Piazze malate (quando la “cultura del sospetto” si fa Pop)

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Piazze malate 2

 

A volte i popoli impazziscono. O impazziscono piccole porzioni di popolo, come quelle che si sono ritrovate nelle piazze in questi giorni, segno di tempi deragliati. Indecifrabili nella loro composizione scomposta, con i leghisti e i fascisti mescolati ai bene-comunisti, ai dentisti e agli apprendisti o ai giuristi d’assalto, incarnazione di un’eterogeneità sociale accomunata solo dall’assurdità di una pretesa irricevibile: dalla rivolta contro un provvedimento-simbolo come il Green Pass che in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e che invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio. Espressione, a sua volta, della rottura di ogni principio di responsabilità nei confronti degli altri, del loro ben più sostanziale (e costituzionalmente sancito) diritto alla salute e alla sopravvivenza, come se l’affermazione che “la mia libertà si arresta dove comincia quella del mio vicino” avesse perso di significato, e ognuno si ergesse nella propria solitudine sovrana al di fuori e al di sopra di ogni legame sociale. E come se tutta la libertà (perduta in gran parte delle questioni sostanziali) fosse oggi rifluita nella questione del si o del no a un temporaneo lasciapassare.

Sono, dobbiamo dircelo, piazze foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide. Personalmente mi ha colpito il cartello levato in Piazza Castello a Torino con su scritto “Meglio morire da liberi che vivere da schiavi”, perché ricorda il “Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecore” di mussoliniana memoria. Così come mi si drizzano i capelli quando sento i fascisti di Meloni o di Forza nuova levare il proprio inno alla libertà, perché so che la loro libertà è la pretesa degli autoproclamati Signori di vessare gli altri ridotti a Servi. Ma quelle piazze non sono riducibili solo a quell’anima nera, sono molto più eterogenee, trasversali, articolate, coacervo di sentimenti contraddittori, e per questo tanto più preoccupanti, perché parlano di una “crisi della  ragione” più vasta. Di un disorientamento più diffuso, se in tanti sentono di doversi mobilitare per danneggiare se e gli altri, credendo di difendere giustizia e libertà.

No Pass Forza nuova

Per questo tento disperatamente di seguire l’amletico motto che ci dice che, nonostante tutto, “c’è della logica in questa follia”. O quantomeno bisogna cercarla. E il primo pezzo del dispositivo logico che sta dietro questo sconquasso si chiama “cultura del sospetto”. O meglio il ribaltamento di essa da raffinato strumento filosofico in “fenomeno Pop”. Con quell’espressione – la formulazione originaria era “la Scuola del sospetto” – il grande fenomenologo francese Paul Ricoeur aveva indicato il pensiero di “maestri” come Marx, Nietzsche, Freud, oltre a Schopenhauer che avevano insegnato, per vie diverse e divaricate, a non confondere le immagini di superficie con la verità, e a cercare “sotto” e “oltre” le narrazioni ufficiali (a lacerare, appunto, il “velo di Maya”). Quell’approccio – la motivata denuncia della “verità come menzogna” o, se si preferisce, della “falsa coscienza” coltivata a proprio vantaggio dal potere – aveva alimentato il pensiero critico delle minoranze ribelli novecentesche, delle avanguardie culturali e rivoluzionarie. Poi invece, nel nuovo passaggio di secolo, era diventato atteggiamento di massa, senso comune popolarizzato e aizzato dal web: diffidenza sistematica e disprezzo delle élites. Non senza ragioni (per spiegarlo): le menzogne del potere, delle sue classi dominanti, dei suoi mezzi di comunicazione, diventate totalizzanti negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti. Ma senza l’uso della ragione per selezionare il vero e il falso. E per orientare i comportamenti di risposta che sono stati, appunto, quelli che vanno sotto il nome di populismo, orientati a una sorta di rozzo “fai da te” informativo e da una passiva dipendenza operativa dal demagogo di turno.

