confini la localizzazione delle imprese, incentivando comportamenti elusivi. In base all’accordo, le multinazionali con fatturato annuo superiore ai 750 milioni di dollari residenti nei Paesi del G20 saranno obbligate a versare un’aliquota effettiva del 15%, a partire dal 2023, su una base imponibile che beneficerà già di grosse deduzioni. Il tasso del 15% concordato dal G20 risulta di poco superiore alle aliquote medie del 12% dei regimi preferenziali nei paradisi fiscali, ciò che non cambia molto il quadro di riferimento. Semmai, l’esito paradossale è quello di trasformare tutto il mondo in un grande paradiso fiscale a partire dal 2023, stando ai dati medi correnti che dimostrano come la aliquota delle tasse sulle multinazionali sia intorno al 27,46% in Africa, 27,18% in America Latina, al 20,71 in EU, 28,43% in Oceania e 21,43 % in Asia. La media globale si assesta intorno al 23,64%. Un livello così basso di tassazione – perfino gli USA avevano proposto il 21% – potrebbe configurare nuovi equilibri, decisamente al ribasso. 

Infine, non una sola parola sulla cancellazione del debito dei Paesi poveri, una misura anch’essa indispensabile e legata a doppio filo con la capacità di risposta alle prossime pandemie. I Paesi creditori del G20 hanno accumulato un debito ecologico enorme verso il sud globale: i salti di specie degli ultimi decenni, e la predizione di spillover futuri, sono connessi alla necessità di affrontare la “crisi globale del debito”, così dichiarata nel gennaio 2020 dalla Banca Mondiale, che esige anch’essa un nuovo paradigma di gestione a livello internazionale. 

Restiamo, così, invischiati nella bassa marea della politica globale. 

L’articolo è tratto dal sito di Sbilanciamoci!, con cui è in atto un accordo di collaborazione

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