Le persone che riempivano quelle piazze erano state oggetto, per anni, per decenni, di false narrazioni da parte di detentori del potere (di  ogni potere, privato e pubblico) che presentavano come progresso il regresso, come paradiso il deserto delle anime, come benessere il loro business. Per anni erano state vittime dei raggiri e delle malversazioni di Big Pharma (lo possiamo negare? Abbiamo dimenticato la grande truffa vaccinale sull’ “aviaria”, 62 morti accertati nel mondo, e la speculazione miliardaria sul Paraflu?). Per anni opere inutili e costose erano state spacciate come indispensabili. Per decenni crimini di stato erano stati occultati da apparentemente inappuntabili funzionari pubblici… Ma nello stesso tempo, nella struttura materiale delle loro vite (flessibili, destrutturate e sempre più liquide), nelle forme essenziali della loro esistenza, erano state private degli strumenti indispensabili per ragionarci sopra, per praticare l’arte difficile della separazione tra gli elementi di un fenomeno, cosicché oggi non ci possiamo stupire se non riescono più a distinguere tra la truffa sugli antidepressivi e la risorsa salvifica di un vaccino. Tra la farmacologia come business e quella come cura. O, più in generale, tra la vocazione a mentire del potere così come praticata sistematicamente in questi decenni, e la necessità di alcune (rare) decisioni razionali di quello stesso potere, a cui sarebbe autodistruttivo sottrarsi.

Big Pharma

Intendiamoci, non si tratta (necessariamente) di ignoranza o di ottusità. Certo gli imbecilli evocati da Eco e appunto messi all’onor del mondo su scala allargata da internet erano tanti in quelle piazze. Ma accanto a loro c’era una miriade di alfabetizzati, a loro modo “informati”, anzi portatori di un’eccedenza di mobilitazione informativa, di accanimento cognitivo, ognuno convinto di una verità autoprodotta e refrattaria alla validazione oggettiva perché strutturalmente privati del concetto stesso di oggettività in un universo esistenziale in cui la soggettività individualizzata è rimasta l’ultimo e solo protagonista in terra.

Non sono un’enclave arretrata, una minoranza prodotta da un incidente di percorso dell’ipermodernità tecnicizzata. Sono al contrario il tipo umano più proprio dell’epoca della tecnica fattasi assoluta. Di un mondo in cui “non sappiamo più cos’è ‘il bello’, cos’ è ‘il buono’, cos’è ‘il giusto’, cos’è ‘il virtuoso’, cos’è ‘il santo’ cos’è il vero'” – per usare una citazione di Umberto Galimberti – perché l’unica misura di tutto è diventata solo e soltanto ‘l’utile’. E all’occhio di quella misura tutto è sottoposto. La sottomissione come la critica. L’adesione da servi contenti come l’opposizione da “chi non la beve” perché sa “cosa c’è dietro”.

AndersIn quell’opera capitale, degli anni ’50, che è L’uomo è antiquato, Gűnter Anders aveva descritto il trionfo del “fare” (che è l’operare secondo standard) sull’”agire” (che implica invece una rilevanza dei fini rispetto ai mezzi) nel mondo della tecnica; e soprattutto aveva denunciato l’ “asincronizzazione tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande” e per questo rende impossibile l’assunzione di responsabilità per il proprio operato (il farsi carico moralmente del rapporto tra mezzi e fini) e, insieme, impedisce quell’”adaequatio rei et intellectus” che permetteva in passato di approdare a una qualche idea di verità. Walter Benjamin, a sua volta aveva segnalato quell’ “indigenza di nuova specie” che è la perdita della capacità di far davvero esperienza in cui si rivela “una nuova forma di barbarie” nella modernità. E in forza della quale – proprio per la separazione che si compie tra l’esistenza e quella relazione riflessiva col mondo che è l’”esperienza” – il circuito ermeneutico si avvita irrimediabilmente su se stesso nella fuga infinita delle interpretazioni, senza riuscire alla fine ad approdare a null’altro che al solipsismo del soggetto vuoto come solitario testimone del (proprio) vero. Per non parlare di quel fondamentale concetto introdotto da Theodor Adorno col temine tedesco “Verblendungszusammenhang”, che letteralmente significa “contesto delirante” ma che in questo caso viene tradotto come “nesso d’accecamento”: il processo sistematico di “rimozione” dalla coscienza universale dei tratti più propri del modello di vita contemporaneo ovvero della sua sostanziale insostenibilità e della sua insopportabile crudeltà (verso il pianeta e l’umanità), che è appunto la forma estrema della condizione alienata nell’epoca della sua piena generalizzazione, e insieme l’ostacolo primo a un autentico processo conoscitivo.

Ora, messe tutte insieme queste linee di riflessione, convergono nella descrizione di una condizione mentale massificata (per lo meno nell’Occidente sviluppato) segnata dalla “disperazione culturale” (quel “cultural despair” segnalato come centrale nelle crisi degli anni Trenta in Europa) e dall’incapacità d’immaginare un qualche oltrepassamento del proprio “cattivo presente”: gli ingredienti più tipici di un tempo in cui l’alienazione (intesa in senso marxiano) ha compito per intero il suo giro, e si è posta come stato assoluto. In questa luce, l’impazzimento dei popoli a cui assistiamo (non solo nelle piazze No Pass, ma nei deliri da vittoria calcistica, nelle movide selvagge in stato pandemico, nell’accanimento consumistico in tempi di conclamata insostenibilità, ecc. ecc.), cessa di stupire per rivelare la sua “logica”. E non è che un ultimo, tragico paradosso, il fatto che chi più accanitamente rappresenta se stesso come antidoto a quell’alienazione (refrattario al “pensiero unico”, ultimo residuo di resistenza all’omologazione voluta dal potere), ovvero gli sconsiderati protagonisti delle piazze No Pass siano in realtà i più estremi rappresentanti di una condizione tanto alienata da non riuscire a cogliere la minaccia mortale al proprio bios da parte del virus. E non saper più distinguere tra la difesa di una libertà sostanziale (in primo luogo quella di vivere) e l’accanimento su un feticcio.

Per tutto questo – perché la cosa è dura e tetra, le sue radici profonde e di improbo rimedio – non dissolveremo le nuvole minacciose che salgono da quelle piazze con gli esorcismi o le deprecazioni. Tantomeno confondendoci con quelle figure istituzionali che hanno enormi responsabilità nell’aver scavato l’abisso che oggi le separa da pezzi consistenti di società sfarinata. Se un luogo c’è, per quelli come noi, per lavorare, è al livello del suolo, dove le vite si compiono o si perdono, e dove solo il ricupero di esperienze autentiche di relazione e di lavoro può frenare la caduta.

Alienazione

 

 

Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto del 25 luglio col titolo La cultura del sospetto come fenomeno Pop

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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18 Comments on “Piazze malate (quando la “cultura del sospetto” si fa Pop)”

  1. Lucida analisi del presente (?) momento politico. Ci sente meno soli dopo averti letto!
    Grazie, Marco

    1. Signor Revelli ma proprio non ce la fa a considerare i fenomeni al di fuori della ideologia politica? Sembra che conosca solo due categorie mentali: destra e sinistra, tutto ciò che succede o e di destra o è di sinistra.
      a volte i fenomeni sono trasversali e hanno genesi complesse e articolate che non si lasciano incapsulare in “”di sinistra” o “di destra”.

      I fenomeni sociali non sono “….Indecifrabili nella loro composizione scomposta….” come dice lei, magari siamo noi a non saperli decifrare.

  2. ….Dipende, da che punto guardi il mondo tutto dipende…
    (Jarabe de Palo) .
    Si provi allora a decifrare perché si protesta per il Green Pass e non a difesa della Sanità Pubblica sempre più preda di interessi privati.

    1. Guardi che l’una cosa non esclude l’altra, e tutte e due sono contro l’attuale classe politica. Cito un dato: i posti letto ospedalieri, pubblici e privati, sono diminuiti del 67% rispetto al 1981 mentre la popolazione è aumentata. Chi è il responsabile di questo scempio? Tutta la classe politica perché la strage è stata perpetrata da centrodestra e centrosinistra, accomunati, oggi, nella difesa della carta verde. Caso emblematico: Beatrice Lorenzin passata da Forzaitalia al PD.

  3. Grazie Marco Revelli. La “libertà” che rivendicano i “No Green-Pass” (che poi è la stessa dei “No Lockdown”, “No mascherine”, “No distanziamento”, “Apriamo tutto”, ecc.) è, in realtà, una libertà completamente alienata (venduta) alle compatibilità del sistema.
    Quale libertà possono mai rivendicare dei burattini se non quella di continuare a fare i burattini?
    Mangiafuoco, per tenerli saldamente legati ai suoi fili, gli ha detto che il tarlo, che minaccerebbe il legno di cui son fatti, è un’invenzione ordita da chi vuole limitare la loro “libertà” di fare i burattini.
    E così i poveretti, invece di tagliare il filo che li lega a Mangiafuoco e diventare finalmente uomini, scendono in piazza a gridare “Libertà! Libertà!” per restare “liberi” di fare i burattini.

    1. Poiché non siamo in un romanzo di Collodi,potrebbe precisare che cosa intende per “Mangiafuoco”? La pregherei di evitare metafore.Grazie!

      1. La pandemia ha messo in luce i limiti (ambientali e umani) del sistema capitalistico. All’inizio, proprio perché ci si era resi conto di questi limiti, in una presa di coscienza collettiva e globale si era detto:”nulla sarà come prima”. In quel preciso momento ognuno di noi ha pensato di dover seriamente fare qualcosa per cambiare il paradigma delle nostre esistenze e “tagliare” finalmente i fili che ci legavano a quel sistema che aveva prodotto l’epidemia. Ma poi, col passare del tempo, ci si è resi conto che l’impresa era difficile da realizzare. Il sistema (Mangiafuoco) ci teneva (e ci tiene) saldamente legati a se attraverso i mille fili della ragnatela che il capitalismo ha tessuto negli ultimi 200 anni.
        Vista quindi l’impossibilità di mettere finalmente in discussione il sistema capitalistico, la voglia di cambiamento, sorta all’inizio della pandemia e mai sopita, è stata dirottata, irretendo la parte della popolazione più alienata al sistema (i burattini), contro il sistema politico (i partiti, il governo, ecc.) accusato di essere liberticida.
        Cioè il sistema capitalistico, che la pandemia aveva messo in discussione, ha trovato il modo di dirottare le accuse sul sistema politico. Come se la pandemia fosse un “pretesto” del sistema politico per cancellare la “liberta” e non il frutto dello sfruttamento massivo dell’ambiente e degli uomini da parte del sistema di produzione capitalistico.
        In fondo, finché la politica si occupa di regolare la concorrenza fra i capitalisti va bene, ma se mette dei paletti alla smania di sfruttamento senza limiti delle risorse ambientali e umani, allora non va più bene.
        Ed è questa smania di sfruttamento senza limiti che il capitalismo chiama “libertà”. Non altro.
        Ed è in questo senso che i più alienati da questo sistema scendono in piazza a gridare “Libertà! Libertà!”. Sono quelli che vogliono continuare a fare quello che hanno sempre fatto, come prima, più di prima, senza mettere minimamente in discussione i loro stili di vita come richiederebbe invece una vera presa di coscienza di necessità di un cambiamento. Insomma Caparezza ci ha indicato la via, occorre finalmente uscire dal “tunnel del divertimento” se vogliamo salvarci.

        1. La ringrazio per lo sforzo fatto. Credo di aver capito che cosa intende ma non sono assolutamente d’accordo su quasi niente. Le faccio notare che tra quelli che lei chiama “i più alienati da questo sistema” e che, sempre secondo lei,” vogliono continuare a fare quello che hanno sempre fatto, come prima, più di prima, senza mettere minimamente in discussione i loro stili di vita” ci sono negozianti falliti, artigiani costretti a chiudere, piccoli imprenditori sul lastrico. Quanto al sistema politico, oltre a vietare le autopsie e dunque a impedire che si accertassero corrette diagnosi dei poveri disgraziati morti di covid, ha favorito spudoratamente Amazon, i grandi industriali – consentendo loro di continuare a sfruttare e infettare i lavoratori, altro che “mette dei paletti alla smania di sfruttamento senza limiti delle risorse ambientali e umani – , non ha minimamente cercato di ripristinare la funzionalità del sistema sanitario ( lo sa che i posti letto negli ospedali pubblici e privati rispetto al 1981 son calati del 67%?) , ha abbandonato completamente la scuola a se stessa. E i responsabili di tutto questo sarebbero gli alienati scesi in piazza contro la carta verde? Quegli alienati che, secondo la sua contraddittoria posizione, da un lato si farebbero portavoce del capitalismo più sfrenato e dall’altra ne sarebbero le vittime più evidenti? Certo, meglio Caparezza che con la critica dell’alienazione ha fatto i soldi…….non fa una piega.

          1. Lei dice che quelli che protestano sono “negozianti falliti, artigiani costretti a chiudere, piccoli imprenditori sul lastrico”, ma ci sono anche migliaia di lavoratori dipendenti che hanno perso o stanno perdendo il posto di lavoro, eppure non scendono in piazza al grido “Libertà! Libertà!”. Nessuno vieta alle categorie colpite di protestare in piazza, ma quello che fa la differenza qui è proprio l’uso mistificatorio, propagandistico e strumentale della parola libertà.
            Non esiste una libertà assoluta. Questa idea di libertà senza limiti è la stessa del capitalismo più sfrenato. In questo senso dico che questi signori che scendono in piazza sono alienati. Sembrano bambini a cui qualcuno ha rotto il giocattolo e si mettono a piangere. Amazon, nella pandemia, non è stata favorita intenzionalmente dalla politica, non c’è stata una volontà politica che l’ha favorita, la crescita del commercio online è stata una conseguenza indiretta delle politiche di contenimento della diffusione del virus.
            Nel mare del capitalismo poi è normale che i “pesci piccoli” soccombono e vincono i più grossi.
            Se quelli che scendono in piazza, quando hanno deciso di mettersi in proprio, hanno accettato le regole del capitalismo, di che cosa si lamentano se poi in una determinata contingenza negativa falliscono? Il fallimento è un evento che ogni imprenditore mette in conto. Ed è per questo che queste manifestazioni appaiono ancora più strumentali e mistificatorie e rivelano solo un intento propagandistico. Non a caso c’è già qualche partito che gli liscia il pelo per raccogliere il loro voto e continuare così all’infinito nel “tunnel del divertimento” fino alla prossima crisi.
            Le scelte contraddittorie della politica, che lei stigmatizza, sono dovuto proprio alla dipendenza del potere politico da quello economico. Se dall’81 ad oggi la sanità pubblica è stata smantellata è perché molti politici, e soprattutto la destra politica (che si annida anche in una certa sinistra), hanno fatto gli interessi dei padroni della sanità privata. Non a caso “Mani pulite” è nata proprio dal Trivulzio; ma già alla fine degli anni ’90 quell’indagine, che se fosse stata portata fino in fondo avrebbe davvero potuto cambiare l’Italia, venne soffocata dalla destra, dal berlusconismo e dal capitalismo rampante che voleva continuare ad avere le “mani libere” come le aveva sempre avute…A proposito di “libertà”!
            Ed è proprio per questo che è morta tanta gente negli ospedali. La responsabilità degli oltre 130.000 morti ricade tutta su quei politici e sui quei partiti che negli ultimi 30anni hanno portato avanti politiche iperliberiste. Lo slogan “privato è bello” è servito in questi anni a riempire le tasche dei ras delle cliniche private e dei politici corrotti conniventi che ne ricevevano le mazzette. Tutta gente di cui potrei farle nomi e cognomi, che sono ancora in auge nell’Italia di oggi, che possiedono giornali e industrie e che, per come la vedo io, dovrebbe andare in galera a pedate nel posteriore. Ma questi politici sono proprio i rappresentanti di quella cultura privatistica, individualistica, speculativa, consumistica e menefreghista che è alla base delle manifestazioni di quelli che oggi scendono in piazza al grido di “Libertà! Libertà!”.

  4. Una visione faziosa che non aiuta a capire gli altrui argomenti, mentre da per scontata la verità ufficiale come raccontata dai media. Penso si possa dissentire senza sentirsi dare del terrapiattista o del complottista. Che la gestione della pandemia non abbia nulla della scienza ma molto della scienza politica è evidente a chiunque non si mette il prosciutto sugli occhi, così come è chiaro non ci sia nessuna emergenza se non quella dichiarata extra legem e costruita a furia di pensiero unico. Ma mi rendo conto che le lingue si sono ulteriormente divaricate in questo ultimo anno e mezzo sino a rendere quasi incomunibili le parti.

  5. Grazie Marco Revelli per avere messo in luce, fra l’altro, la vera natura del bene-comunismo. Mi chiedo: non è che anche voi (non solo voi) avete riservato tropo benevola attenzione a tale filone di pensiero? Grazie-Fiorenzo Martini-Torino

  6. Gentile prof. Revelli, visto che lei ha scritto che “il Green Pass …. in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e ….. invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio”, la invito caldamente a leggere il contributo di un suo collega, il prof. Giuliano Scarselli, del quale le fornisco il link:
    https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-prof_scarselli_non_si_sanzioni_chi_sceglie_di_non_vaccinarsi_la_loro_paura__la_stessa_che_ha_lo_stato_nel_renderlo_obbligatorio/39602_42537/
    Buona lettura!

  7. Si continua a fare una confusione enorme che alimenta le posizioni ideologiche descritte nell’articolo e nei commenti…
    Proverò ad esprimere il mio pensiero: io non mi sono vaccinato, e non ho intenzione di farlo, perché sono convinto che i vaccini proposti, non essendo stati sufficientemente testati, siano molto probabilmente seriamente pericolosi. Da oltre 15 anni ho scelto di cambiare vita, vendere tutto in città e trasferirmi in campagna non partecipando più al circo del consumo. Sono quindi certo che il mio stile di vita mi tenga lontano dal covid più di quanto possano fare i vaccini, e senza rischi collaterali. I numeri e la casistica che diffondono le organizzazioni sanitarie sono evidentemente falsi perché so per certo che, al di là dei casi lampanti, medici e ospedali non sono tenuti a riconoscere il vero numero di morti (o di persone seriamente menomate per tutta la vita) proprio a causa dei vaccini. E di quelli che ci saranno nei prossimi anni. Di certo non posso fidarmi di ciò che dicono gli “scienziati” scritturati dai governi che, evidentemente, hanno il solo e unico interesse di far riprendere l’economia globale del consumo illimitato per vedere il PIL di ogni paese risollevarsi e tornare alle cifre pre pandemiche. E naturalmente di allentare la pressione sui reparti di terapia intensiva degli ospedali. Questo, dal loro punto di vista, significa: muori pure di trombosi, magari a casa tua, o resta pure paralizzato, basta che non si intasino i reparti ospedalieri e soprattutto si riprendano tutte le attività come e meglio di prima.
    Un governo che tenesse davvero alla salute dei suoi cittadini, al contrario, dovrebbe fregarsene altamente del PIL e della produzione, stampare moneta e buoni pasto da distribuire a tutti i cittadini che non possono lavorare, e mantenere una situazione sociale da zona arancione con divieto assoluto di assembramenti (sport, intrattenimento, fiere, sagre e quant’altro) e obbligo di mascherina nei negozi di prima necessità, per il tempo necessario a realizzare e testare un vaccino sicuro, cioè anni. Questo e solo questo darebbe una concreta possibilità alla gente (e speranza al pianeta) di abbandonare per sempre quello stile di vita scandito dalla logica del massimo profitto adottando finalmente quella della massima considerazione della vita umana.

    1. “Un governo che tenesse davvero alla salute dei suoi cittadini, al contrario, dovrebbe fregarsene altamente del PIL e della produzione, stampare moneta e…”, ecc. ecc. Sarebbe una rivoluzione. Ma intanto le rivoluzioni non le fanno i governi dall’alto, ma le masse dal basso. E poi, dato che le masse non mi sembrano rivoluzionarie quanto piuttosto conservatrici e consumistiche, e che scendono in piazza gridando addirittura alla “dittatura”, ora per l’imposizione del lock-down, ora per il green-pass, figuriamoci se si dovesse imporre il “divieto assoluto di assembramento”, come dice lei, per anni (quelli che ci vogliono per realizzare un vaccino come si deve). Prova ne è che, pur di potersi “assembrare”, anche se sono contrari, corrono tutti a farsi il green-pass (e questo la dice lunga sull’ipocrisia di chi usa con leggerezza la parola “dittatura”). In ogni caso non condivido questa forma di retropensiero paranoico che c’è in molti come lei che vedono sempre un secondo fine nelle cose. Non potrebbe essere che le cose stiano esattamente come appaiono? E che, invece, le persone come lei abbiano gusto a sentirsi quasi dei “carbonari”, delle “avanguardie” della controinformazione militante?…Una cosa è certa, se lei dovesse ammalarsi chi ascolta? Le sue “convinzioni personali” o quello che le dice il medico? Perché, quando ci si ammala, siamo tutti uguali, rivoluzionari o conservatori, e a quel punto la commedia tra “avanguardie illuminate” e “stolti pecoroni” non regge più. In quanto al vaccino poi credo che si tratti sempre di una valutazione dei pro e dei contro (come si fa per tutte le cose della vita). E, per quanto questi vaccini non siano stati sperimentati a sufficienza, i pro sono molto maggiori dei contro, lo dimostra il fatto che l’80% di chi si ammala oggi è composto di non vaccinati. E, se vogliamo dirla tutta, l’incidenza delle controindicazioni dei vaccini e pari a quella delle aspirine. Lei non ha mai preso un’aspirina?

      1. Le Rivoluzioni “dal basso” appartengono al passato, al secolo scorso, quando ancora c’era un po’ di gente che ragionava con la propria testa e si rendeva conto delle ingiustizie sociali… Oggi, purtroppo, proprio perché il pensiero unico ha contagiato la quasi totalità delle pecore… pardon, delle persone nel mondo (altro che covid), quel tipo di Rivoluzioni non hanno più alcuna possibilità non solo di riuscire, ma neppure di manifestarsi come concetto, come semplice idea, proprio perché come dice lei le masse non sono più rivoluzionarie ma, al contrario, irriducibili difensori dello status quo. Al massimo ci potrà essere qualche rivolta isolata che sarà sempre duramente repressa dalla FORZA della maggioranza.
        La pandemia, nella sua pur terribile manifestazione, ci aveva regalato una possibilità: quella di farci cambiare forzatamente, almeno in parte, il nostro modo di vivere restituendo la priorità alle cose importanti della vita, come la salute appunto. E questo, come è successo all’inizio, non poteva che partire da decisioni governative, quindi dall’alto. Era una speranza, ma è svanita immediatamente. E il fatto che le suddette masse avrebbero protestato contro il divieto agli assembramenti non può costituire una giustificazione visto che, allo stesso modo, protestano anche contro il green pass che però è stato imposto lo stesso. Il punto è che io posso subire il divieto di recarmi allo stadio, in palestra, o di prendere un aereo senza essere vaccinato, ma certamente non posso accettare di essere costretto per decreto (fortunatamente ancora incostituzionale) a iniettarmi in corpo un farmaco che ritengo potenzialmente dannoso. Dovrebbero legarmi e puntarmi una pistola alla testa…
        Il paragone con l’aspirina è del tutto ridicolo. Posso però dirle che, a dispetto di quello che consigliano tanti medici, prima di assumere un qualunque medicinale devo stare proprio male… altro che Aulin, Oki e tutta quella merda che continuano a prescrivere per ogni minimo doloretto… per non parlare del cortisone. Personalmente conosco – purtroppo – diverse persone che hanno rifiutato chemio e radio anche quando non avevano alternativa, preferendo morire naturalmente di cancro piuttosto che sfatti e disumanizzati da quel veleno. Pensi se la obbligassero a fare qualcosa del genere in modo, diciamo così, preventivo… per quanto mi riguarda potrebbero iniettarsela su per il …. uno per uno.
        Ora, se lei vuole credere che le cose stiano così come appaiono e fidarsi di quel che dice Mr. Fauci o tanti altri colleghi prezzolati, stampa compresa, lo faccia pure, nessuno glielo vieta.
        Per me può credere anche che i politici e i governi agiscano per il bene della popolazione, che il mercato risolva tutti i problemi dell’economia e che le multinazionali siano necessarie e indispensabili per il lavoro e la popolazione; o che esistano le guerre “umanitarie”. Può anche credere a Babbo Natale o al Gabibbo se vuole, ma di certo non può obbligarmi a fare lo stesso.

      2. Se le “rivoluzioni” dipendessero da quelli come lei, caro sig. Damiano, sarebbero state cancellate dai dizionari. Per quanto mi riguarda, pago le tasse e i contributi sanitari, non so lei, e ho diritto alle cure in caso di malattia e come me molti, vaccino o non vaccino. Quanto all’ipocrisia, che a lei, come a tutti i reazionari, piace vedere nelle “masse”, questa è tutta nel governo (Conte e Draghi) che addirittura ha manipolato i documenti europei pur di far passare il carattere punitivo della carta verde (vedere qui: https://www.pressenza.com/it/2021/08/solo-i-traduttori-allitaliano-si-sbagliano-in-europa/).
        E la pregherei di non buttarla in caciara, come si dice a Roma: qui nessuno è contro i vaccini, tranne pochissimi, ma parecchi, molti, sono contro le contraddittorie misure governative e, soprattutto, contro la somma ipocrisia di voler imporre l’obbligo vaccinale in maniera surrettizia scaricando la responsabilità sui cittadini. Se la situazione è grave e da emergenza, perché il governo non ha imposto l’obbligo vaccinale? A questa domanda né Draghi, né Conte, né Letta, né Salvini, né Berlusconi osano rispondere.

        1. Ognuno è libero di decidere di vivere e morire come vuole. Poi, nel corso della vita, ci si può anche ammalare, ed è giusto che il servizio sanitario nazionale ci curi. Ma se ci si ammala per una scelta di comportamento consapevole e deliberato, allora non ritengo giusto che il SSN si accolli l’onere di questo comportamento irresponsabile. Se poi migliaia di persone scendono in piazza per rivendicare la loro “liberta” di ammalarsi consapevolmente e incitano anche altri a farlo, allora questo è un comportamento criminale che va represso e sanzionato. Perché io non posso permettere che per colpa di qualche stupido mia madre non trovi posto in ospedale. Mi dice a che cosa mi serve sapere che la colpa è dei politici e dei governi passati nel momento in cui ho urgenza di andare in ospedale e non c’è posto?!!!

          1. Le manifestazioni contro la carta verde sarebbero manifestazioni “per rivendicare la loro “liberta” di ammalarsi consapevolmente”? Ma quando mai! Lei è un furbetto, caro sig. Damiano. Manipola i fatti con destrezza e credo che sia anche pieno di pregiudizi. Se li tenga stretti, non ne ho bisogno!

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